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Benvenuti a NBA Five Questions. Ad ogni episodio di questa nuova rubrica la redazione basket di Play.it USA cercherà di rispondere alle vostre domande, anche strane o strampalate, sul mondo della NBA.

Questa settimana gli argomenti sono underdog, pretendenti al trono, magliette, trash e mine vaganti.  Scriveteci nei commenti le vostre domande per i prossimi episodi, faremo del nostro meglio per rispondere in modo intelligente ma non garantiamo nulla…

Qual è il giocatore più sottovalutato della NBA?

Giorgio Barbareschi: Ci sono molti giocatori che non ricevono il giusto riconoscimento per il contributo che portano alla causa delle loro squadre. Spesso questo capita perchè si tratta di specialisti difensivi il cui apporto non va a finire nelle statistiche più “facili” da leggere. Esempio principe di questa categorie è quell’Andre Robertson, guardia degli Oklahoma City Thunder, che pur segnando la miseria di 5 punti a partita aveva reso OKC la miglior difesa della NBA (96.4 punti subiti su 100 possessi con lui in campo), mentre dal suo infortunio le cose sono precipitate (siamo a quota 108.0, quasi 12 punti di differenza).

Ma a volte anche le stesse cifre di punti/rimbalzi/assist vengono percepite in modo diverso, a seconda che si tratti di un giocatore più o meno famoso oppure che questi faccia parte di una squadra più o meno importante. Volete un esempio?

Giocatore A: 19.6 punti, 3.9 rimbalzi, 2.6 assist, 49.3% dal campo, 44.5% da 3, 83.5% ai liberi, PER 16.1
Giocatore B: 19.7 punti, 5.2 rimbalzi, 4.0 assist, 46.0% dal campo, 34.0% da 3, 86.6% ai liberi, PER 16.7

Entrambi i giocatori militano in squadre da playoff, non sono la prima punta delle rispettive squadre, hanno più o meno la stessa età (28 anni il giocatore A, 26 il giocatore B) e un salario sufficientemente simile (quasi 18 milioni il giocatore A, poco più di 14 il giocatore B).

Il giocatore A si chiama Klay Thompson, è stato 4 volte All Star e con ogni probabilità nel 2019 firmerà con Golden State un rinnovo contrattuale a cifre faraoniche, anche se probabilmente non il max contract che potrebbe ottenere se decidesse di spostarsi dalla Baia. Il giocatore B invece è Khris Middleton.

La guardia/ala dei Milwakee Bucks è un giocatore eternamente sottovalutato e che rimane spesso lontano dai radar degli appassionati perchè gioca in una squadra di cui si parla quasi soltanto per raccontare le meraviglie di Giannis Antetokounmpo. Ma Middleton è un giocatore vero, che soprattutto offensivamente (108.6 di Offensive Rating, meglio di Anthony Davis e dello stesso Giannis, tanto per fare due nomi) è in grado di essere pericoloso in tutte le zone del campo. In questa stagione sta tirando da tre decisamente sotto le sue possibilità (ha quasi 39% da tre in carriera) per colpa delle brutte spaziature nell’attacco dei Bucks, ma spesso è lui a togliere le castagne dal fuoco quando The Greek Freak non è in campo. Anche difensivamente, pur non essendo ai livelli di Thompson, non se la cava affatto male e spesso viene incaricato di marcare la principale stella avversaria.

Insomma, un po’ più di considerazione per il prodotto da Texas A&M sarebbe sicuramente meritata.

khris middleton

Chi prenderà lo scettro quando LeBron scenderà dal trono?

Luca Francesconi: Questa è una di quelle domande che spesso mi rivolgono e con cui spesso scateno la mia idelogia da hater moderato. Sebbene il nativo di Akron continui a strabiliare tutti con la sua longevità e ad accumulare roboanti stats, giunto alla sua 15esima stagione anche i suoi sostenitori più incalliti ammettono che (specialmente sul lato difensivo) non sia più la bestia aliena delle 4 Finals consecutive a Miami.

