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Ovvero: parole d’ordine, continuità e rivalsa.

Per i New Orleans Saints del 2019 c’è un unico grande interrogativo: riusciranno a superare psicologicamente due brucianti uscite ai playoff? Dopo il Minnesota Miracle con cui i Vikings hanno staccato il biglietto per la finale di conference poi persa contro Philadelphia rialzare la testa era difficile, ma la voglia di vendetta era tanta e il 2018 dei Saints è stata un’annata altrettanto buona, magari con il gioco a tratti un po’ meno spumeggiante ma coi risultati solidi e la capacità di non perdere la testa anche quando in svantaggio. L’uscita di scena del 2018 però è stata forse ancora più tragica dell’anno precedente con la pass interference più plateale degli ultimi anni non segnalata. Il clima del giorno dopo era di sconforto totale perché un conto e uscire a livello sportivo, per un errore di prestazione, ma uscire per una decisione arbitrale sbagliata di cui non hai responsabilità e su cui non hai potere non lascia con una sana rabbia sportiva, lascia solo con rabbia.
Sia i Saints che la lega sono quindi chiamati a risollevarsi dopo il fattaccio. La lega ha cambiato il regolamento per evitare in futuro che un errore così non sia escluso dalla prova tv, i Saints hanno lavorato sul gruppo uscente confermandolo ed aggiungendo quelle piccole necessità dettate dalle uscite.
D’altronde un roster che avrebbe tranquillamente potuto giocare gli ultimi due Super Bowl è giusto che non venga stravolto, anche se il 2019 per i Saints sarà uno degli più difficili della loro storia, perché le aspettative sono altissime tanto quanto il rischio di non rispettarle.
La nostra preview quindi non avrà molte novità, a partire dall’attacco.

ATTACCO
Poche uscite, poche entrate, poche novità, ma interessanti. Da segnalare ci sono l’uscita di Mark Ingram, accasatosi a Baltimore e il ritiro del centro Max Unger. Per sostituirli si è ricorsi al mercato firmando il RB Latavius Murray, e al draft agendo pesantemente per salire di posizione al secondo giro per assicurarsi il centro Erik McCoy in uscita da Texas A&M. La scelta appare giusta dopo averlo visto in azione ai camp e in preseason, tenendo conto che può alternarsi con Nick Easton al centro e giocare guardia se serve, e anche quest’anno New Orleans può schierare una delle migliori linee offensive della lega con Terron Armstead, Ryan Ramczyk, Andrus Peat e Larry Warford. Il fortino intorno a Brees è ultimato.
La seconda novità in Latavius Murray sembra essere un’ottima scelta per sostituire le corse fisiche di Ingram con un altrettanto fisico RB. Il dubbio rimane se Murray sia in grado di adattarsi a un attacco tanto vario quanto complicato in cui gli viene richiesta anche qualche catch, aspetto su cui a Minnesota non ha brillato. La prime uscite mostrano però che anche le sue mani possono essere sicure e l’intesa con Bridgewater è stata significativa. Non ci rimane che guardarlo in coppia con Brees, ma per questo dovremo aspettare la regular season. Se la coppia stellare Kamara-Ingram è stata smantellata il folletto Alvin ha comunque un degno compagno di reparto, non dovendo così caricarsi troppo peso e troppe botte sulle spalle, anche se da uno che in due anni ha messo insieme più di 3000 yard ci aspetta tanto, tantissimo.

Kamara e Brees sono due punte di un triangolo d’oro che ha in Michael Thomas la terza stella polare. Già questi tre bastano per far impallidire i coordinatori avversari, ma c’è da dire che Thomas milita nel reparto forse più in difficoltà. L’ho detto per davvero? Sì, perché se è vero che quelle di Thomas sono le mani più sicure della lega è altrettanto vero che lo spot del ricevitore numero 2 è un po’ in emergenza. In questo momento i due favoriti al ruolo sono Ted Ginn Jr. e Cameron Meredith, due veterani dalla lunga esperienza. Ginn in particolare può fare bene vista la sua grandissima velocità ma avendo già raggiunto i 34 è tutto da dimostrare, mentre Meredith fatica a ritrovare la forma di Chicago che aveva prima dell’infortunio che lo ha tenuto lontano dal campo per tanto tempo e che forse gli ha fatto perdere quel ritmo partita difficile da recuperare. A roster ci sono anche i giovani Keith Kirkwood, Austin Carr, e Tre’Quan Smith. Le aspettative sui tre sono alte, ma per ora non hanno brillato quanto si sperava. Smith forse è uno scalino avanti nelle rotazioni avendo dimostrato ottime qualità in fatto di prese, ma commettendo troppi fumble, che sono continuati anche in questa nuova stagione.
La terza novità e forse la più interessante è quella di Jared Cook che può diventare l’x-factor di questa stagione. Cook non è abituato ad avere i riflettori puntati addosso, ma nell’ombra ha fatto bene, al punto da guadagnarsi la fiducia di coach Sean Payton che adora i TE e non ha mai avuto soluzioni affidabili dopo Jimmy Graham. L’hype introno a Cook è giustificato perché ha dimostrato di avere ancora corsa e mani ed essere coinvolto in un attacco dove tutti si devono preoccupare di Brees, Kamara e Thomas può dare a Cook la libertà necessaria per raggiungere i record di carriera. Schierare in contemporanea Thomas, e Kamara come ricevitori, Cook TE e Murray dietro pronto a correre dà a coach Sean Payton un marea di opzioni e sappiamo quanto lui sia bravo a sfruttarle.

