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Lo sappiamo: la petizione degli appassionati che chiedono il ritorno della rubrica di  basket (?) più invidiata a livello mondiale ha ormai raggiunto le cinquecentomila firme. Purtroppo gli impegni lavorativi dei nostri due redattori non consentono facili speranze, ma per chiudere degnamente questo roboante 2019 abbiamo strappato la loro disponibilità per un episodio speciale dedicato ai dieci migliori (o peggiori) momenti di questa prima parte di stagione NBA. Senza un particolare ordine di (de)merito, eccovi la loro selezione.

New York, Old York

Senza sforzarci troppo, avremmo potuto riempire questa Top-10 parlando solo dei New York Knicks, franchigia che ogni giorno che passa assomiglia sempre meno ad una squadra di basket e sempre più ad un episodio della meravigliosa serie Succession. Tralasciando il fatto che la squadra continui a fare schifo come ormai da anni a questa parte e che al posto dei grossi nomi attesi nella passata free agency sia arrivata una collezione di bidoni dell’umido (che tra l’altro fanno pure scopa tecnicamente tra loro), i momenti clou di questa stagione al momento sono stati Marcus Morris che si infortuna giocando sul letto con il figliolo di un anno e Richard Jefferson che ha dichiarato di aver deciso di ritirarsi dal basket nel momento in cui i Knicks gli avevano offerto un contratto.

In tutto questo, dopo un anno e mezzo di improduttivi sforzi la dirigenza newyorkese ha deciso di licenziare coach David Fidzdale, titolare di un non-particolarmente-entusiasmante record complessivo di 21 vinte e 83 perse. Ovviamente il sagace James Dolan continuerà a versare nelle tasche dell’ex-Grizzlies i restanti 17 milioni del suo contratto, ma nel frattempo è già partito il toto nomi: se quelli di Sam Mitchell, Jeff Van Gundy e Mark Jackson sono i più gettonati dai media, più affascinanti sono le ipotesi Becky Hammond (certo, sembra proprio l’ambiente adatto per la prima allenatrice donna nella storia della NBA…) ma soprattutto Ron Artest/Metta World Peace/Panda’s Friend, o come cavolo si chiama adesso. Per vedere l’ex Laker allenare i Knicks anche solo per una settimana saremmo disposti a donare il nostro lauto stipendio all’ente per la protezione delle marmotte finlandesi, ma per ora la squadra è stata purtroppo affidata ad interim all’ex-assistente Mike Miller. Speriamo nel 2020.

Il meraviglioso mondo di Dion Waiters

Una rubrica come la nostra non può non avere tra i propri beniamini uno come Dion Waiters, che negli anni ha saputo emozionarci con perle di ignoranza varia intervallate da giocate da autentico dominatore del parquet (vabbè, forse stiamo esagerando) come questa o questa. Ma se nei primi anni di carriera Waiters ha tentato di fare anche il giocatore di basket, al momento questa occupazione sembra essere passata in secondo piano.

L’ex Cavaliers e Thunder, che nella stagione in corso ancora non ha messo piede sul parquet, ha già ricevuto dai suoi Miami Heat la bellezza di tre squalifiche per un totale di oltre due milioni e mezzo di decurtazioni sullo stipendio. La prima risale alla preseason, per essersi presentato al training camp con un peso forma assimilabile a quello del compianto Pavarotti. Un’altra risale a pochi giorni fa, per aver raccontato di essere a casa malato per poi postare su Instagram una foto che lo ritraeva a prendere il sole in barca. Ma la più bella di tutte è arrivata a metà Novembre, dieci gare di sospensione dopo che Waiters è collassato durante un volo aereo della squadra per una indigestione di orsetti gommosi… alla marijuana.

Siccome in una franchigia guidata da Pat Riley queste cose sono apprezzate come una colonia di ricci nelle mutande, gli Heat stanno ormai da mesi cercando un acquirente per il contratto del ventottenne ex-Syracuse. Sfiga, i quasi venticinque milioni di dollari da versare nelle tasche di Waiters da qui al 2021 sono un discreto deterrente per tutti. Già, senza contare gli orsetti gommosi…

Dal vangelo secondo Bagatta

“Non allarga il cerchio e ti tiene fuori”. Questo il giudizio tranchant di Guido Bagatta su un estratto di telecronaca di Flavio Tranquillo, definita troppo tecnica e poco inclusiva per chi non mastica sufficientemente il gergo del basket NBA. “Perchè se parli di Pick-and-Pock (giuro, ha detto proprio così…) e di tre secondi difensivi poi finisce che la gente si perde”. Allargando con sconforto le braccia e ridacchiando sardonico mentre in sottofondo The Voice parla di isolamenti in post medio, triangolo sul lato debole e spaziature, il buon Guidone asserisce che lui su Eurosport pone particolare attenzione a rendere le sue telecronache comprensibili anche per la casalinga di Voghera. A suo dire anche gli americani utilizzerebbero lo stesso approccio e plaude il contributo di Diletta Leotta che contribuisce a ridurre l’eccessiva tecnicità dei programmi calcistici nostrani (sic).

