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Per noi, che da quando abbiamo ricordo esiste la NBA, la Regular Season, i Playoffs, le Finals, il Draft.

Per noi, che la amiamo da lontano, e non è vero che l’oceano si è ristretto, e quella partita all’anno in Europa è troppo poco e sembra finta, e comunque la vera NBA è dentro i palazzi americani.

Per noi, che alzarci per vedere le Finali alle 4 del mattino non è una sofferenza, ma un privilegio e un orgoglio che i tifosi del calcio non potranno mai capire.

Per tutti noi, da più di 20 anni, la NBA è stata, è e sarà Kobe Bryant.

Ed ecco quello che ha significato Kobe, per noi.


Oggi fuori da casa mia c’è la nebbia e tanto silenzio, e io pensavo di essermi scampato le lacrime e invece ho cominciato a piangere stamattina alle 10 e non ho ancora smesso. Sto pensando a un’altra mattina, il 25 giugno 2013, mi scrive un amico: c’è Kobe Bryant al bar del tuo paese. Un paesello di collina da poche centinaia di anime, ci aveva abitato da piccolo, quando il papà giocava in Italia, ed era tornato a fare una visita. I miei amici gli daranno la caccia in città, senza successo, per tutta la giornata, uniche testimonianze del suo passaggio poche foto dove sfoggiava un outfit vacanziero color fenicottero. Io però posso giocare d’anticipo, il bar è letteralmente a due minuti da casa. Mi metto la maglia dei Celtics e corro in paese, volevo fare finta di trovarlo al bar per caso e sventolargli il 34 di Paul Pierce sotto al naso. Ero convinto che l’avrebbe trovato divertente, e poi me ne sarei potuto vantare in giro: non gli ho chiesto l’autografo, anzi l’ho un po’ sfottuto, perché non mi è mai stato tanto simpatico. Volevo vendicarmi perché tre anni prima, nelle Finals 2010, aveva sottratto ai Celtics una vittoria che sentivo di meritare. Ero solo, abitavo in una città straniera e senza amici, il basket in streaming e la Boston dei Big Three erano due dei miei pochi appigli.
Ovviamente quando arrivai al bar Kobe era andato via da un pezzo. Perché non sono uno mattiniero. E oggi mi pesa lo stomaco dal senso di colpa, per non essermi svegliato prima e non averlo conosciuto, per non essermi reso conto che quella vittoria del 2010 io non la meritavo proprio per niente e che invece lui l’aveva voluta e se l’era presa, per questo dolore profondamente egoista che provo per un uomo che non conoscevo e che ho solo sfiorato senza accorgermi di quanta parte avesse nell’amore che ho per questo gioco e per le cose del mondo. C’è un campetto da basket nel mio paese. Quando Kobe lo vide nel 2013 ci rimase male, perché era in disuso. Nel 2018 hanno rimesso i canestri. Nel 2019 hanno rifatto le righe, anche se sono un po’ sbilenche. Oggi, a mezzogiorno, ci ho lasciato al centro un pallone, io ancora non riesco a smettere di piangere, ma
magari qualcuno lo troverà e sorriderà.

Andrea


Dear Basketball Legend
Magic-Michael-Tu-LeBron: la “fortuna” di essere un appassionato veterano di questo meraviglioso sport è avervi vissuto insieme, uno dopo l’altro in quasi 35 anni di passione! La cosa buffa e ironica è che non ho mai tifato per nessuno di voi anzi, se c’è stato un hater sportivo che vi ha contrastato sono stato io! Nulla però mi ha vietato di ammirarvi in tutto lo splendore che avete brillato per quattro decenni. Raccontare un aneddoto su di te a livello tecnico è per me impossibile, perché il solo vederti cadenzare il parquet con quel passo dinoccolato pronto però ad accelerare e agguantare la preda era aria quotidiana e linfa vitale per uno sportivo amante dell’agonismo sano, lo stesso dicasi per quel volto sfacciato e sicuro di sè, al limite della spocchia, che però tornava bambino a fine match quando chiunque ti abbracciava e accarezzava, rendendo omaggio alla persona straordinaria che eri! Piango mentre scrivo queste righe, come i milioni di appassionati di ogni disciplina che ti hanno “conosciuto” via cavo! Metabolizzare la tua assenza è impossibile, ma da padre innamorato e dipendente dei miei figli ciò che mi devasta è aver saputo a tarda serata che la tua adorata Gianna era lì assieme a te, probabilmente abbracciata al tuo petto negli ultimi istanti della vostra vita.
Perciò quel che mi rimanderà all’infinito a te è il dolcissimo bacio sulle labbra che concedevi alle tue bimbe ogni qual volta finivi una partita, assieme al ringraziamento familiare con voce strozzata e in perfetto italiano agli Oscar! Quello sei stato per me caro Kobe, non uno dei migliori giocatori della storia, troppo semplice, ma uno dei più grandi catalizzatori di amore e umanità! La notte l’ho poi passata sveglio a girarmi nel letto, conscio che da lì a breve sarebbe suonata la solita sveglia all’alba, per il solito viaggio di lavoro in treno, osservando le solite persone in fila pronte a vivere la solita vita, che ahimè deve continuare, ma che purtroppo non sarà più la stessa senza te!

