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I Chicago Bulls erano giunti ai playoff NBA reduci da una stagione regolare ben al di sopra delle attese, anzi, per certi versi, persino strepitosa, se si mantiene il focus sull’aver perso dopo poche gare la propria stella, quel Derrick Rose tanto agognato quanto sfortunato, e dopo che a gennaio aveva fatto le valigie anche Luol Deng (in cambio del passaggio solo burcartico del fantasma di Bynum, subito tagliato), il secondo violino offensivo del team.

Eppure coach Thibodeau, un vero mago, è stato in grado di ricavare il meglio da una squadra chiaramente menomata, lavorando sulle motivazioni, rivitalizzando giocatori poco considerati (uno su tutti, DJ Augustin) e facendo della cultura difensiva il cardine delle sue fortune.

Infatti la regular season aveva visto Chicago chiudere quarta nella Eastern Conference con un positivo record di 48 vinte e 34 perse, preludendo ad un interessantissimo primo turno di playoff contro i rampanti Wizards dell’accoppiata Wall-Beal; ma le premesse non sono state affatto rispettate e i Bulls sono stati spazzati via con un perentorio 4 a 1 che non ammette alcuna recriminazione.

Nessuno alla vigilia della serie avrebbe pronosticato un’uscita di scena così ingloriosa, sia perché ci si aspettava obiettivamente di più dai Bulls, più esperti, più quadrati e più rodati in post-season, sia perché non si conosceva il reale valore di Washington, squadra tanto talentuosa e fresca quanto inesperta e a digiuno di playoff da diversi anni.

Tuttavia se si guardano i roster delle due franchigie si può notare che i Wizards avevano esattamente le armi necessarie a mettere in imbarazzo una Chicago orfana di Rose e a corto di talento offensivo come nessun’altra squadra approdata ai playoff.

Wall e Beal sono rispettivamente la combo-guard e la guardia perfette per tagliare la difesa dei tori, perché né Augustin né Hinrich avevano il passo per tenere Wall, e Beal ha potuto banchettare – complice un Jimmy Butler tutt’altro che irreprensibile – sugli scarichi del compagno raddoppiato.

Ariza d’altro canto non ha avuto alcun problema a difendere su Dunleavy (tranne nell’unica gara vinta dai Bulls, in cui il 34 si è travestito da Larry Bird e ne ha messi 35 con un clamoroso 8/10 dalla lunga distanza) mentre il reparto lunghi di Chicago è andato incontro a difficoltĂ  forse inattese (Noah, dopo una stagione pazzesca ed il meritato premio di difensore dell’anno, aveva assunto un’aura da totem invalicabile). Però spesso si dimentica o si sottovaluta il valore di un centro come Gortat ed il talento cristallino del brasiliano Nenè, la tipologia di lungo tecnico e imprevedibile che Noah soffre maggiormente.

Non si deve inoltre trascurare la pochezza della panchina dei Bulls, la quale, escluso Gibson (l’unica nota davvero positiva dei playoff, chiusi a oltre 18 punti di media), non si è rivelata sufficiente a creare difficoltà all’altrettanto risibile second unit dei Wizards (anche se l’aggiunta di un saggio come Miller è stata preziosissima): Augustin non ha ripetuto le straordinarie gesta della regular season, Fredette non ha mai messo piede in campo, Snell è ancora troppo acerbo per certi livelli (pur rimanendo interessante in prospettiva), senza tener conto degli altri carneadi come Mohammed o gli ultimi arrivi di aprile Amundson, Mike James e Ronnie Brewer, francamente impresentabili e inutilizzati da coach TT.

Un’altra enorme delusione l’ha regalata l’uomo probabilmente dal maggior talento offensivo del team in contumacia di Rose, ossia quel Carlos Boozer che qualche anno fa viaggiava comodamente a 20+10 di media, pur dividendo costantemente tifosi e critica per il fatto di essere una sorta di emblema di “losing effort”, un giocatore capace di grandi statistiche, ma inutile ai fini delle vittorie di squadra.

Boozer non è mai riuscito a levarsi questa scomoda etichetta, anzi, negli anni essa si è persino enfatizzata alla luce della pochezza difensiva dell’ex Jazz.

