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Esiste una franchigia che si affaccia al 2018 con meno certezze degli Indianapolis Colts?
L’anno scorso di questi tempi mi venne dato l’incarico di scrivere la preview del loro 2017 e sebbene si sapesse già da tempo che Luck avrebbe perso almeno quasi la metà dell’imminente stagione, l’unanimità era convinta che il numero 12 sarebbe tornato in campo per ottobre, inizio novembre al massimo: non è accaduto nulla di tutto ciò ed Indianapolis senza il proprio leader è incappata in una deprimente stagione conclusa con un loquace 4-12, andando così a portare a tre gli anni in cui è stata mancata la qualificazione ai playoff.
La rosa nella croce della stagione passata risiede nel fatto che finalmente l’era Pagano è ufficialmente conclusa, ma i punti interrogativi rimangono in ogni caso tantissimi, com’è normale che sia per una squadra il quale leader non scende in campo da quasi due anni e che, soprattutto, ha ricominciato a lanciare un pallone da football appena un mese fa: al momento il loro roster è fra i più deboli ed incompleti della lega, ma con l’avvento di Franz Reich questo team sembra finalmente aver ritrovato la retta via, anche se tutto dipenderà ovviamente da come procederà il ritorno -o convalescenza- di Andrew Luck.

Il solo fatto di non avere più Pagano vicino è già una vittoria per Andrew Luck.

Parlare di Andrew Luck cum grano salis è piuttosto difficile poiché l’ultimo lancio in una partita ufficiale risale al primo di gennaio 2017, una ventina di mesi fa. La vicenda Luck ha assunto sfumature fosche principalmente per la mancanza di coerenza d’informazioni, in quanto si è passati dall’annunciare un suo ritorno agli allenamenti dopo week 4 della scorsa stagione ad un silenzio prolungatosi un mese la cui fine è stata scandita dalla sua entrata nella injured reserve list: cos’è successo nel mentre? Luck è stato mai effettivamente vicino ad un ritorno? Tutto questo caos è nato da problemi di comunicazione fra giocatore e front office o semplicemente a causa dell’ottimismo naive della società?
Il fatto più interessante è che in tutto ciò Luck non ha praticamente mai parlato, non si è mai saputo niente dal giocatore stesso circa il suo stato di salute e di una data per un eventuale ritorno, ma forse questo va visto più come una conseguenza del carattere tranquillo, intelligente e calcolatore di Andrew stesso.

Bisogna proprio tornare indietro con gli anni per trovare foto di Luck in campo.

Senza il 12 in campo Indianapolis è fra le peggiori cinque squadre della lega, l’attacco non è in grado di muovere le catene e la difesa neanche lontanamente capace di fermare i continui attacchi avversari resi possibili da drive corti ed infruttuosi: non aspettatevi che con lui in campo, se mai ci scenderà, il rospo si trasformi in principe ed i Colts diventino contender per il Super Bowl, ma molto probabilmente non concluderanno la stagione all’ultimo posto per touchdown lanciati con un avvilente tredici.
Luck al momento si sta allenando e attorno al suo nome trapela un certo ottimismo, ma data l’assurdità della situazione quest’ottimismo nasce e si propaga solamente vedendolo lanciare un ovale a qualche compagno di cui probabilmente nemmeno saprà il nome. Il piano B, opzione nemmeno lontanamente presa in considerazione da società e tifosi, si chiama Jacoby Brissett, autore di una stagione più buona di quanto ci si attendesse: sì cari lettori, ho ben presente il record di squadra e le sue statistiche, ma pover’uomo, oltre che ad un supporting cast in cui l’unico nome riconoscibile è quello di Hilton, Brissett è stato “protetto” dalla peggiore linea d’attacco della lega come testimoniato dai 56 sacks subiti da lui e Tolzien.

Finita l’avventura di Gore ad Indianapolis, il backfield almeno per le prime partite sarà saldamente in mano a Marlon Mack, sophomore reduce da una complicata annata rookie resa ancora più difficile dall’incompetenza della linea d’attacco: di motivi per esaltarsi per un runningback che ha raccolto solamente 3.8 yards a portata ce ne sono veramente pochi, però occorre ribadire quanto detto pochi secondi fa, la linea d’attacco era veramente inetta. Quasi sicuramente godranno fin da subito di buone opportunità i rookies Nyheim Hines e Jordan Wilkins: Hines è un runner estremamente esplosivo ma con mani troppo grezze per imporsi come vero e proprio three downs back, mentre Wilkins dovrà trovare un modo per guadagnare yards dopo il contatto in quanto difficilmente riuscirà a muovere le catene correndo intorno agli avversari.
Christine Michael e Robert Turbin tenteranno di guadagnarsi qualche portata qua e là, ma il secondo sembra essere tagliato fuori dalla corsa a causa di una sospensione che non gli permetterà di prendere parte alle prime quattro partite della nuova stagione.

