Sembra quasi un sortilegio quello che attanaglia i Dallas Cowboys, l’America’s Team, l’unica squadra NFL per la quale ogni stagione viene definita come un Super Bowl or bust. O si vince tutto o si è completamente fallito, le aspettative sono costantemente altissime, e la disperazione sportiva di Jerry Jones, plenipotenziario auto-investitosi del ruolo di General Manager oltre che esserne il proprietario, ogni anno raggiunge picchi sempre più elevati. La franchigia sembra non riuscire a togliersi di dosso l’etichetta più scomoda che possa esistere nello sport americano, vale a dire quella realizzatrice di ottime regular season che paiono proiettare in luoghi che nel Texas non visitano da metà degli anni novanta, per poi cadere nei playoff con una puntualità disarmante; una situazione frustrante per il morale, per l’impatto psicologico sul gruppo, per quel continuo dover resettare tutto e pensare al campionato successivo con addosso il peso di non essere arrivati dove le potenzialità espresse avrebbero invece permesso, una storia che nel Texas pare scriversi da sola, utilizzando gli stessi termini, le stesse promesse disattese, le stesse illusioni di sempre.

Il football americano è uno sport spietato, perché in postseason è sufficiente un solo errore, e si è fuori. Non c’è una serie, non esistono partite lasciate perdere perché tanto poi ci si può riprovare in gara 7, o si rimane nella perfezione o il trofeo finale va nelle mani di qualcun altro. Dunque, per l’ennesima circostanza, si è parlato molto, moltissimo, di una Dallas finalmente pronta per il definitivo salto di qualità con tratti di stagione regolare assolutamente entusiasmanti, costruiti attraverso un gioco offensivo scintillante, ricco di soluzioni e schiettamente bello da osservare, esaltando un reparto che assieme a quello dei Miami Dolphins è stato di certo il più elettrizzante, per non parlare di una difesa tosta, magari non illibata contro le corse, ma capace di portare grande pressione ai quarterback e adottare il principio del bend but don’t break, conseguendo in un reparto da top ten di Lega.

Nulla di tutto questo è stato espresso nella gara di Wild Card contro i Green Bay Packers, rivelatasi semplicemente un’umiliazione storica che ha distrutto il sogno di rivivere gli antichi fasti di Aikman, Irvin e Smith, quei tempi in cui i Cowboys erano la squadra più forte e inavvicinabile della NFL grazie alla sapiente guida di Jimmy Johnson – e Barry Switzer in seguito, che tuttavia non fece molto di più che vincere con il roster assemblato dal suo predecessore – nonché svelato delle crepe che la regular season aveva mostrato in piccola parte, senza tuttavia togliere i crismi di compagine potenzialmente dominante (matura no, quello era tutto da dimostrare) che i ragazzi di Mike McCarthy avevano costruito con impegno e dedizione, tanto da portare a 16 il numero di vittorie consecutive ottenute tra le mura amiche partendo dal campionato passato, una statistica letteralmente spazzata da questa ennesima fugace apparizione ai playoff. Il pensiero che la disfatta sia giunta proprio dai Packers rappresenta un elemento aggravante, non tanto perché Matt LaFleur, il quale aveva sostituito McCarthy sulla linea laterale di Green Bay, ha chiaramente fornito una lezione di tattica al collega, piuttosto perché era del tutto fuori da ogni previsione che un quarterback sostanzialmente esordiente, possibilmente intimidito dalla grandezza dell’atmosfera, potenzialmente non pronto alla stessa misura di Dak Prescott nell’affrontare la sua prima postseason in uno stadio peraltro inviolato, potesse dominare in tutti i settori statistici proprio come Jordan Love ha dimostrato in terra texana, confezionando la sconfitta di più epiche proporzioni nella storia playoff di Dallas.