Ora per lui si sta per aprire un’estate bollente, con la prospettiva sempre più concreta di venire amnistiato, per la gioia di tutti i tifosi dei Bulls, liberando spazio salariale utile per firmare un grande nome, ma di questo parleremo fra poco.

Alla luce di quanto visto nelle cinque partite di un primo turno disastroso si è ineluttabilmente evidenziato il punto debole di Chicago: la pressoché totale mancanza di talento offensivo, di un go to guy abile a crearsi autonomamente tiri e soluzioni per andare a canestro, un’opzione imprescindibile soprattutto nella sfide tirate e nei playoff quando le difese si intensificano e si chiudono gli spazi, e il gioco corale non basta più, ma deve emergere l’individualità, così come è sempre stato nella storia della NBA.

Alcuni potrebbero asserire che sarebbe dovuto essere Rose il condottiero dell’attacco dei Bulls, la star da cui dipendono le sorti della squadra, e non avrebbero torto; però su Rose aleggia uno spaventoso punto di domanda: sarà ancora quello dell’MVP?

SaprĂ  davvero tornare a quei livelli o i terribili infortuni che lo hanno martoriato negli ultimi due anni lo hanno limitato in modo incontrovertibile?

Le risposte a queste domande potrà darcele solamente il campo, ma è innegabile che il sospetto che i picchi di un tempo non potranno più essere raggiunti, almeno non con la continuità alla quale un tempo eravamo abituati, anche per il fatto di adottare uno stile di gioco nel quale atletismo e incoscienza erano/sono all’ordine del giorno.

Le dieci partite in cui ha calcato il parquet ad inizio stagione avevano mostrato un D-Rose lontanissimo parente dell’MVP 2011 (smentendo una pre-season in cui aveva fatto gridare al miracolo con qualche prestazione notevolissima): poca confidenza nelle entrate a canestro che lo hanno reso celebre, percentuali al tiro oscene, una tendenza preoccupante alle palle perse banali ed una diffusa sensazione di vedere un giocatore che vorrebbe a tutti i costi dimostrare di essere il meraviglioso campione che era, ma che, almeno in quel lasso di tempo, semplicemente non riusciva più ad esserlo.

L’augurio di tutti gli appassionati è che Rose riesca a recuperare pienamente per tornare a dare spettacolo sui parquet della NBA (lui che era un abbonato alla Top 10 delle azioni più spettacolari della notte); vederlo ai nastri di partenza della prossima stagione tonico ed in salute, sorridente e pronto a trascinare i Bulls ad una stagione esaltante sarebbe la sorpresa probabilmente più bella che potremmo trovare.

Chicago in ogni caso non può vivere un’estate di mercato ed una programmazione a breve-medio termine basandosi esclusivamente sui condizionali legati alla salute del suo figlio prediletto, perciò è inevitabile e lungimirante cercare delle alternative, vagliare il mercato dei free-agents e possibilmente migliorare il roster a disposizione dell’allenatore, sia esso Tom Thibodeau od un nuovo coach se quest’ultimo lasciasse (le sirene in tal senso sono insistenti da mesi, le ultime provengono da Oakland e da Los Angeles sponda Lakers, ma finora l’unica certezza è che coach TT è ancora ai Bulls e non ha mai detto di volersene andare).

Qualora Thibodeau rimanesse ai Bulls – e al momento questa pare essere la soluzione più probabile – aumenterebbero ulteriormente le possibilità di firmare Carmelo Anthony, del quale si parla dall’inizio della scorsa stagione (quando Melo con tempismo invidiabile affermò che avrebbe voluto testare la free agency), e grande estimatore di Thibo.

Carmelo sarebbe l’aggiunta perfetta per una squadra dall’ossatura prettamente difensiva come Chicago, diverrebbe l’arma offensiva totale che tanto è mancata soprattutto nei playoff, in cui, come detto in precedenza, l’assenza di talento puro e di bocche da fuoco è stata la causa prima del fallimento nella serie contro Washington.

Peraltro Anthony nel sistema Bulls troverebbe la quadratura ideale per il suo gioco, un insieme di ottimi difensori capitanati dal suo amico Noah (secondo i rumors il principale fautore dell’arrivo di Melo) che coprirebbe le sue lacune in tal senso e la libertà di grandinare i canestri avversari a proprio piacimento, specialità nella quale ha dimostrato di non conoscere rivali.