Questa coppia aveva una certa intesa.

Parlando del corpo ricevitori la domanda è una: T.Y. Hilton, e poi?
Oltre all’esplosivo, sottovalutato e troppo spesso ignorato Hilton la rotazione di ricevitori dei Colts è assai deprimente, in quanto il ricevitore numero due al momento è quel Ryan Grant scaricato da Baltimore con la scusa di una visita medica non passata rivelatasi fondamentale per poi assicurarsi Michael Crabtree: il 2017 è stato il miglior anno della carriera dell’ex Redskins anche se il conteggio delle yards ricevute si è fermato a 573, non certamente il più esaltante dei career high. Dal momento che Hilton per ovvi motivi non può essere un ricevitore in grado di muovere le catene come lo poteva essere un Anquan Boldin, servirebbe qualcuno dotato di quella fisicità necessaria per diventare il go-to-guy sui terzi down.
I rookies Daurice Fountain e Deon Cain avranno fin da subito molte opportunità di scendere in campo e scalare la depth chart: il primo è un atleta eccezionale troppo discontinuo ed immaturo per essere visto come prospetto completo, mentre il secondo è uno specialista della deep ball. Attenzione anche all’undrafted Steve Ishamael, detentore di parecchi record dell’università di Syracuse e dotato della fisicità tanto bramata di cui vi ho accennato qualche riga fa.
Interessantissima è la situazione tight ends, in quanto probabilmente Indianapolis schiererà spesso la formazione a due tight end in quanto oltre al veterano Jack Doyle, reduce dal primo Pro Bowl e dal rinnovo contrattuale, quest’anno troveremo anche Eric Ebron, giocatore incompiuto scaricato da Detroit al termine di quattro stagioni alquanto deludenti, rese più amare dalla consapevolezza che sei dei sette giocatori selezionati dopo di lui hanno preso parte ad almeno un Pro Bowl.

Ci sono mezzi di comparazione ben peggiori rispetto a Larry Allen e Steve Hutchinson.

La linea d’attacco, tallone d’Achille e principale colpevole per i continui infortuni occorsi a Luck, è stato il reparto più interessato da cambiamenti nell’ultima offseason, in quanto la selezione della guardia Quenton Nelson con la sesta chiamata ha lanciato un messaggio molto chiaro: bisogna proteggere Andrew Luck ad ogni costo ed assicurarsi uno dei migliori prospetti nella posizione dell’ultimo decennio rappresenta sicuramente un buon inizio. L’improvviso ritiro di Jack Mewhort lascia un vuoto nel ruolo di guardia destra che verrà colmato da Braden Smith, rookie scelto con la trentasettesima chiamata assoluta ed ottimo run blocker. I tackles saranno Anthony Castonzo e Denzelle Good anche se probabilmente il secondo lascerà spazio ad Austin Howard, ex Raiders e Ravens che seppur non spettacolare è sicuramente un giocatore solido. Anche quest’anno il centro sarà Ryan Kelly, ex scelta del primo round che deve ancora diventare ciò che il vecchio front office sperava, ovvero il primo centro affidabile dopo Jeff Saturday: migliorare il trentunesimo posto nella graduatoria PFF della scorsa stagione sarà l’obiettivo minimo.