Sul nostro personalissimo cartellino, Bagatta che critica Tranquillo equivale più o meno ad un imbianchino che definisce approssimativo un affresco del Seicento. Se anche voi rimanete svegli la notte arrovellandovi su come sia possibile che dopo trent’anni ci sia ancora qualcuno che permetta a Bagatta di andare in televisione a parlare di basket (o di qualsiasi altra cosa), vogliamo consolarvi con i video di questo geniale canale di YouTube, che con le varie sentenze pronunciate dal Marv Albert di Cologno Monzese ha composto un vero e proprio vangelo apocrifo.

Il memorabile decennio di Vlade Divac

A Capodanno tendiamo un po’ tutti, volenti o nolenti, a stilare idealmente un bilancio dell’anno che sta per terminare e a fare buoni propositi per quello successivo. Ancora di più se il 31 Dicembre coincide, come stavolta, con la fine di un decennio. Ecco, il bilancio del doppio lustro 2010-2019 per i Sacramento Kings recita un bello zero. Zero, come le apparizioni ai playoff totalizzate dalla franchigia californiana, unica delle trentadue che compongono la NBA a non aver raggiunto la postseason negli anni “Dieci” (sì, ce l’hanno fatta persino Knicks e Suns). L’ultima volta risale al 2006, anno in cui Chris Paul vinceva il premio di Rookie of the Year, Michael Schumacher guidava ancora in Ferrari e l’iPhone esisteva soltanto nella mente di Steve Jobs.

Con un bilancio così, chissà quali saranno i propositi per il nuovo anno del GM dei Kings Vlade Divac, autentico idolo di questa rubrica per tutti i memorabili momenti che ha saputo regalarci. Come quando ha scambiato DeMarcus Cousins per un tozzo di pane pur ammettendo di avere ricevuto un’offerta migliore o quando ha selezionato al primo giro del draft autentici fenomeni di culto come Marquese Chriss e Giorgos Papagiannis nel 2016, Ben McLemore nel 2013 o Thomas Robinson nel 2012.

Ultimamente il giornalista della ESPN Tim MacMahon ha rivelato che Vlade avrebbe deciso di passare la scelta di Luka Doncic al draft del 2018 perché “praticamente suo padre non gli andava a genio e ha pensato: tale padre, tale figlio”. Così invece di accaparrarsi alla numero due quello che con ogni probabilità sarà uno dei giocatori che segneranno la prossima decade NBA, ha preferito selezionare Marvin Bagley. Vlade, possiamo darti un consiglio spassionato? Come buon proposito per il prossimo anno potresti pensare di NON presentarti al draft del 2020. Chissà, magari solo per vedere come va…

Il mio regno per un letto

Nel 1954 lo psicologo Abraham Maslow propose per la prima volta il concetto della “piramide dei bisogni”, uno schema gerarchico delle necessità umane in base alla quale la soddisfazione delle necessità più elementari è la condizione per fare emergere quelli di ordine superiore. Alla base della piramide ci sono i bisogni essenziali alla sopravvivenza: mangiare, bere, dormire. In pratica se ci si può permettere cibo, acqua e un letto su cui riposare, le necessità primarie sono soddisfatte e ci si può concentrare sul resto: sicurezza, appartenenza, stima, autorealizzazione.

Per cibo e acqua ok, ma a quanto pare nemmeno il miliardo di dollari gentilmente offerto dalla Nike oltre ai fantastilioni versati negli anni da Cavaliers, Heat e Lakers hanno permesso a LeBron di acquistare letti a sufficienza per tutti. In occasione dell’ultimo Thanksgiving, l’invasione di parenti e amici nella casa di Los Angeles ha infatti impedito a The King di trovare un posto su cui riposare le regali membra. Con la figlia infiltrata nel letto padronale e tutte le altre camere occupate dai vari ospiti, James avrà probabilmente dovuto accontentarsi di un divano, una vasca da bagno o del tappeto del salotto. Problemi veri, che noi privilegiati tendiamo troppo spesso a dare per scontati.

