È estate, gli argomenti scarseggiano e abbiamo di tenervi compagnia proponendovi “Non c’è tre senza quattro”, la storia dei Buffalo Bills di Jim Kelly contenuta nel libro Bisogna saper perdere: le dieci più incredibili, epiche e devastanti sconfitte nella storia dello sport scritto da Giorgio Barbareschi.
La prima e la seconda parte di questa storia sono disponibili qui e qui. Se volete leggere le altre nove, potete acquistare il libro a questo link.
Buona lettura!


Ma se c’è una cosa che nessuno potrà mai evitare di riconoscere a questo gruppo di giocatori è che siano stati una squadra che ha sempre rifiutato di arrendersi. Nella stagione successiva, quella del 1993, Buffalo vince dodici partite e il titolo divisionale: ancora playoff. I giocatori rispondono a chi li deride dicendo: «Se non volete più vederci, allora batteteci».

Più facile a dirsi che a farsi.. La formazione di coach Levy nel Divisional Round sconfigge per 29 a 23 gli Oakland Raiders e nella finale della AFC demolisce per 30 a 13 i Kansas City Chiefs, approdando così al quarto Super Bowl consecutivo.

Più di 200 yard dallo scrimmage e tre touchdown: si vedeva che Thurman Thomas voleva andare al Super Bowl a portare a termine la missione?

«We’re back!». Buffalo è l’emblema della resilienza, di chi viene gettato a terra ancora e ancora, ma rifiuta di smettere di rialzarsi. Contro tutto e contro tutti, i Bills sono di nuovo a un passo dal titolo di campioni del mondo.

Nel Super Bowl XXVII di Atlanta di fronte ci sono di nuovo i Dallas Cowboys, gli autori del massacro di dodici mesi prima a Los Angeles, che però i Bills avevano battuto a domicilio nell’ultimo scontro della stagione regolare. Arrivati a questo punto, la cocciuta perseveranza dei Bills ha conquistato persino i non appassionati di football, e il pubblico, che nonostante tutte le prese in giro vorrebbe vedere il lieto fine della favola, il giorno della partita è tutto dalla parte della squadra dello stato di New York.

I Bills dominano il primo tempo e vanno avanti di un touchdown, ma non sfruttano a dovere alcune occasioni e a metà gara conducono solo di sette punti, 13 a 6. Sono comunque in vantaggio e mancano appena due quarti: trenta minuti per raggiungere quella vittoria che è sempre beffardamente sfuggita, trenta minuti per togliersi dalla spalla quella dannata scimmia che proprio non vuole saperne di scendere.

Nonostante il vantaggio, nell’intervallo il clima tra le fila dei Bills è pesante. C’è molta tensione e i giocatori sono esausti, soprattutto dal punto di vista mentale. Tutte quelle sconfitte alla fine hanno scavato una crepa nelle sicurezze della squadra, e al rientro dagli spogliatoi Thurman Thomas, il miglior giocatore di Buffalo, si fa sfuggire il pallone su un placcaggio della difesa, commettendo il secondo sanguinoso fumble della serata.

Anni dopo Thomas dirà: «Mi fece male allora e mi fa ancora male oggi. Sento che quel giorno ho abbandonato i miei compagni nel momento del bisogno». Quella palla persa azzera l’inerzia per i Bills, e l’attacco dei Cowboys da lì in poi prende possesso del campo.

Per Buffalo, tutta la magia di quei quattro anni di grande football è completamente svanita. Non ci sono più energie. Non c’è più spirito combattivo. Non c’è più niente. Kelly e compagni nel secondo tempo non riescono più a segnare nemmeno un punto mentre i Cowboys dilagano e chiudono la partita sul 30 a 13, conquistando il secondo anello consecutivo e lasciando per l’ennesima volta gli avversari a piangere nella polvere. Buffalo ha raggiunto il Super Bowl quattro volte, in quattro anni consecutivi, e per quattro volte è stata sconfitta dagli avversari.

Ben otto membri di quei Bills saranno introdotti in seguito nella Pro Football Hall of Fame, l’arca della gloria di norma riservata ai grandi trionfatori ma in grado ogni tanto di riconoscere il valore di chi alla vittoria non è mai arrivato, premiando così il segno indelebile che anche alcuni sconfitti hanno lasciato nella storia dello sport.

Di quella squadra fantastica, soltanto il wide receiver Don Beebe riuscirà in seguito a tornare in finale. Lo farà qualche anno dopo con la maglia dei Green Bay Packers e finalmente, al quinto tentativo personale, vincerà il titolo NFL. Allo scadere del cronometro che decreta la fine del Super Bowl XXXI, il quarterback dei Packers, il grande Brett Favre, gli consegnerà il pallone della partita dicendo: «Non c’è nessuno più meritevole di te per conservarlo». Beebe oggi racconta che nella felicità di quel momento si sentì allo stesso tempo molto triste, perché avrebbe voluto che anche i compagni e i tifosi dei Bills fossero lì con lui per sperimentare la medesima gioia.

Il quarterback abbracciato da Beebe è Brett Favre, non Jim Kelly: fa male.

I Buffalo Bills del quadriennio 1990-1993 sono stati la squadra con il miglior record complessivo dell’intera lega e, pur senza essere mai riusciti a compiere il passo definitivo verso la consacrazione, devono essere di diritto considerati tra le migliori squadre nella storia di questo sport. La maggior parte dei giocatori che ogni anno si presentano ai nastri di partenza della stagione NFL non solo non vincerà mai un Super Bowl, ma nemmeno riuscirà a parteciparvi. Quei ragazzi lo hanno fatto e per quattro volte consecutive sono arrivati a disputare la partita che è riservata solo all’élite dell’élite del football professionistico. Questo, a prescindere dalle sconfitte in finale, non è qualcosa che possa essere dimenticato o ridimensionato tanto facilmente.

In fondo, proprio il leggendario coach Vince Lombardi ha detto che «non importa quante volte cadi, ma quante volte cadi e ti rialzi». Kelly e compagni sono caduti e si sono rialzati, ancora e ancora, rifiutando di arrendersi alla sconfitta.

Riusciranno un giorno i Bills a vincere quel maledetto Super Bowl che ancora oggi manca nella bacheca della franchigia? È probabile, perché la ruota gira e prima o poi si fermerà anche sul loro numero. Quel giorno spero che la gente di Buffalo ricorderà e onorerà anche i membri di quella storica squadra degli anni Novanta che fu così vincente e così perdente allo stesso tempo. Una squadra che per quattro volte venne respinta sulla linea del traguardo ma che non smise mai, fino all’ultimo, di lottare.

Non è forse questo il vero significato della parola sport?

2 thoughts on “Non c’è tre senza quattro: la storia dei Buffalo Bills di Jim Kelly (ultima parte)

  1. Il primo contro i Giants era assolutamente da vincere. Era tutto apparecchiato ma…Ines York rimase sempre lì appiccicata ed infine la spuntò grazie al calcio sbagliato. Ciò generò in loro negli altri SB una piccola crepa, una piccola fragilità che furono alla base delle altre tre sconfitte.

    • Vero, alla fine la vera occasione fu nel primo SB. Avessero vinto quello, magari sarebbe cambiato anche il loro futuro…

Leave a Reply to Giorgio Barbareschi Cancel reply

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.