Il motivo per cui la scorsa stagione solo sei squadre hanno concesso più rushing yards dei Colts risiede principalmente nel fatto che spesso si siano trovati sotto di così tanti punti che hanno passato interi quarti a vedere il quarterback di riserva avversario dare l’handoff al runningback di turno: nonostante la mancanza di nomi e di qualità in generale, Indianapolis ha concesso solamente 3.9 iarde a portata, anche se plausibilmente questo numero è stato tenuto basso proprio dall’inefficacia delle telefonate corse ammazza-cronometro. La linea difensiva vede contrapposti a nomi di veterani come Jabaal Sheard e Margus Hunt quelli dei rookies Kemoko Turay e Tyquan Lewis, defensive ends arrivati al secondo turno dell’ultimo draft e da cui Indianapolis ovviamente si aspetta un discreto contributo fin da subito, mentre al centro della linea troviamo Al Woods ed Hassan Ridgeway: se Ridgeway di motivi di essere titolare ne ha ben pochi, altrettanto non si può dire di Al Woods, settimo miglior interior lineman contro le corse per gli esperti di PFF.
Il nome da tenere d’occhio fra i linebackers è quello di Darius Leonard, rookie arrivato con trentaseiesima scelta assoluta che dovrà dimostrare che il suo successo collegiale non è stato diretta conseguenza di una competizione piuttosto limitata; a completare il reparto troviamo Najee Goode ed Antonio Morrison, giocatori che potrebbero trovarsi a competere con i vari Zaire Franklin e Matthew Adams per un posto da titolare: dal momento che non stiamo sicuramente parlando di Ray Lewis e Patrick Willis, vedere i signori sopra come titolari inamovibili ha ben poco senso.

Malik Hooker con il pallone in mano? Nulla di strano.

Reduce da un 2017 concluso al ventottesimo posto per quanto riguarda le yards aeree concesse ed all’ultimo posto per yards per tentativo -8.0-, la secondaria dovrà necessariamente migliorare affinché i playoff possano anche solo essere sognati: sfortunatamente questo reparto non è stato soggetto ad un makeover come quello che ha coinvolto la linea d’attacco, perciò attendersi salti di qualità potrebbe essere inutile, anche se il ritorno del safety sophomore Malik Hooker sicuramente gioverà ad un reparto disperatamente bisognoso di un leader. Nel poco tempo giocato lo scorso autunno Hooker ha dimostrato di essere il ball hawk che Indianapolis tanto bramava, intercettando ben tre palloni in sole sette partite; ad affiancarlo troveremo Matthias Farley, giocatore al terzo anno in grado di risultare estremamente efficace nella difesa contro le corse, come testimoniato dai 98 tackles messi a segno e dall’ottavo posto generale nella graduatoria PFF dei safeties concernente la run defense.
L’accoppiata di cornerback sophomore Wilson-Hairston concederà spesso e volentieri yards ai quarterbacks avversari, ma è necessario tenere presente che stiamo parlando di due giocatori al secondo anno in NFL e con notevole margine di crescita davanti; il posto nella slot sarà occupato da Kenny Moore, che si sta allenando con la prima squadra da oramai tutta l’estate.

Il kicking team rimane identico a quello dello scorso anno, con l’eterno kicker Adam Vinatieri che nonostante i quasi 46 anni di ritirarsi non ne vuole sapere niente, il punter Rigoberto Sanchez ed il long snapper Luke Rhodes.
Il return game sarà probabilmente affidato a Chester Rogers o Josh Ferguson, ma non stupitevi in caso di eventuali sorprese.

Suvvia, non fare così Andrew!

Predire l’esito del 2018 di Indianapolis è pressoché impossibile, in quanto il semplice ritorno di Andrew Luck non porterà automaticamente in dote una decina di vittorie, poiché nonostante l’indiscutibile talento non possiamo ignorare il fatto che non giochi da una vita e che probabilmente avrà bisogno di tempo per creare o affinare l’intesa con i propri ricevitori: ciò che ogni tifoso potrà apprezzare è però la serietà con la quale finalmente il front office ha cominciato a costruire un roster competente, partendo dalla linea d’attacco come fecero i Dallas Cowboys qualche anno addietro.
Le lacune rimangono ancora decisamente troppe, però un 2018 a buoni livelli e soprattutto sano è tutto ciò di cui Andrew Luck ha bisogno, in quanto nonostante i mille acciacchi l’impressione generale è che sia ancora distante dal suo prime: nel momento in cui lo raggiungerà -e se il roster sarà competente abbastanza- accostare Indianapolis al Lombardi tornerà ad avere senso.
Fino ad allora che si verifichi ciò sarà molto difficile, soprattutto perché un certo quarantunenne con residenza a Boston di ritirarsi proprio non ne vuole sapere ed anche perché la AFC South è diventata un girone della morte.

Post By Mattia Righetti (486 Posts)

Mattia, 25 anni. Una versione più irsuta e povera di Larry David, ma il concetto è lo stesso. A volte Julian Edelman. Se non mi seguite su Twitter (@matiofubol) ci rimango male

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