Cat Fight

Joel Embiid ha iniziato la stagione dicendo che voleva essere una versione migliore di se stesso: basta con gli scherzi, il trolling, il trash talking, è di tempo di puntare a cose serie come il titolo di MVP. Gli strumenti a disposizione ci sono tutti, per carità, ma la coerenza forse abita presso un altro indirizzo perché in poche settimane di regular season siamo già alle solite. Embiid si becca con Karl-Anthony Towns per tutta la partita tra Sixers e Timberwolves, e poi va a finire che si aggrovigliano sotto canestro come due pugili stanchi e innescano una danza di spintoni e smanacciate che li porta giù per terra. Intervengono gli stati generali per separarli, ovviamente, ma a guardare il replay si nota che tutta questa violenza in realtà non c’è stata.

Qualcuno sospetta pure che la manfrina sia andata in scena secondo un copione, come un incontro di wrestling pianificato dai due ragazzoni in un momento di noia estiva, anche perché alla festa si unisce pure Ben Simmons che applica una crossface su Towns e lo fa cedere per tap-out (!!!) La faccenda prosegue con l’immancabile botta e risposta su Twitter (“Sono cresciuto tra i leoni e oggi mi è saltato addosso un gatto”, ha scritto Embiid, frase che non sfigurerebbe in uno dei più banali promo della WWE, e Towns ha risposto postando una foto di Embiid che piange) e con le altrettanto immancabili giornate di squalifica – che però, bizzarro, non toccano Simmons. In tutto questo, Charles Barkley riassume i sentimenti dei nostalgici delle scazzottate anni ’80 e ’90 e definisce la rissa “a snuggle party” – giusto un po’ di coccole.

Un bordello su due ruote

I Phoenix Suns sono una delle belle sorprese di questa stagione. Dopo una gran partenza si sono un po’ affievoliti, ma è sorprendentemente piacevole vederli giocare, pur senza Ayton fuori per squalifica. Rubio è ottimo nel guidare le danze, Booker da realizzatore puro è nella sua dimensione, Oubre sta vivendo un career year e Baynes si è rivelato un role player semplicemente perfetto. In più, la dirigenza si è liberata di qualche peso morto a roster e ha investito su un piano tecnico con coach Monty Williams, anche se magari con prospettive meno ambiziose che in passato.

In tutto questo, suonano un po’ ingenerose le critiche piovute un po’ dal nulla da Marcin Gortat, che dalla Polonia ha spalato quintali di deiezioni animali sull’intera organizzazione Suns. “Sono stati la peggiore franchigia per cui abbia mai giocato, un bordello su due ruote” ha detto il Polish Hammer, chiamando poi in causa più o meno velatamente il proprietario Robert Sarver. Ora, facciamo un passo indietro. Chi è Marcin Gortat? E’ uno che talvolta va in giro su un carro armato e maneggia mitragliatrici indossando divise militari. Che su Twitter non si fa problemi a chiacchierare di sottoscrizioni a siti porno. Che vorrebbe poter risolvere le dispute sul campo da basket in risse sregolate. E che ha un maiale domestico (su questo sospendiamo il giudizio, perché piacerebbe molto averne uno anche a chi scrive). Quindi, come dire: potrebbe trattarsi di uno di quei casi in cui il bue dà del cornuto all’asino.

Un Alex Caruso con più usage

La sensazionale stagione da sophomore di Luka Doncic sta tirando fuori il meglio e il peggio dagli appassionati di basket nostrani. Da un lato, è fantastico che ci sia un’altra stella europea a trascinare l’interesse per il basket NBA, per giunta da una nazione piccola come la Slovenia e con un atteggiamento sempre sorridente e positivo. Uno per cui tifare, insomma, uno per cui appassionarsi al basket se non lo si conosce. Dall’altro, è in atto un’autentica guerra ai due vertici di una scala che, con il basket e con lo sport, ci pare abbia poco a che fare.

Gli integralisti del basket europeo hanno gioco facile a sostenere “ecco, un ragazzino arriva dal Real Madrid e domina in NBA a vent’anni, significa che l’Eurolega è di gran lunga superiore”; altri ancora si fanno accecare dal tifo e iniziano a elevare Luka sopra ai suoi, già enormi, meriti – e non ci sarebbe nulla di male, la passione per lo sport funziona così, ma diventa poco carino quando la strategia per farlo è screditare gli altri campioni. Ed ecco che Luka ascende (suo malgrado, ovviamente, perché il Barba è uno degli ispiratori del suo gioco) a paladino dei crociati anti-Harden che sentenziano: “Luka nello step-back non fa passi, Harden sì”, “Luka non s’inventa i falli come Harden”, “Luka passa il pallone ai compagni, non come Harden” e fanfaronate assortite. Il che, inevitabilmente, triggera gli appassionati NBA di lunga data in un gioco degli opposti che ha del paradossale: per rigettare il fenomeno-moda Doncic, si scagliano contro il giocatore. “Non difende” (grazie al …, commenterebbero dalle parti di Lubiana), “Trae Young è più forte” (boh, chi può dirlo, ma per ora mi atterrei a risultati individuali e di squadra), “Dallas non ha un sistema, danno palla a Doncic e lui fa quel che vuole, è facile fare certe cifre così” (il che lo renderebbe essenzialmente un Alex Caruso con più usage, e ci viene in mente qualcuno che definì LeBron James “un Iguodala più atletico”) e poi, appena Dallas batte Milwaukee senza Doncic, il commento si tramuta in “Carlisle è un grande allenatore e Dallas ha un sistema perfetto, Doncic è solo un ingranaggio, se ci metti un altro giocatore il risultato non cambia”.