Uno spogliatoio più sano e decisamente più solido del mattatoio in cui ha vissuto a New York, dei compagni di squadra complementari e non conflittuali, un allenatore finalmente degno di questo nome, un ambiente meno claustrofobico e più vivibile e soprattutto delle concrete ambizioni di arrivare all’anello specialmente con un Rose recuperato (e sarebbe sufficiente un Rose al 70/80% per fare dell’accoppiata Rose-Melo una coppia illegale e devastante): ci sarebbero davvero tutte le condizioni per un matrimonio perfetto, ora non resta altro che attendere, il solleone di luglio ci dirà se il trio Rose-Anthony-Noah potrà mettersi alla prova dalla stagione 2014-2015, alla caccia del titolo che a Chicago manca dai tempi di MJ, e davvero con un quintetto Rose-Butler-Anthony-Gibson (finalmente e meritatamente starter)-Noah sognare sarebbe tutt’altro che proibitivo.

La condizione primaria per la firma di Carmelo è quella di applicare l’amnesty a Boozer, liberandosi finalmente e senza rimpianti dei folli 15,5 milioni del suo salario: una volta amnistiato si potrà ragionare con maggiore libertà sulle mosse da compiere, che, ovviamente, non potranno fermarsi a Melo, anche perché stanno per diventare free agents due pedine importanti come Hinrich e DJ Augustin, e se il secondo dovrebbe essere rifirmato – a cifre congrue – vista l’ottima stagione disputata, il primo è quasi certo che sceglierà di andare verso altri lidi.

Una buona opportunità per rimpiazzare Hinrich potrebbe essere rappresentata da Nick Young in uscita dai Lakers e alla ricerca di un contratto più ricco: Young potrebbe divenire una sorta di Nate Robinson 2.0 agli ordini di coach Thibo, una scarica di adrenalina in uscita dalla panchina, una ventata di punti veloci e di sana incoscienza che rende potenzialmente letale un sesto uomo di talento, un ruolo che parrebbe cucito su misura per Swaggy P.

Nel caso in cui Carmelo rimanesse a New York grazie alle manovre – anche se risulta difficile immaginare miracoli – di Phil Jackson sarà bene che Paxson abbia pronto un piano B, e, prestando attenzione ai rumors più recenti, sembra che tale piano sia effettivamente in cantiere ed abbia al suo centro una delle rivelazione della stagione passata: Lance Stephenson.

La guardia dei Pacercs, prototipo modernissimo del giocatore all-around, dopo una stagione eccezionale gradirebbe monetizzare il suo cambio di status nella prossima free agency, ambendo ad un contratto pluriennale da almeno dieci milioni a salire, una cifra che Indiana forse potrebbe non essere in grado di garantirgli, mentre i Bulls potrebbero comodamente accontentarlo, creando un back court esplosivo con Rose, spostando Jimmy Butler in ala piccola e disponendo di ulteriore spazio salariale per qualche ritocco.

Grazie al denaro risparmiato rispetto alla firma di Melo, il piano B concernente Stephenson, permetterebbe di portare finalmente a Chicago quel Nikola Mirotic che ha deliziato le arene europee in questi anni, continuando a rinviare l’approdo oltreoceano (i Bulls detengono i suoi diritti dal 2011).

Mirotic sarebbe il terzo lungo ideale alle spalle di Noah e Gibson, tecnica slava e con il gioco lontano da canestro che invece mancherebbe ai due titolari.

In sintesi anche un ipotetico quintetto alternativo Rose-Stephenson-Butler-Gibson/MIrotic-Noah avrebbe legittime ambizioni nei playoff – specie nella desolazione della Eastern Conference – e, se forse sarebbe oggettivamente meno affascinante e competitivo nell’immediato (anche se non è detto) della soluzione con Melo, si tratterebbe però di una squadra indubbiamente più futuribile data la giovane età di Mirotic e di Lance.

L’estate del GM Paxson si prospetta a dir poco calda e problematica, ma l’obiettivo di rilanciare i Bulls e di riscattare la recente orrida eliminazione al primo turno merita la profusione di ogni sforzo.

 

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One thought on “L’estate calda dei Bulls

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