Il primo BCS Bowl ad andare in scena in questo fine anno 2016 è l’Orange Bowl, nato alla fine della stagione 1934 (così come il Sugar Bowl), il quale non si gioca più nell’omonimo stadio, demolito nel 2007, ma nel nuovo Hard Rock Stadium di Miami, che altro non è lo stadio che ospita le partite dei Dolphins della NFL e degli Hurricanes della NCAA. A sfidarsi in quello che è l’83° Orange Bowl sono i Michigan Wolverines guidati da Jim Harbaugh e i semi-padroni di casa Florida State Seminoles, i quali hanno il campus a Tallahassee, nel nord dello stato a poche miglia dalla Georgia.

Jabrill Peppers, tuttofare, Michigan

Molto c’è da dire sulla storia di Michigan, università che detiene il maggior numero di partite giocate (1269) e di partite vinte (909) nella storia del sistema FBS, di cui fa parte ininterrottamente dal 1881 e che ha conquistato per 16 volte (11 claimed e 5 unclaimed, anche se l’ultimo risale al 1997 e il penultimo al 1948), con contorno di 3 vincitori dell’Heisman e 78 All-American. Archiviate senza tante remore le esperienze con i coach Rich Rodriguez e Brady Hoke, sotto i quali i Wolverines sono stati lontani dalle zone alte dei ranking quasi ininterrottamente dal 2008 al 2014, dalle parti di Ann Arbor hanno deciso di puntare su un nome grosso ed hanno scelto l’energia di Jim Harbaugh, il quale in due sole stagioni ha riportato l’ateneo a lottare per i massimi traguardi. Va dato merito ad Harbaugh di aver creato in queste due stagioni una squadra molto fisica, capace di sovrastare atleticamente ogni avversario, e di aver lanciato, come vedremo, molti giovani che sotto le sue cure si stanno sviluppando in maniera interessante; va anche detto, però, che ad Harbaugh manca ancora l’ultimo step, l’evitare le sconfitte “per distrazione” (Utah 2015, Iowa 2016) ed arrivare così a giocarsi i playoff. Parlando di questa stagione, Michigan partiva dalla posizione 7 nei ranking prestagionali, segno che c’era fiducia intorno alla squadra, e 9 vittorie nelle prime 9 partite portavano ancora più in alto questo hype. Da #2 del ranking i Wolverines andavano a perdere, come detto, in Iowa e successivamente, due settimane dopo, in una tirata e contestata sfida contro i rivali di Ohio State, 30-27 dopo due supplementari e con il QB a mezzo servizio se non meno, abbandonando così ogni speranza playoff.
I 12,5 punti subiti di media a partita dalla difesa di Michigan sono il secondo dato della nazione, ma a volte non rendono bene il dominio esercitato da questo reparto sugli attacchi avversari: dal punto di vista fisico è stato un continuo sovrastare gli avversari, con 13 giocatori ad avere almeno due TFL e 12 ad avere almeno un sack. Tutta questa mole di lavoro non si è però tradotta in palloni recuperati, con soli 12 intercetti (46° dato della nazione) e 5 fumble ricoperti (106° dato). Tra i vari giocatori che si sono messi in mostra si possono citare il LB Ben Gedeon, leading tackler della squadra capace anche di 15 TFL e 4,5 sacks, o il CB Channing Stribling, 4 intercetti, ma chi più è salito alla ribalta nazionale è stato Jabril Peppers: il junior del New Jersey si è districato egregiamente sia da LB che da S, non disdegnando nemmeno di ritornare calci e punt nonché di correre e ricevere, il tutto con ottimi risultati, e finendo quinto nelle votazioni dell’Heisman Trophy. Con tutto questo ben di Dio difensivo l’attacco non avrebbe avuto bisogno di fare grandi cose ma ha superato 30 punti per 8 volte in stagione, anche se nessuna nelle ultime tre partite: Harbaugh non ha ancora potuto lavorare su un suo recruit nel ruolo di QB (ma Brandon Peters sta arrivando, oh sì) ed ha scelto come suo titolare Brandon Speight, che si è comportato da buon pocket passer, con pochi intercetti ed una percentuale di completi oltre il 62%; i suoi principali sono stati il WR Amara Darboh ed il TE Jake Butt, ottimo bloccatore nonché molto efficace a ricevere e probabilmente il miglior senior nel ruolo. Il backfield ha visto un maggior numero di portate per il senior RB De’veon Smith ma altri 3 giocatori hanno portato palla per oltre 400 yards e poi c’è lo strano caso di Khalid Hill, il FB/TE che è stato usato praticamente solamente in redzone ma è stato fantastico: da FB ha corso 25 volte con una media di 1,6 yards a portata e 4 come gittata massima ma ha realizzato 10 TD, mentre da TE ha ricevuto 14 palloni per 105 yards e 2 TD.