Con i primi segni di decadenza qualcuno si inizia ad affacciare per reclamare tutto l’impero, come fosse un episodio di Game of Zones (per chi non lo conoscesse metto il link, ma dovreste vergognarvi ben prima di cliccare), ma chi sono questi impavidi pretendenti? Tralascerei il sensazionale Ben Simmons ed The Greek Freak, ancora troppo acerbi e alla ricerca di un jumper stabile, ma anche Porzingis, che vedo troppo “leggero” ed injury-prone, e Towns, perché la lega è cambiata troppo perché un centro possa essere il fulcro di una nuova dinastia.

Per tagliare corto, dico due finalisti: KD e Anthony Davis. Mentre si potrebbe arguire che il primo sia già in vetta alla NBA dopo le ultime Finals (e lo lascio fare tranquillamente), il gotha degli opinionisti ancora si schiera con LeBron. A prescindere da come la pensiate, Durant non può assolutamente essere tenuto fuori dalla discussione. Davis invece a soli 25 anni e con qualche stagione condizionata dagli infortuni è ancora da scoprire completamente (specialmente in chiave playoff), ma a vederlo giocare quest’anno questa cosa fa paura.

Entrambi mi accecano ogni volta che li vedo, live o in tivvù fa poca differenza. Sono due atleti abbastanza diversi ma che condividono il fatto di essere i primi della storia a giocare in qual modo con quello chassis. Durant per velocità, estensione, eleganza, capacità realizzativa è un inno alla pallacanestro offensiva che però ti fa 108 stoppate a stagione (superando il suo precedente record di “sole” 105).
Ma l’altro, il mio preferito, è – come chiamano in USA chi ti fa “sbigliettare”- box office:  AD è una guardia nel corpo di un centro che può giocare in qualsiasi modo, in post, fuori dall’arco, in isolamento, tutto.

Nato come una guardia più o meno fino all’high school e convertito di ruolo dopo essere cresciuto in altezza in modo smodato, Davis ha dei fondamentali da ball handler (nonostante i suoi 210 cm) e un fisico da X-Men, con la fluidità e l’atletismo di una guardia mezzo metro più bassa: in pratica una cosa mai vista sul globo terraqueo. A mio avviso, se andasse a giocare in una franchigia più solida potrebbe davvero prendere in mano la Lega perché ho il netto sospetto che, se riuscisse a non essere troppo condizionato dagli infortuni, l’unico limite di Anthony Davis sarebbe il cielo. Speravo potesse finire a Boston (o in una qualsiasi altra contender) prima della trade deadline, ma la cosa non s’è fatta e contemporaneamente le dichiarazioni di affetto verso i Pelicans mettono in dubbio anche una possibile partenza futura.

Volete una risposta finale? Anthony Davis se in futuro dovesse spostarsi in una legittima contender altrimenti resto con KD!

Come mai in NBA esisteva la regola “maglia chiara in casa/maglia scura in trasferta”?

Francesco Arrighi: Le uniformi delle squadre NBA sono appena passate sotto l’egida di Nike, dopo essere state in passato prodotte da Adidas, la quale ha deciso subito di distanziarsi dal passato. Nel tentativo di dare uno scossone alle vendite, non solo in riferimento alla qualità (inizialmente le nuove uniformi, che pure hanno il pregio di essere composte da poliestere riciclato, tendevano a strapparsi) quanto al richiamo del merchandising, ecco allora le uniformi dedicate ai soprannomi delle città (pare sia molto piaciuta quella degli Heat in stile Miami Vice).

Ma soprattutto, basta con la tradizionale contrapposizione chiaro-scuro: per ogni partita ora le squadre devono scegliere uniformi che creino un contrasto cromatico, senza preoccuparsi di avere una formazione in divisa bianca (quella in casa) e l’altra scura (quella in trasferta). Se non siete accaniti collezionisti o appassionati di street-style (che poi sulla strada non ci si veste così, ma questo è un altro discorso) potreste cavarvela con un’alzata di spalle, perché in fin dei conti questa strombazzatissima iniziativa non cambia assolutamente niente di sostanziale.

Per fortuna sembra che Nike abbia quantomeno abbandonato le uniformi con le maniche, mentre già da tempo erano in corso esperimenti per un uso libero dei colori. I Los Angeles Lakers sono stati dei precursori in tal senso, perché fin dal 1967 vestono il giallo in casa, anche se si andò in quella direzione per motivi pratici: una volta scelta la nuova livrea giallo-viola, portare il giallo in trasferta contro squadre in casacca bianca avrebbe infatti generato confusione.