Per questo, e per tante altre motivazioni, Jerry Jones ha di che rodersi lo stomaco, se non altro perché il passaggio da Jason Garrett a McCarthy presupponeva una cosa sola: un’attitudine differente nel mese di gennaio. Invece i Cowboys hanno semplicemente scritto un altro capitolo del libro uguale al precedente, considerato che McCarthy possiede un eccellente record di 42-25 in stagione regolare, ma è solamente 1-3 nei playoff, una statistica che risuona sinistramente simile a quelle entusiasmanti edizioni contraddistinte dalla presenza in regia di Tony Romo, tuttavia mai capaci di traslare l’efficienza dei quattro mesi di campionato normale ad un qualcosa di lontanamente simile in postseason. Il peso della percentuale di vittorie che McCarthy porta con sé, che giusto per inciso è il più alto nella storia di una franchigia a dir poco decorata e gloriosa, non fa altro che sottolineare aspetti del tutto indigesti per Jones, dal momento che Dallas è l’unica squadra mai esistita a collezionare 12 vittorie in tre stagioni consecutive senza raggiungere il Championship di Conference, obiettivo che manca da quell’era geologica targata 1995.

La mente del proprietario è infatti immobile a quell’anno, quando l’ingente collezione di trofei pareva presagire un ciclo ricco di altri confetti e vittorie, tanto a costringerlo ad ammettere – davanti ai microfoni della stampa – di essere pronto a un patto con il diavolo pur di raggiungere ancora una volta quell’ambitissimo quarto Super Bowl della sua longeva gestione. Ma è chiaro che qualcosa debba cambiare drasticamente e le problematiche vadano inequivocabilmente corrette, partendo dal fatto che non si sono verificati colpi di testa alla David Tepper – collezionista di teste di allenatori dei Panthers – e McCarthy avrà la possibilità di rifarsi l’anno venturo, il quinto a Dallas, coltivando probabilmente la speranza attraverso la cabala, la quale vuole che il medesimo abbia vinto il Vince Lombardi Trophy proprio al quinto anno sulla panchina di Green Bay.

Da dove partire? Ci sono molte considerazioni da fare in merito, ognuna con la sua relativa importanza. Metteremmo davanti a tutto l’esigenza di capire se a questo punto – dopo vari indizi che conducono vicino alle prove effettive – sia Prescott la persona giusta da incaricare per una missione così prestigiosa. Il quarterback ha giocato magnificamente in regular season e nessuno può opporvi particolari dubbi, primeggiando per numero di passaggi vincenti lanciati in campionato meritandosi varie investiture per il premio di MVP, liquefacendosi tuttavia per il secondo anno consecutivo nel placo più prestigioso, creando una pericolosa proporzione inversa tra la sua efficienza e la consistenza della posta in palio. Le responsabilità vanno distribuite, chiaro, ma il peso psicologico dei due intercetti scagliati domenica non può essere ignorato, a maggior ragione se pongono l’avversario in posizione favorevolissima nel primo caso, e spezzano in due l’inerzia della gara con un riporto diretto in meta nel secondo.

Dove sia finita l’intesa con CeeDee Lamb, uno che tanto per intenderci si è fatto un baffo dei record di franchigia del venerabile Irvin, è un mistero difficilmente risolvibile e non totalmente ascrivibile alle maggiori attenzioni che le difese hanno dedicato a questi nelle gare più importanti, portando, non a caso, alle disfatte più significative dell’anno. Chiedere a San Francisco e Buffalo per maggiori indicazioni sul tema. La questione offensiva è altresì ampliabile al discorso running back e linea offensiva, settori che andranno adeguatamente rimpinzati con il Draft, per ragioni che partono dalla pochezza significativa efficienza di Tony Pollard, sul quale le aspettative erano molto più alte delle 4 yard di media a portata, seppur rimediate con tutte le attenuanti del caso – leggasi l’importante infortunio patito più o meno di questi tempi un anno fa – e terminano con l’età che comincia a farsi sentire su colonne portanti come Tyron Smith.

