Per accorgersi che l’NBA moderna è dominata dai Golden State e dai Cleveland, non serviva certo attendere l’attività frenetica occorsa alla trade-deadline dello scorso 23 febbraio, che ha visto protagonisti i Cavs del GM David Griffin, e, più in sordina, i Warriors del discepolo di Jerry West, l’ex agente Bob Myers.

Il continuo ripetersi del medesimo copione per ogni free-agent interessato a firmare solo coi Dubs o coi Cavs, ha rinforzato l’assunto di una National Basketball Association ridotta a grigio preludio di un’inevitabile terza finale consecutiva tra la compagine californiana e quella dell’Ohio, con i ricchi che diventano sempre più ricchi, una Regular Season che non ha più senso seguire e tante altre amenità assortite che, da mesi, sentiamo ripetere in continuazione.

Forse però, le cose non stanno proprio così, e questa sensazione d’ineluttabilità andrebbe messa in prospettiva. Vuoi perché i Washington Wizards hanno rinforzato la panchina con Brandon Jennings e Bojan Bogdanovic, vuoi perché in NBA, quando si dà qualcosa per scontato, il ribaltone è dietro l’angolo, e, infine perché a ben vedere, due franchigie dominanti non sono necessariamente un problema: quante parole sono state infatti spese per incensare la favolosa epica degli anni ottanta, quando il Larry O’Brien Trophy era un affare privato tra i Boston Celtics e i Los Angeles Lakers, con il loro codazzo di stelle saltate a bordo dei carri vincenti (Bob McAdoo e Bill Walton)?

Si sono viste frontline peggiori!

A confermare l’assunto dell’imprevedibilità di questa lega, sono arrivati purtroppo due infortuni (anche se qualcuno, disgustosamente, ha trovato modo di festeggiarli come se fossero una punizione divina).

Il primo ha eliminato Kevin Durant dall’equazione almeno fino ai Playoffs, cambiando radicalmente le prospettive dei Dubs, che stavano dominando senza problemi la Western Conference, e ora invece guardano preoccupati nello specchietto retrovisore, dove i soliti Spurs fanno minacciosamente capolino (al momento di scrivere, tra le due contendenti ci sono 2,5 lunghezze, ma San Antonio ha vinto 7 delle ultime 10, i Dubs sono 5-5).

Il secondo di questi infortuni, ha colpito lo sfortunatissimo centro australiano Andrew Bogut, tagliato dai Dallas Mavericks, accasatosi in Ohio e rottosi la tibia dopo 58 secondi con addosso la maglia color vinaccia di Cleveland, che l’ha prontamente sostituito con Larry Sanders, il discusso e discutibile pivot ventottenne, rientrante dopo un sabbatico durato poco più di due anni (e costato svariati milioni ai Milwaukee Bucks) che ha già fatto il proprio esordio stagionale nella cicloturistica contro Detroit, giocando due minuti e chiudendo con una stoppata e due falli.

Al netto delle due superpotenze, l’NBA trabocca di motivi d’interesse, considerando i risultati mietuti da ottime squadre pronte ad approfittare di ogni passo falso delle favorite; oltre alla già menzionata Washington, ci sono i Boston Celtics di Isaiah Thomas e coach Brad Stevens: Wiz e Celts sono compagini destinate a dare filo da torcere a LeBron James, in una Eastern Conference improvvisamente meno banale del solito (considerando che la quarta piazza è attualmente occupata dalla Toronto di DeMar DeRozan e Kyle Lowry, che rientrerà in tempo per la Post-Season).

Ad ovest invece, è in atto il worst-case-scenario preconizzato in estate, quando Larry Lacob e Myers andarono all-in su Kevin Durant sacrificando due titolari “storici” della franchigia, Bogut e Harrison Barnes. Ora che Durant gira in stampelle, coach Steve Kerr e i suoi assistenti, Mike Brown e Ron Adams, si ritrovano a fare i conti con una rotazione corta tra gli esterni e con uno Shaun Livingston meno scintillante del solito.

Gli Splash Brothers e il levantino Draymond Green sono così tornati protagonisti assoluti del basket sulla Baia, ma è evidente a chiunque che se a completare il quintetto ci sono Zaza Pachulia e Matt Barnes, e dalla panchina escono Patrick McCaw e James Michael McAdoo, l’impatto (offensivo e difensivo) dei “big-three” di Oakland non sarà mai lo stesso degli ultimi due anni, durante i quali hanno mietuto record e vittorie.

Occhi puntati, dunque, sul recupero dell’ala da Texas (in attesa del via libera dei medici, durantula passa il tempo tirando e guardando film, spaparanzato sul divano di casa). Qualche migliaio di miglia più ad est invece, tengono banco gli inattesi passaggi a vuoto di Cleveland e della sua difesa, ad oggi lungi dall’aver il look compatto di una formazione da titolo NBA, a dispetto di una carrellata di nomi e campioni da far tremare le ginocchia, e di un attacco inarrestabile, comandato con maestria da un LeBron formato MVP.