Lo schema chiaro/scuro nacque per motivi eminentemente pratici, oltre che per quell’antico (e ormai defunto) concetto noto come “buon gusto”. La MLB iniziò ad usare le maglie scure in trasferta perché ad inizio novecento i giocatori avevano una-casacca-una in dotazione, e in trasferta non c’era tempo per lavarla. Così la si riutilizzava e, se il colore era scuro, lo sporco si vedeva meno (per l’odore invece ci si doveva arrangiare, ma pazienza).

La NBA voleva proporre uno sistema facile ed intuitivo, che è l’esatto opposto di quello seguito da NHL e NFL dove è la squadra in trasferta a vestire il bianco, ma, alla stessa stregua, creasse un meccanismo per riconoscere istantaneamente le squadre in campo e per capire quale delle due fosse la formazione padrona di casa. L’impatto visivo del “vecchio ordinamento” era più gradevole, perché le maglie bianche (solitamente meno belle e tendenzialmente meno portabili) venivano temperate dal richiamo coi colori del parquet (il famoso “verniciato”, il logo a centrocampo e le linee laterali), mentre la squadra in trasferta vestiva la propria uniforme più accattivante.

La soluzione “liberal” adottata da Nike comporta accostamenti cromatici tremendi (forse più per noi italiani che per gli americani): i Lakers con il loro nuovo giallo neon “sparano” in praticamente tutte le arene, il verde dei Celtics fa a pugni con quasi tutti gli accostamenti, e in più abbiamo perso una tradizione rassicurante che non faceva male a nessuno. Ma si sa, lo spettacolo deve andare avanti…

Se esistesse, quale sarebbe l’All-Trash Team NBA?

Mattia Righetti: Parto subito dalla mia definizione di trash, in quanto ritengo sia necessario specificare il criterio con il quale andrò a sciorinare il quintetto. Per trash si intende un giocatore che recepisce un contratto clamorosamente alto per quanto mostrato in campo, oppure un giocatore semplicemente “ignorante”, brutto da veder giocare o con una clamorosa propensione alla stupidata. Qualcuna delle scelte potrà apparire scontata, ma nel 2018 è più facile essere d’accordo su chi sia trash o ignorante piuttosto che su chi sia il migliore in qualcosa. Vediamo un po’.

PG: Raymond Felton. In questo caso al termine trash diamo un’accezione più fisica che altro, in quanto nonostante non abbia mai giustificato la quinta scelta spesa per lui i 11.5 punti, 5.4 assist e 3 rimbalzi in carriera non sono assolutamente numeri da buttare. Quanti di noi, però, vedendolo in campo si sono genuinamente chiesti cosa ci faccia uno con quel fisico in mezzo a giocatori statuari come LeBron, Faried e Blake Griffin, solo per dirne alcuni? L’abito non fa il monaco, ma quella perenne pancetta da minors italiane non può che farci sorridere.

SG: Nick Young. Di Swaggy P. ormai sappiamo tutto, perciò mi limiterò a giustificare una mia scelta servendomi di una sua dichiarazione a Bleacher Report. Alla maliziosa ma prevedibile domanda del reporter Lance Fresh “Tiro decisivo, sei libero sulla tua mattonella preferita così come lo sono KD e Steph. Passi o tiri?” Young ha risposto ridendo “Shoot that muthaf—, then hit both of them with: ‘My bad y’all, I didn’t see y’all open. I thought the clock ran out.” Di tradurla non me la sono sentita, è troppo perfetta così com’è.

SF: Luol Deng. Dal 2004 al 2015 Deng è stato sicuramente un buon giocatore, compagno e persona con un palmares discretamente ricco e variegato, ma dalla firma del contratto da 18 milioni all’anno con i Lakers nel 2016… 57 partite giocate e 427 punti messi a segno -7.5 ad uscita- un ruolo da leader mai rispettato e nonostante ciò pure quest’anno i milioni guadagnati saranno oltre 17. Trash o idolo?