Jordan Love ha concluso con un rating di 158.3 – la perfezione assoluta – contro una difesa che schierava Micah Parsons, reduce dal massimo in carriera per sack registrati, e DaRon Bland, fresco primatista di intercetti riportati in meta in singolo campionato, nonché coordinata da Dan Quinn, prossimo candidato a una posizione di head coach per il 2024. Proprio Quinn ha dovuto assorbire una cospicua quantità di critiche, dal momento che nulla è stato visto in campo che fosse riconducibile a una delle migliori dieci difese NFL, ponendo in discussione molte delle strategie offensive esercitate, nonché la totale mancanza di disturbo nei confronti di un quarterback inesperto, e proprio per questo più facilmente attaccabile a livello mentale. I 48 punti subiti – con la collaborazione di Prescott – sono la peggior cifra mai raccolta nelle 66 partite di playoff disputate dalla franchigia dalla sua nascita, nati soprattutto da un miscuglio di responsabilità che toccano la disciplina difensiva e la mancanza di comunicazione nelle secondarie. Quinn non ha apportato modifiche alla struttura fisica della formazione nonostante Aaron Jones (giunto a quota 3 mete domenica, contro le 2 segnate in tutto l’anno) stesse perforando l’unità a piacimento con 6 yard per portata; molti degli schemi in fase di terzo e lungo hanno visto Parsons indietreggiare in copertura anziché scatenarlo in pass rush, settore nel quale domenica ha registrato peraltro scarsissimo successo con una sola pressione in 19 down con quel tipo di assegnamento; nonostante sette uomini in copertura il tight end avversario, Luke Musgrave, si è trovato completamente solo per una delle mete di Green Bay; la difesa tutta ha apportato urgenza a Love solamente nel 40% dei 10 blitz chiamati da Quinn, con il quarterback a completare il 100% dei passaggi per 114 yard e una meta sotto pressione, un dato incredibilmente eclatante.

Il risultato? Tutto finito molto prima del previsto, con la parata vittoriosa per le strade di Dallas a rimanere un sogno che Jones farà ancora per molte notti. Una storia scritta, raccontata, tramandata oramai per troppe stagioni consecutive, con la necessità di eseguire quel decisivo passo in più che i Cowboys, di anno in anno, paiono non riuscire a fare, dovendo peraltro inglobare a fatica una sconfitta di proporzioni negativamente storiche, sottolineando uno dei peggiori – se non il peggiore in assoluto – momenti negativi del lungo corso playoff vissuto dalla franchigia. Come al solito si attendono risposte che non si sa se arriveranno. Si faranno speculazioni assortite, sull’incapacità cronica di eseguire un’adeguata e profonda corsa verso quell’agognato Super Bowl. Giungeranno nuovi cambiamenti, nuovi giocatori, forse nuovi metodi difensivi, se Quinn dovesse trovare un posto più prestigioso. E si ripartirà di nuovo da zero, con una squadra di indiscutibile talento, alla quale manca solamente la maturità per misurarsi adeguatamente con le altre contender quando quell’ovale scotta per davvero, perseverando nella speranza che l’epilogo, per una volta, possa essere diverso.

 

5 thoughts on “Dallas Cowboys, storia di un dejà vu

  1. A noi i Cowboys piacciono così: inutili compilatori di statistiche.
    Prescott poi è il numero uno nel genere.

    • Assolutamente d’accordo su prescott, l ho capito poi quando ho visto il video con il real Madrid. È quel tipo di giocatore/personaggio

  2. Non concordo tanto sul confronto Prescott-Love, ovvero giocatore maturo contro pseudo-rookie. L’esperienza può avere la sua importanza, ma molto spesso non è un fattore determinante. Molto più importante dell’esperienza è quella sorta di “dna mentale”. C’è chi la pressione la soffre e c’è chi invece se ne frega, fino ad arrivare a quegli animali da gara che con la pressione ci giocano e si esaltano.

