Ci perdonerete l’ironia nemmeno tanto sottile del titolo, ma le contraddizioni raggiunte dalla lega governata da Roger Goodell hanno oramai abbondantemente passato il livello della decenza. Ce lo dimostrano le lezioni di rettitudine morale che la Nfl ha voluto elargire a tutti i suoi calorosi fan negli ultimi mesi, cercando di far dimenticare gravi problematiche con cui si potrebbe seriamente mettere in discussione le entrate nelle casse di un’organizzazione che ha dimostrato chiaramente di essere più preoccupata dei bilanci che non di quell’integrità che tanto predica ma poco applica.

Il messaggio è chiaro: è necessario adottare qualsiasi soluzione per vendere il prodotto.

Mentre Colin Kaepernick – poverino lui, che non ha ancora capito come funziona – posta video su Instagram mostrando il suo presumibile stato di forma cercando di attirare l’attenzione verso un provino che non avrà mai, la stessa lega che lo ha brutalmente escluso per scrollarsi comodamente di dosso i possibili fastidi mediatici – basta scrivere delle frasi carine sul campo per mettere tranquilli tutti sul concetto di equità razziale, ed il caso è chiuso – sta gestendo sin troppe situazioni scottanti. Il messaggio che ne deriva è inequivocabile, non soggetto ad interpretazioni, delineando un quadro all’interno del quale è necessario agire con tempestività qualora la credibilità del giocattolo di Goodell – e dei 32 proprietari – venga messa in discussione da giocatori che mancano di rispetto alla bandiera statunitense, una velocità d’azione amaramente simile a quella applicata nel nascondere i cocci sotto il tappeto.

Deshaun Watson ne è l’esemplificazione più lampante.

L’ex-quarterback degli inetti Texans è rocambolescamente uscito vincitore da una situazione avversa, qualunque sarà l’esito dei processi che lo attendono. In un’epoca dove il potere contrattuale dei giocatori è divenuto più ampio del potere di Grayskull non c’è più da sorprendersi di nulla, è sufficiente pestare i piedi, farsi passare da ostaggi di una qualsiasi franchigia che elargisce milioni di (oramai insensati) dollari ed il gioco si mette in moto con naturalezza. Watson non ha semplicemente fatto i capricci dopo aver giocato una stagione da eroe in una squadra deprimente, la cui mancanza di prospettiva unita all’inettitudine gestionale dava sicuramente motivi più che sufficienti al regista per richiedere la libertà, si è pure rovinato la reputazione nel peggior modo possibile ritrovandosi a dover rispondere di comportamenti ripugnanti nei confronti di ventidue donne: eppure, il casinò l’ha sbancato comunque.

Nella Nfl conta vincere più di tutto il resto, com’è giusto che sia: la differenza è che i mezzi non contano più. E quindi, se si è un mezzo per vincere e si ha un talento indiscutibile nel condurre un attacco a produrre cifre offensive fantascientifiche, allora tutto viene concesso. E sia chiaro, stiamo analizzando la questione con la piena coscienza del fatto che il caso di Watson non ha comportato conseguenze criminali, ma evitando accuratamente di tradurre il tutto come fosse la più semplice delle cadute d’accusa, esattamente come hanno fatto le pretendenti al quarterback. Quelle restano, ed i Browns hanno deciso di giocare la loro asta a rialzo pronti a sopportare quel tipo di pressione.

A volte un giocatore ha bisogno di aria fresca, soprattutto quando ha già dato tantissimo ad una città. Fanno invece ribrezzo i capricci infantili quando ci si mette a fornire un ristretto elenco di destinazioni gradite, pianto altrimenti i piedi e mettendo il muso duro. La sensazione non può che peggiorare se tale libertà viene concessa anche ad un ragazzo su cui pesano dei sospetti legati ad abusi sessuali, un individuo che appena prosciolto dalle accuse criminali ha twittato ringraziamenti di ogni genere all’Altissimo – bella la fede, quando fa comodo per farsi la bella faccia – proclamando innocenza come se non sapesse – o facesse finta di non sapere – che la questione è legalmente tutt’altro che chiusa. Non importa, Re Deshaun ha ugualmente potuto sfogliare la sua margherita ingaggiando trattative con le squadre che avevano preliminarmente accettato la contropartita da restituire ai Texans, snobbando inizialmente una Cleveland poi abbracciata una volta saputo che ci sarebbe stato da eseguire un tuffo verticale dentro a 230 milioni di dollari garantiti. Una cifra che andrà a ridefinire ancora il mercato dei quarterback, dettata da un giocatore che non si sa nemmeno se metterà piede in campo l’anno prossimo: meglio quindi che l’ascia di Goodell continui ad essere tagliente come quando c’erano da punire telecamerine nascoste e palloni sgonfiati, pena la perdita di qualsiasi tipo di credibilità.