Dalvin Cook, RB, Florida State

A sua volta Florida State è un peso massimo della categoria, sebbene la sua storia sia molto più breve e dati come prima stagione FBS il 1954: la squadra di Jimbo Fisher, a Tallahassee da sette anni nonostante voci di mercato che ogni anno lo immaginano lontano dalla Florida, è al quinto BCS Bowl consecutivo (tra cui il titolo nazionale vinto nel 2013), più in generale partecipa ad un Bowl ininterrottamente dal 1982 e non registra una stagione con record negativo dal 1976. Il problema attuale di Florida State è giocare in una division della ACC in cui ci sono anche Clemson e Louisville, due squadre che in questo periodo vanno per la maggiore, e quindi le sfide con queste due avversarie sono spesso complicate: dopo una partenza con vittoria su Ole Miss e conseguente #2 del ranking i Noles si sono trovati umiliati dai Cardinals, perdendo 63-20, ed in un periodo non facile nelle successive anche da North Carolina e Clemson. Il merito di Fisher e della squadra è stato quello di non perdere la bussola anche in questi momenti difficili, magari raccattando brutte vittorie ma pur sempre vittorie (17-6 su Wake Forest, 24-20 su North Carolina State) che poi hanno contribuito alla partecipazione a questo Bowl così importante. Pur non vantando grandi numeri né offensivi né offensivi (29esima squadra della nazione per punti fatti e 40esima per punti subiti) e pur presentandosi a questa partita con una lista infortunati lunghissima, 10 giocatori sono certamente out mentre altri 10 sono in forte dubbio per la sfida, vanta sempre del talento interessante. Finita l’era di Jameis Winston e di Everett Golson, Fisher ha deciso di affidarsi a un redshirt freshman QB, Deondre Francois, ed i risultati gli hanno dato ragione: pur a 19 anni i passaggi a vuoto di Francois sono stati pochi ed il nativo di Orlando ha superato il mark delle 3000 yards lanciate per 18 TD e 6 intercetti, a cui ha aggiunto 4 TD su corsa, guadagnandosi anche il titolo di ACC Rookie of the Year. A giovarsi del nuovo QB sono stati in molti, con 8 WR con almeno 180 yards ricevute, ma il migliore è stato, così come nel 2015, Travis Rudolph. Il backfield è stato, per il terzo anno consecutivo, il regno di Dalvin Cook: il junior di Miami ha faticato ha faticato molto nelle prime tre giornate della stagione, realizzando al massimo 91 yards, ma è esploso in seguito, con 8 prestazioni su 9 oltre le 100 yard, di cui 2 oltre le 200 yards, per un totale di 1620 yards e 18 TD. Ciò che ha stupito di Cook in questa stagione è la produzione da WR, aspetto che nei due anni precedenti era stato poco sviluppato: per lui ci sono state 30 ricezioni per 426 yards e 1 TD, per un totale overall di oltre 2000 yards per la prima volta in carriera. Passando alla parte difensiva si può iniziare solamente da un nome: Demarcus Walker, ACC Defensive Player of the Year, leading tackler della squadra nonostante sia un DE, il quale ha messo a segno 15,5 TFL di cui 15 sacks, probabile passaggio per uno dei primi giri nel draft NFL. Anche Florida State, come Michigan, ha avuto qualche problema è stata ottima nella pressione su QB e RB avversari ma è mancata nel forzare e recuperare fumble, ma a differenza dei Wolverines ha a disposizione il talento di Tarvarus McFadden, sophomore CB esploso improvvisamente nel 2016 dopo un 2015 quasi esclusivamente da riserva, il quale ha registrato 8 intercetti.

Harbaugh ritorna all’Orange Bowl dopo il trionfo della stagione 2010 con Stanford contro Virginia Tech: nonostante l’avversario sia molto più ostico rispetto agli Hokies del tempo la sua squadra è ancora favorita, in quanto Michigan ha più talento distribuito, soprattutto sul lato difensivo, mentre Florida State ha tante stelle ma allo stesso tempo ha anche alcun buchi in alcune posizioni.

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Andrea Cornaglia, classe ’86, profonda provincia cuneese, si interessa al football dal 2006, prendendo poi un’imbarcata per il mondo dei college dal 2010: da lì in poi è un crescendo di attrazione, inversamente proporzionale al numero di ore dormite al sabato notte

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