Tuo Lucio


È il 3 Giugno 2010. Sono le cinque del pomeriggio e da circa un’ora sto girando come un pazzo per Figueroa Street nell’affannosa ricerca di qualcuno che possa vendermi due biglietti per entrare allo Staples Center e assistere a Gara 1 delle NBA Finals tra Lakers e Celtics. Non avrò un’altra occasione perché domani io e mia moglie dobbiamo ripartire in direzione dell’Italia, ma sembra che nessuno sia disposto a separarsi dai preziosi tagliandi (forse anche perché il bagarinaggio negli USA è illegale?) e da ansioso sto rapidamente passando al livello isterico. Quando ormai sto per perdere le speranze, vedo un tizio mingherlino che si aggira con fare circospetto scrutando i volti della gente. Alla mia domanda «Tickets?» posta con voce
flebile, lui risponde «Yes» e il mondo mi sembra di colpo un posto meraviglioso. Acquistati due biglietti (tra l’altro con il terrore di aver in mano dei pezzi di carta abilmente falsificati) ad un prezzo pari al valore di un rene in buono stato e messo piede dentro il palazzetto, ti cerco subito tra i giocatori impegnati nel riscaldamento e da quel momento il mio sguardo non ti molla più per tutto il corso della gara. Sono lì per la partita, per le Finals e per la sfida contro i Celtics ma soprattutto sono lì per te, per vedere finalmente da vicino (più o meno, visto che siamo seduti in piccionaia) il giocatore più iconico della mia generazione.
Non tifo per i Lakers, ma non ho mai potuto fare a meno di rimanere affascinato dalla tua classe e dal tuo indomabile spirito competitivo, a cui tante volte ho cercato di ispirarmi nell’affrontare le mie piccole battaglie quotidiane. Dopo quarantotto minuti di gioco volati via in un lampo, la tua squadra porta a casa la vittoria, tu chiudi con trenta straordinari punti e io me ne torno a casa con un sorriso stampato, che per giorni non accenna a lasciare il mio viso assieme a un motivetto che continua a ronzarmi in testa:
O mama mama mama,
O mama mama mama,
Sai perchè mi batte il corazon,
Ho visto Kobe Bryant,
Ho visto Kobe Bryant,
O, mamà, innamorato son…

Giorgio Barbareschi


Kobe non è mai stato il mio idolo, ma ho sempre avuto un enorme ammirazione per lui: per la sua etica sportiva, per la sua passione ossessiva del basket e per il fatto che parlasse dannatamente bene l’italiano. Reggiano come me, lo era d’adozione.
I miei ricordi vanno al canestro pazzesco contro i Knicks, gli 81 punti, Kobe& Shaq, le Finals contro i Celtics…aveva sfidato MJ al suo primo ASG, da ragazzino, prendendosi il suo rispetto.
Ricordo le levatacce nei PO 2004 quando tornava dalle udienze del tribunale di Denver, e lì era una Mamba assatanato. E non ultima la sua ultima partita…60 punti.
Sono ancora basito. Se ne va una troppo presto una Leggenda.

Ciao, PANO.


Dear Kobe, ci sono tante, troppe cose che ronzano nella mia testa in questo momento, sicuramente non le parole giuste, forse perchè non ne esistono. Da tifoso Knicks ammiravo la tua determinazione e la voglia di caricarsi una franchigia (e che franchigia) sulle spalle, proprio quello che sarebbe servito a noi. Da spettatore, dico solo grazie per tutto quello che hai dato allo sport che amiamo. Da coetaneo, è finito tutto maledettamente troppo presto. Addio Mamba, non sarà facile mandarla giù questa.

Jacopo Mele


Un ragazzino di dodici anni decisamente sovrappeso ed ancor più sottodimensionato: combinazione perfetta per il gioco della pallacanestro, eh?
A questo ragazzino di dodici anni i genitori a Natale regalano la canottiera di Kobe che, vuoi per l’amore per il giocatore o vuoi perché era l’unica canotta NBA nel suo armadio, diventa la sua seconda pelle sul campo da gioco.
Questo bambino continua a giocare, convinto che applicando la “Mamba Mentality” un giorno potrà indossare una canottiera con il suo nome alle spalle: potete facilmente dedurre che ciò non sia successo, ma grazie agli insegnamenti di Kobe, in retrospettiva, quel ragazzino ha avuto un qualcosa di sano e formativo in cui credere negli anni più suscettibili della sua vita e, soprattutto, ha forgiato un legame indissolubile con il basket.
Tutto questo grazie a due, anzi, quattro parole: Mamba Mentality, Kobe Bryant.
Ciao Kobe.