    Non so come proseguirà la carriera di Love perchè la testa è la cosa più imperscrutabile dell’essere umano. Magari diventerà il “non c’è due senza tre” dopo Favre e Rodgers. Magari vincendo anche più di un titolo in una carriera vissuta con la maglia da fenomeno eh eh. O forse soffrirà quando invece dovrà affrontare partite da favorito.

    Quanto a Prescott, quest’anno l’ho visto contro i Niners (le altre le vedo in sintesi, e non è lo stesso), e messo sotto pressione non mi è sembrato ‘sto gran che. Tre intercetti di fila secondo me difficilmente sono un incidente. E tra parentesi devo purtroppo ammettere che Purdy contro i Ravens me lo ha ricordato: anche qui, vedremo.

    Alla fine, questo discorso sull’imperscrutabilità della testa degli individui e di conseguenza delle squadre lo ritrovo ad un altro livello anche nei pronostici. In pochi pronosticavano Dallas perdente al Wild Card. Tutti, me compreso, avevamo in mente i valori tecnici espressi da Dallas durante la stagione, trascurando invece la tendenza inveterata di questa squadra a sottoperformare quando l’occasione si fa importante. Errore da evitare.

    • Ottimo commento Lux lo condivido pienamente. Purtroppo pure io non vede partite NFL per intero e quindi mi è impossibile giudicare a pieno una squadra, un giocatore o un atteggiamento, mi mancano proprio gli elementi chiave. Gli highlights e i numeri possono indicare tanto, ma di certo non forniscono completezza e lasciano fuori molti cose che hanno a che fare con atteggiamento, mentalità, ecc. Come viene detto ad inizio articolo il football è sport spietato, un errore è sei fregato, sbagli approccio mentale ad una partita dopo che ne hai approcciate 16 giuste prima e il giorno dopo sei a guardare gli altri in tv e tu sul divano. Poi, come dice pure tu, la mente umana è strana, sotto pressione può rispondere in tanti modi e spesso sono quelli sbagliati. In più sappiamo benissimo che le squadre non sono mai un gruppo di talento e statistiche, abbiamo vista tante volte team più deboli, con record mediocri e un tasso di talento inferiore ma più unite, più bilanciate, più mentalmente libere o pronte sconfiggere squadroni ricchi di numeri eccezionali e di un tasso di talento individuale enorme. Ed è pure il motivo per il quale seguiamo gli sport, vincessero sempre i favoriti, la NFL e Co. avrebbe gli stessi spettatori della replica di una televendita.

  3. Analisi che condivido in pieno. Purtroppo il pesce puzza dalla testa e il problema principale è sempre JJ.
    Lui che purtroppo crede di esser stato l’unico e assoluto artefice della tripletta e della squadra che ha dominato la metà degli anni 90.
    Nessun altro GM sarebbe ancora al suo posto con quei risultati.
    Quest’anno ero illuso addirittura di avere un buon QB: DP dopo week 4 aveva iniziato a giocare a livelli elevati.
    Purtroppo la fame (rectius: assenza) di vittorie ha tratto in inganno ed è bastato incontrare squadre alla pari per restare ancora a bocca asciutta e mostrare tutti i limiti della squadra.
    Persevare con MC è, a mio parere, blasfemo. Magari l’anno prossimo me ne pentirò e mi cospargerò il capo di cenere. Ma quello che si è visto quest’anno basta e avanza.
    Ora occorrerà rinforzare la OL, prendere un RB, prendere LB, il tutto avendo contratti pesanti da rinnovare e poco margine di manovra al draft.
    E soprattutto siamo obbligati, visto il suo contratto, a continuare con Prescott. Un QB discreto e limitato (sebbene l’anno di grazia possa capitare a tutti: Foles docet).
    Che tristezza

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