PF: Michael Beasley. Come possiamo pensare di creare un quintetto trash lasciando fuori Michael Beasley?

C: Timofey Mozgov. Analogamente a Deng -denominatore comune i Lakers, solo un caso?- Mozgov sta semplicemente prendendo troppi soldi per quanto sta facendo in campo e, a differenza dell’inglese, non ha nemmeno mai mostrato nulla di particolarmente impressionante in carriera: 16 milioni all’anno per un giocatore da 6.8 punti e 4.9 rimbalzi in carriera? Che belli i contratti NBA!

Quali saranno le “mine vaganti” nei prossimi playoffs?

Andrea Cassini: Nelle ultime stagioni i playoffs sono stati, a detta di molti, meno emozionanti delle aspettative. La colpa è da additare allo strapotere di Warriors e Cavaliers nelle rispettive conference, con la sfida tra Golden State e San Antonio che – per un motivo o per un altro – ci è sempre stata negata, e in generale molti accoppiamenti apparivano scontati fin dal tabellone. L’idea su cui ha indugiato pure Adam Silver, di mischiare le carte tra est e ovest, non è peregrina e forse ovvierebbe al problema, ma io aspetterei i prossimi playoffs prima di valutare.

In questa postseason prevedo un buon numero di “loose cannon”, come le chiamano oltreoceano, a mettere i bastoni tra le ruote delle favorite. Basta guardare la classifica di entrambe le conference, più fluida del solito. A ovest, è impressionante notare come tre sconfitte in fila ti possano portare dal terzo al decimo posto, si lotta davvero nel proverbiale fazzoletto. Io punto le mie chips sui Jazz per strappare l’ottava piazza ai Clippers, e i ragazzi di Snyder sarebbero un cliente scomodissimo per chiunque già dal primo turno – magari non abbastanza da produrre un upset come quello subito da Dallas coi Warriors nel 2007, ma comunque Houston e Golden State non dormiranno sonni tranquilli. Con Gobert in campo e in salute, Utah ha un ruolino di marcia formidabile.

Per gli Spurs, trasformarsi da favorita a mina vagante è questione di attimi. Se confermassero la fase calante, qualificandosi magari come settima o ottava, ma recuperassero un Kawhi Leonard finalmente in forma per il finale di stagione, starei con gli occhi ben aperti e mi attenderei qualche magia da coach Pop. Attenzione anche ai Thunder, troppo incostanti per puntare in alto, ma in stagione hanno dimostrato di poter battere Golden State: per ben due volte e con ampi margini, in partite combattute. Sono stati costruiti per quello, oserei dire, e la rivalità che ne è scaturita promette scintille.

Nella Eastern Conference è più facile individuare il lotto delle partecipanti al ballo, i Pistons sono noni a quattro vittorie di distanza dai Bucks, ma le posizioni in griglia sono tutt’altro che delineate. Se i Cavs scendessero oltre la quarta piazza che occupano attualmente, potremmo ancora considerarli la squadra da battere? E fino a che punto i Pacers resteranno una Cenerentola, freschi di terzo posto appena conquistato? Quelle che viaggiano davvero a fari spenti, minacciando un colpo grosso già dal primo turno, mi sembrano Philadelphia 76ers e Milwaukee Bucks. Come i giovani eroi di un fumetto i Sixers hanno tantissimo potenziale latente, che dimostrano solo a sprazzi, e i playoff sarebbero il palcoscenico perfetto per un rito di iniziazione, magari portando a casa uno scalpo importante. In stagione hanno battuto sia Boston che Cleveland, e giocato alla pari più o meno con chiunque.

Anche i Bucks sono difficili da decifrare. Sembrano degli underachiever rispetto ai mezzi di cui dispongono, ma licenziare Jason Kidd è servito fino a un certo punto. Quel che è evidente, è che Giannis Antetokounmpo sia un matchup nightmare per qualsiasi bipede senziente e per di più gioca come un indemionato, vuole confermare coi fatti tutto l’hype che gli hanno costruito intorno. Alla batteria di tiratori che ne raccoglie gli assist “basterà” imbroccare quattro serate giuste e qualunque avversarsio potrebbe finire incornato.

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One thought on “NBA Five Questions (Ep.1)

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