Mattia Righetti


Kobe Bryant non doveva essere un uomo facile: esprimeva un dolcezza infinta attraverso il sorriso apertissimo, un sorriso però che nascondeva una ossessione per la vittoria, per l’allenamento, per la perfezione che ricordava tanto quella di un altro grande scomparso, Ayrton Senna.
Atleti che rispettavano tutti e che tutti ammiravano, ma contro i quali nessuno avrebbe voluto trovarsi in campo. Atleti che per un punto ti avrebbero mangiato in testa, ma che non potevi che considerare esempio. Campioni senza scorciatoie, senza scuse, senza falsità.

Marco JM


8 febbraio 1998. Tra i mille ricordi che ho di Kobe pesco questo, indelebile, miliare: Madison Squadre Garden, All Star Game, il primo in quintetto per il giovane Bryant. Soprattutto, l’investitura vera, autentica, nell’uno contro uno con Michael Jordan. Probabilmente era un predestinato, ma la leggenda – ora immortale – di Kobe Bryant iniziò lì, con quel duello. Ci manchi Kobe, ci manchi già.

Giuseppe Vallone


Ho avuto la fortuna di poter seguire la carriera NBA di Kobe Bryant nella sua interezza. Kobe è stato un personaggio unico, facilmente accostabile al suo idolo Michael Jordan, di quelli che detesti quando non giocano per la tua squadra perché dominano un’epoca e non c’è rimedio che tenga. Ma questo non mi ha mai impedito di riconoscerne l’inestimabile grandezza, di alzarmi in piedi ad applaudirlo ad ogni trofeo sollevato, di provare rare emozioni generate dalla clamorosa impresa di quegli 81 punti, un risultato ancora più storico se considerate le differenti dinamiche del basket moderno rispetto all’epoca di Chamberlain. Di sicuro la sua ostinata sete di dominio non gli ha consentito di godere delle simpatie di tutti, ma di certo gli ha permesso di essere profondamente rispettato da chiunque. Quel rispetto se l’è portato appresso anche dopo aver lasciato la palla a spicchi, assieme a quella voglia di vincere ed a quella mentalità ferrea così carica di cattiveria agonistica tali da permettergli di poter realizzare qualsiasi progetto gli venisse in mente. E la grandezza di questo lascito è incalcolabile, proprio come quella di una carriera ineguagliabile. Sinceramente grazie, Mamba.

Dave Lavarra


Kobe è stato il primo giocatore che cercavo di imitare al campetto con gli amici, il primo idolo d’infanzia, l’ispirazione di mille pomeriggi a sognare tra canestri sgangherati e negli occhi le immagini delle sue movenze eleganti, della sua ferocia agonistica, della sua passione per il gioco, del suo essere massima espressione di questo gioco…la pallacanestro.
Veder giocare Kobe è stato una scarica di elettricità costante, una rara poesia in movimento, capace di mescolare grazia, bellezza, ardore, tenacia, desiderio di primeggiare e volontà di spingersi ogni sera al di là del “possibile”; oltrepassando il talento abbacinante di cui gli è stato fatto dono il 23 agosto 1978, andando a issarsi nel cielo delle leggende ai confini fra umano e soprannaturale. Kobe mi ha fatto credere che i limiti non esistono, mi ha fatto innamorare di una grande palla arancione che rimbalza più delle altre, mi ha fatto sognare di essere come lui, almeno nella mia mente, innumerevoli volte, perché Kobe Bryant è stato la danza più bella che non puoi non seguire, il sole così radioso da accecarti, il fulmine d’oro che squarcia il paesaggio…il canestro sulla sirena, la canotta gialloviola numero 8 o numero 24 che se ne va per ultima dal palazzetto…e poi sì che le luci si spengono.
Ciao Kobe.

Marco Penello


Caro Kobe,
sportivamente parlando non potremmo essere piu’ incompatibili. Laker senza soluzione di continuita, e perfino simpatizzante per il Milan.
Ma nonostante questo e nonostante i continui dolori sportivi che mi hai inflitto, non sono mai riuscito a detestarti del tutto. Neanche quando ti sei incaponito nel tentativo di trasformare Shaq in qualcosa che avesse un briciolo della tua ossessione per la perfezione. Chissa quanta bile ti avra’ fatto versare, quel gigantico burlone….
Ti confesso un segreto. Resto sempre alla larga dagli ultimi minuti di gara7 del 2010. Accidenti a te e a quella tripla di MWP. Ma adesso ho un motivo in piu’ per non guardarla. Troppo magone.
La pallacanestro e’ stata generosa con te, ma hai sempre dato la sensazione di meritare tutti quei traguardi, per il sudore che ci hai messo.
Ci lasci troppo presto e con il rimpianto di non poter vedere tua figlia inseguire il sogno che e’ stato tuo, sarebbe stata una storia grandiosa.
Un bacio a Gigi.

Kicco

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