Sanders cattura l’immaginazione anche per l’aura da maledetto che tanto piace ad una parte del pubblico, e Deron Williams è un secondo playmaker dall’indubbio pedigree (al contrario del vino buono, invecchiando non è però migliorato, specialmente in difesa), ma l’addizione più positiva è stata, a sorpresa, Derrick Williams, accolto in Ohio dagli sbadigli, e diventato rapidamente un beniamino della Quicken Loans Arena, e, quel che più conta, un pezzo importante nelle rotazioni di coach Tyronn Lue, che gestisce un monte salariale schizzato alle stelle.

Già, il salary cap. Si è molto discusso del ruolo recitato dal nuovo CBA (l’accordo collettivo tra l’associazione giocatori –l’NBAPA– e i proprietari: quello attuale è in vigore dal 2011) nella parabola dei Warriors e dei Cavaliers, frutto invece di logiche cestistiche e situazioni eterogenee, che hanno poco a che vedere con le regole contrattuali (uguali per tutti) e molto con l’abilità nel costruire i presupposti per approfittare appieno di ogni opportunità recata in serbo dagli dei del basket.

Non è infatti quest’ultimo CBA ad aver decretato la possibilità per le stelle di cambiare squadra, o la facoltà per i veterani di firmare contratti al ribasso; i fattori in gioco sono invece l’innalzamento del cap (che ha creato spazio salariale, ed è frutto dei ricchissimi contratti televisivi siglati dalla NBA) e la mentalità imperante tra le superstar, che trattano le franchigie come vettori funzionali alla vittoria o all’auto-promozione.

L’esperienza dei Miami Heat targati Dwyane Wade, LeBron e Chris Bosh dovrebbe in tal senso far riflettere, perché gli amigos di South Beach si allearono durante la vigenza del vecchio accordo collettivo. Insomma, finché la cultura dominante (dei giocatori così come del pubblico) resterà questa, tutta improntata al championship-or-bust, non saranno certo le regole contrattuali a fermare le transumanze.

Questa situazione è foriera di elementi negativi e positivi che non si possono scindere. Se da un lato è entusiasmante potersi gustare l’attacco dei Dubs impreziosito da Durant, dall’altro è deprimente perdere una contender come Oklahoma City, solo perché KD voleva una chance migliore per vincere rispetto a quella garantita da Russell Westbrook e coach Billy Donovan.

Vietare il trasferimento ai KD di questo mondo non avrebbe senso; viceversa, dovremmo tutti (appassionati, giornalisti e addetti ai lavori) tornare ad apprezzare le stelle in virtù della loro grandezza, criticandole all’occorrenza, senza però appiccicare asterischi o glosse da “eh però, niente argenteria” che nulla aggiungono alla valutazione del giocatore.

Peraltro, a ben vedere, il titolo non è un metro di misura equanime per stabilire chi sia “meglio”: l’unico anello vinto da Dirk Nowitzki, con i suoi Mavs, “pesa” forse più dei tre vinti da LBJ, scegliendosi la squadra più forte; alla stessa stregua, siamo certi che l’anello vinto nel 2015 avrà sempre un posto speciale nel cuore della Dub-Nation, anche rispetto ad un eventuale bis, perché un conto è vincere con un gruppo coltivato anno dopo anno, un altro è trasformarsi in un taxi per superstar affamate di titoli.

Ciò detto, è bene ricordarsi che gli anelli si conquistano sul campo, e non c’è nulla di scontato nemmeno per le collezioni di campioni accumulate da Golden State e da Cleveland; le rotazioni lunghe aiutano ad arrivare freschi ai PO (anche se Kyrie Irving e LBJ sono abbastanza spremuti, JR Smith e Kevin Love sono stati a lungo ai box, e gli Splash Brothers dovranno fare gli straordinari da qui a maggio) ma sul parquet contano cuore ed esecuzione, non certo i nomi scritti sulle maglie.

Mentre Dubs e Cavaliers cercano di risolvere i loro problemi, tante squadre assistono alla finestra, pronte ad approfittare dell’eventuale capitombolo delle Finaliste del 2015 e 2016: detto di Raptors, Wizards e Celtics, occorre spendere qualche parola per i San Antonio Spurs e gli Houston Rockets. I primi sono un prodotto consolidatissimo, forte di una superstar assoluta come Kawhi Leonard al servizio di una cultura sportiva unica, mentre i secondi costituiscono un’incognita affascinante.

Houston ha sposato in pieno le idee di Mike D’Antoni, spingendole all’estremo. Non siamo sicuri che questa sia la scelta giusta per puntare al titolo, perché il tiro da tre è storicamente un’arma inaffidabile, e la difesa imbastita da Jeff Bzdelik non ci sembra all’altezza, ma James Harden e la sua pletora di tiratori saranno un cliente scomodissimo per tutti, Kerr e Popovich inclusi. E pensare che 12 mesi fa rappresentavano l’epitome della disfunzionalità!