Nel frattempo, anche a Washington si continua a fare la bella vita, come se nulla fosse mai accaduto. Jon Gruden ha pagato la cauzione per tutti – per carità, a ragione – compreso Dan Snyder, maestro del travestimento morale oltre che proprietario di certificata incompetenza. Anche in questo caso la Nfl gioca un ruolo sporco, dubbio, ma sempre legato alla sua incommensurabile morale americana. Snyder è responsabile di un’organizzazione che vanta molteplici testimonianze di molestie sessuali all’interno dei propri uffici, ma la soluzione è stata semplice: quella lega sempre così vigile verso le donne a cui dedica il mese di novembre con tutti quei fiocchetti rosa, ha caldamente consigliato a Snyder di essere affiancato dalla moglie investendo così una figura femminile di compiti istituzionali assai importanti davanti agli occhi del pubblico. Poi, chiaro, siamo tutti stupidi e non sapevamo che Snyder tirasse comunque i fili dalle retrovie della sua temporanea sospensione, che in un mondo ideale sarebbe dovuta corrispondere ad una forzata vendita della squadra probabilmente impedita dalla congregazione di proprietari delle 32 squadre.

Inoltre, piuttosto che convincere gentilmente Snyder a porre fine alla sua idiozia pratica – i risultati sul campo non mentono mai riguardo la bontà gestionale di una franchigia, soprattutto se estesi sul ventennio – meglio barattare la dignità accondiscendendo alla realizzazione di un nuovo marchio che non offenda i Nativi Americani, spendendo milioni di dollari in un rebranding osceno, accontentando così quello stesso Goodell che sta volontariamente facendo ostruzione e sviando responsabilità nella possibile soluzione di una casistica che se esposta alla luce del sole potrebbe far crollare i pilastri della Nfl.

Prendendo quale esempio la sospensione annuale di Calvin Ridley per scommesse – tralasciando le partnership della Nfl con i vari FanDuel, PointsBet e compagnia bella – come andrà a commisurarsi la futura sospensione di Watson, che di certo non dovrà faticare a rifarsi una bella faccia come invece fece Michael Vick? E quali provvedimenti verranno presi riguardo a Snyder qualora emergessero le attese conferme dalle mail che ancora oggi giacciono inermi in qualche pc allocato chissà dove?

L’idea è che poco importa, tanto loro hanno vinto comunque. E nella Nfl, ripetiamo, vincere conta più di qualsiasi altra cosa. Basta avere talento. Basta avere soldi. Basta fare comodo allo scopo. L’importante è il divertimento domenicale, e guarda che fortuna quest’anno con scambi e free agency, con il mercato impazzito e molti giocatori importanti che cambiano squadra, una provvidenziale distrazione per tutti i tifosi che potrebbero inavvertitamente porre lo sguardo sui problemi seri. Gli stessi che dovranno affrontare quando dovranno sostenere una franchigia il cui giocatore più importante sarà sempre abbinato al lieto fine abusante delle sue sedute di massaggio, e dovranno acquistarne la maglia per la figlia che lo vede come un idolo. O quando dovranno crescere un figlio che desidera giocare a football cercando di insegnargli dei valori sani, pur avendo da esempio una persona che può permettersi di fare ciò che ha fatto ricevendo in cambio 230 milioni di dollari garantiti. Oppure ancora quando si recheranno nel prossimo stadio dei Commanders, senz’altro migliore di quell’obbrobrio chiamato Fed-Ex Field che dopo 25 anni è già cadente, il prossimo regalo che Dan Snyder intende fare ai fedelissimi della capitale, dimenticandosi che ogni singola donna in possesso di un biglietto per la partita non saprà ancora esattamente come sentirsi nei confronti di un’organizzazione avente per ambiente lavorativo una sorta di latrina misogina.

Ma ora è tempo di non pensarci più, e pensare a predire i primi tre giri del prossimo draft.

Avanti così.

4 thoughts on “L’inappuntabile lezione morale della National Football League

  1. Sono gli stessi che appoggiano Zelensky e criminalizzano Putin mentre comprano il petrolio da Maduro, non c’è da stupirsi.

  2. Più che una pagina di football americano sembra l’ennesimo manifesto di propaganda liberal

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