L’attacco di Payton ci ha infatti abituato a play call creativo e una miriade di schemi offensivi, surclassando gli avversari con cambi di posizione, movimenti all’ultimo secondo, cambi di chiamate in corso, ricambi tra giocatori, con Brees che trova anche 7/8 ricevitori differenti a partita. Un’attacco così per funzionare richiede una mastermind a orchestralo e guarda caso New Orleans ce l’ha in Drew Brees, uno dei migliori di sempre. Ogni anno ci domandiamo per quanto possa andare avanti avendo raggiunto i 40, ma ogni anno sembra non sentire il peso dell’età. Se anche quest’anno continuerà a performare come gli ultimi anni in casa Saints le W saranno tante e la division un obiettivo raggiungibile. Solo Matt Ryan e i Falcons possono interrompere questi sogni di gloria.

DIFESA
In difesa i cambi sono stati ancora meno e non sono arrivati dal draft. Dennis Allen ha fatto un lavoro magistrale a trasformare una delle peggiori difese della lega (e della storia) in un reparto solido e temibile, niente di straordinario, niente di perfetto, ma un reparto solido in tutti e tre gli aspetti, che gioca insieme e come gruppo va avanti. Basta vedere i festeggiamenti (presto copiati da tutti, anche a suon di sberleffo) per capire che in questo caso l’unità fa la forza.
Cameron Jordan è leader, capitano e trascinatore. Inutile tessere le lodi di giocatore che anno dopo anno è sempre migliorato, non abbandonando mai la nave, nemmeno negli anni più bui. Dall’altro lato della linea il posto sembra di Marcus Davenport per cui nello scorso draft si è speso molto. Il DE non ha raggiunto i risultati sperati, ma ha mostrato sprazzi di qualità e gli infortuni lo hanno un po’ rallentato. A completare la linea manca Sheldon Rankins che si è rotto il tendine d’achille lo scorso anno e non si sa quando rientrerà, anche perché per i big man non c’è infortunio peggiore. Il suo posto facilmente sarà preso da David Onyemata giovane, rapido e possente o da Malcom Brown firmato in free agency proprio per questa ragione. Se poi Rankins dovesse tornare a giocare, e tornare ai livelli del 2018, beh, allora il posto sarà suo senza dubbi.
Il reparto linebackers è forse quello che più rappresenta il gruppo. Poche individualità, tanto lavoro e tanta disciplina. Demario Davis comanda, AJ Klein e Alex Anzalone lo seguono in un reparto che è migliorato moltissimo negli anni e che lo scorso anno si è fatto protagonista.

La secondaria riconferma i talenti di Marshon Lattimore e Marcus Williams chiamati a tornare sui livelli dell’anno da rookie. Lattimore in particolare ha un compito difficile perché quello che il sistema gli chiede è di prendersi in carico il miglior ricevitore avversario e occuparsene uno contro uno. Compito non facile, ma le sue skills lo mettono in posizione di riuscirci. Il secondo corner sarà Eli Apple arrivato a metà stagione lo scorso anno. Su di lui le aspettative sono alte visto che ha fatto tutta una offseason a preparasi con questo gruppo e il lavoro iniziato deve per forza migliorare. Le condizioni ci sono tutte. PJ Williams e Patrick Robinson gareggiano per un posto anche se non sono tra i giocatori su cui puntare più di tutto.
Il reparto safety è stato quello rinforzato più di tutti dal draft con l’arrivo di Chauncey Gardner-Johnson e Saquan Hampton. I titolari saranno Marcus Williams e Vonn Bell, ma visto il calo di Williams al secondo anno e la free agency di Bell il prossimo anno non è da escludere che i due rookie vedranno da subito il campo. Un reparto solido, costruito con attenzione che non punta sulle individualità, ma su un sistema che coinvolge tutti. Sarà abbastanza per la rivalsa?

Nello special team non si registrano grandi novità. I Saints in Morstead e Wil Lutz hanno due degli migliori punter e kicker, ma sul ritorno continua l’incertezza. Nessuno ha il ruolo definito anche se Marcus Sherels è stato firmato apposta. Le alternative valide sono quelle di Kamara e Taysom Hill, tuttofare dal carisma stratosferico che meriterebbe un articolo a parte.

I Saints hanno quindi ragionevolmente ambizioni altissime. Sarà però l’anno più difficile di tutti perché la foga di rialzarsi e mostrare con orgoglio di non essere domi è tanta e rischia di essere troppa, al punto di inciampare in un calendario insidiosissimo che potrebbe anche condannarli ad avere 5 sconfitte già al 20 ottobre. Sean Payton dovrà quindi fare tanto lavoro per tenere unito il gruppo e non perdere la testa, perché senza quella non si vince. A giocarsi la division saranno quindi Saints e Falcons, ma i Saints potrebbero anche chiudere con 6 L la stagione. Sarà sufficiente per vincere la division? La NFC South farà uscire certamente una serie contendente al Super Bowl, ma i playoff saranno difficili visto che la competitività interna rischia di far male alle squadre in termini di ranking generale per i playoff, lasciando ad altri il vantaggio di campo.
Per i Saints questa sembra ancora di più la stagione del now or never.

Post By Michele Comba (101 Posts)

Si avvicina agli sport americani grazie a un amico che nel periodo di Jordan e dei Bulls tifa invece per gli Charlotte Hornets. Gli Hornets si trasferiscono in Louisiana ed è amore a prima vista con la città di New Orleans e tutto quello che la circonda, Saints compresi, per i quali matura una venerazione a partire dal 2007 grazie soprattutto ai nomi di Brees e Bush. Da allora appartiene con orgoglio alla "Who Dat Nation".

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