Bocciare l’esperimeno dantoniano solo perché (eventualmente) non consentirà l’approdo in Finale, sarebbe l’ennesima operazione improntata al manicheismo sportivo, quando, viceversa, i Rockets hanno arricchito questa stagione NBA, portando spettacolo, recuperando ai massimi livelli quel genio cestistico del Barba, e divertendo i fortunati possessori di un abbonamento al Toyota Center.

Arriviamo così all’altra metà del cielo della mentalità championship-or-bust: secondo i seguaci di Sam Hinkie, ex GM di Philadelphia, chi non è in condizione di giocare per il Larry O’Brien Trophy dovrebbe tankare per approfittare delle regole NBA e del meccanismo della Lottery, garantendosi i migliori prospetti futuri.

Se davvero però ogni franchigia non pronta per vincere decidesse di ripartire da zero, avremmo una NBA spaccata in due, con poche franchigie ultra-competitive da un lato, e dall’altra, una masnada di formazioni scadenti, intente a scaricare giocatori e perdere il più possibile!

La tentazione di seguire The Process c’è ed è forte, perché oggi Philly annovera nelle sue fila Dario Saric e Ben Simmons, ma gli infortuni occorsi al povero Joel Embiid e la modesta contropartita rimediata in cambio Nerlens Noel dovrebbero allertare chi immagina un collegamento necessario tra tanking e successo.

Questo focus eccessivo risposto sulla vittoria sta trasformando anche il modo in cui i fans guardano alle loro squadre: siamo giunti al punto di deridere le formazioni che si fermano al secondo turno, costruendo un clima disfattista del tutto ingiustificato. Succede ai Los Angeles Clippers di Chris Paul, ma c’è anche chi guarda storto i Boston Celtics, perché non si sono buttati su Jimmy Butler o Paul George.

Ragionando così, si perde di vista il basket, il gusto di seguire una squadra e i suoi graduali progressi, rincorrendo invece l’odioso adagio per cui il secondo classificato è il primo degli ultimi. Conta solo il risultato finale, e quindi se non si è pronti per vincere, si ha l’impressione di star perdendo tempo: dato che crediamo già di sapere chi giocherà le Finals (ma ripetiamo, non è affatto scontato che ciò succeda), il resto è noia.

Per assurdo, se avessero seguito The Process, i Golden State Warriors non avrebbero mai vinto il loro titolo: che senso avrebbe avuto infatti, scambiare Monta Ellis per Andrew Bogut, e promuovere in quintetto una guardia all’epoca ritenuta fragile e incapace di spostare l’ago della bilancia come Steph Curry? Molto meglio accumulare scelte!

Con tutte le strepitose tecnologie a disposizione del draft (che oggi, grazie soprattutto all’intraprendenza di Daryl Morey, conta anche modelli matematici di analisi della personalità dei giocatori), un Kawhi Leonard o un Giannis Antetokounmpo possono sempre passare inosservati, vanificando ogni strategia di tanking “scientifico”.

Pensare che il basket si riduca alla vittoria finale, o che si possano contare le carte, come al tavolo da blackjack, è mortificante rispetto all’infinta complessità e ricchezza del basket e in fondo, anche rispetto all’imprevedibilità delle persone, che possono sorprendere o deludere: quanti gruppi, teoricamente inaffondabili, sono viceversa naufragati, e quanti underdog hanno smentito i detrattori?

Come direbbe il sornione Phil Jacksonche peraltro, di titoli NBA se ne intende– il viaggio è importante tanto quanto la meta, ed è forse la parte più romantica di questo meraviglioso sport, e ci consente di assistere all’epopea di due squadre leggendarie, e a tante, tantissime splendide storie che si intrecciano in un mandala chiamato NBA.

Post By Francesco Arrighi (199 Posts)

Seguo la NBA dal lontano 1997, quando rimasi stregato dalla narrazione di Tranquillo & Buffa, e poi dall’ASB di Limardi e Gotta.
Una volta mi chiesero: “Ma come fai a saperne così tante?” Un amico rispose per me: “Se le inventa”.

@francescoarrigh

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4 thoughts on “Championship or bust: giusto o sbagliato?

  1. Condivido l’opinione di fondo ma non troppo l’analisi. Fra giocatori ok, e per certi versi è normale che la massima aspirazione di uno sportivo sia vincere. Ma davvero anche fra appassionati c’è tutta questa ossessione della vittoria? E davvero c’è tutta questa gente che gioisce per gli infortuni dei giocatori “antipatici”?
    O forse sono io che seguo uno sport in maniera abbastanza neutrale da non avere la percezione degli altri

  2. Il mio è ovviamente un punto di vista soggettivo, tanto quanto il tuo: forse i social media amplificano la percezione, offrendosi come cassa di risonanza per una minoranza, che però c’è ed è rumorosissima. Non voglio improvvisarmi sociologo, ma siamo tutti immersi in questo tipo di mentalità aggressiva.

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