Insomma, perché vi abbiamo raccontato tutta questa storia? Principalmente per farci due risate, ma anche perché qui a 7for7 non amiamo il tifo cieco, specialmente quando diventa tifo contro qualcun altro, e amiamo forse ancora meno l’ostilità sterile degli hater. A maggior ragione quando la faccenda riguarda un giocatore come Doncic, che ci sembra un atleta e un personaggio assolutamente positivo per l’immagine del basket e per la competitività del campionato NBA. Non è che per una volta (sì, ok, lo diciamo tutte le volte, ma siamo ottimisti) possiamo goderci lo spettacolo senza rompere i giocattoli degli altri bambini?

Lo zio d’America

Vi ricordate la telenovela estiva di Kawhi Leonard, che ha tenuto sotto scacco tre franchigie e due città? Tra Toronto che gli offriva la poltrona di sindaco e un posto nella casa discografica di Drake e i Lakers che avevano svuotato il monte salari per fargli spazio, alla fine vinsero i Clippers e vennero alla luce le sue diaboliche macchinazioni. Kawhi aveva tenuto i Lakers sulle spine per obbligarli a non muoversi su altri free agent (come DeAngelo Russell), e nel frattempo si era accordato in segreto con Paul George per forzare una trade tra Thunder e Clippers e, una volta ufficializzata, raggiungere LA sponda Clippers.

Mica male le pubbliche relazioni, per uno che parla così poco. Di recente sono emerse alcune indiscrezioni riguardanti un personaggio che invece parla pure troppo, suo zio Dennis, che i tifosi Spurs ricorderanno come principale responsabile della rottura dei rapporti tra Kawhi e San Antonio. A quanto pare zio Dennis aveva contrattato con i Lakers chiedendo una serie di condizioni per la firma del suo assistito, tra cui: una quota di partecipazione nella franchigia, aereo privato, vitto, alloggio e sponsorizzazioni. La Buss aveva dovuto rifiutare, perché era tutta roba illegale, e la NBA sta investigando. Insomma, mettiamoci anche la storia del load management (pensate che bello, avete un collega che guadagna molto più di voi e lavora pure part-time) e l’indicatore della simpatia di Kawhi Leonard comincia pericolosamente a scendere.

From Ja, with Love

Se state guardando Memphis-Cleveland in diretta nel bel mezzo della notte, probabilmente avete commesso qualche atroce peccato in una vita passata e il contrappasso ha deciso di ricompensarvi con una pena adeguata (e no, apparentemente le divise nero-azzurro-pigiama dei Cavs non sono abbastanza). Quantomeno, Memphis ha un bright spot e il suo processo di ricostruzione pare muoversi in una direzione precisa. Quella indicata da Ja Morant, che in assenza di Zion Williamson guida la corsa al Rookie of the Year e ha già accumulato statistiche onorevoli, giocate da highlight e un paio di game winner di grande carattere.

Ecco, appunto, al di là delle doti tecniche e atletiche, che sono già ottime e non potranno che migliorare, Ja Morant ha una bella faccia tosta. Tanto che durante quella anonima Memphis-Cleveland, decide di decollare come se fosse allo Slam Dunk Contest, approfittando di una difesa inesistente (proprio come in uno Slam Dunk Contest). Solo che, appostato sotto canestro, il figurante da saltare non è una mascotte, una Kia o Kevin Hart. C’è Kevin Love che, in un impeto di coraggio, si posiziona per prendere sfondamento. Ja gli salta letteralmente sopra, e viene subito in mente Vince Carter con il malcapitato Weis alle Olimpiadi di Sidney, ma il pallone si stampa sul ferro e rimbalza via. A fine partita, Love ammetterà su Twitter che Morant è andato a pochi centimetri dal mettere fine alla sua carriera, per l’umiliazione. Gli stessi centimetri che separavano i genitali di Morant in volo dalla sua faccia, in sostanza: non dev’essere stata una sensazione piacevole, caro Kevin.

Per questo episodio speciale è tutto. Non sappiamo quando, ma prima o poi torneremo… nel frattempo, voi continuate con la raccolta firme. Grazie e buon 2020 da Giorgio e Andrea.

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