Questo pezzo è stato pubblicato sulla newsletter Tiro Libero su Substack.

Il 3 giugno 2026, in Gara 1 delle Finals, Karl-Anthony Towns ha marcato Victor Wembanyama per buona parte della partita e lo ha tenuto a due tiri segnati su undici tentativi. Towns, che in carriera è sempre stato considerato un pessimo difensore, nell’intervista post partita dice di aver sentito in campo una calma che non sapeva spiegarsi e di averla attribuita a sua madre.

Nei giorni seguenti, mentre i Knicks procedono a vele spiegate verso il titolo, la stampa converge su una parola: redenzione. Un giocatore che si riscatta, riscrive la propria storia, mette a tacere chi lo aveva condannato. Un arco narrativo con regole specifiche, che conviene esaminare una alla volta.


Una storia di redenzione ha bisogno, prima di qualsiasi altra cosa, di un peccato.

Il peccato di Towns ha un nome, ripetuto per nove stagioni. Soft. Nel vocabolario morale del basket americano, che assegna le virtù in proporzione alla dimensione fisica, un sette piedi che vive sul perimetro è già sospetto. L’accusa è diventata sentenza nell’autunno 2018, in un allenamento a Minnesota. Jimmy Butler, che voleva essere ceduto dai Timberwolves e cercava il modo più rumoroso per ottenerlo, prese a insultare Towns e Wiggins davanti alla squadra, mettendo in discussione la loro tempra in termini non proprio edificanti.

Da lì in poi l’etichetta di KAT non si è più staccata, mentre Wiggins è riuscito a trovare una parziale espiazione grazie al titolo vinto nel 2022 con Golden State. Una fonte interna alla lega, citata in un recente articolo del New York Post, l’ha spiegato chiaramente: su un giocatore si può imprimere a fuoco un marchio, e quello stigma non si cancella più. La sentenza circolava da sola, non aveva bisogno di prove.

Va concesso ciò che è vero. Towns aveva dimostrato difetti reali, che non erano un’invenzione mediatica. Tendeva a sparire nelle partite che contavano di più. Si accontentava del tiro da fuori, anziché andarsi a guadagnare i punti lottando sotto canestro. Commetteva (e commette ancora) falli stupidi, con evidente difficoltà a mantenere la concentrazione. In nove stagioni a Minnesota ha superato il primo turno una volta sola. Tutto questo è documentato e non si discute.

Ma molle non è una diagnosi tecnica. È un giudizio morale travestito da analisi, che si era attaccato a Towns per ragioni che con la pallacanestro avevano poco a che fare: un compagno arrabbiato in cerca di uno sfogo, una cultura che confonde lo stile di comunicazione con il carattere, e soprattutto un errore di categoria.

Quando Minnesota perdeva, Towns era il volto della franchigia, in quanto giocatore più pagato e riconosciuto. Lo si è condannato per un reato collettivo, l’incapacità di un’intera organizzazione di costruire una squadra vincente, come se fosse un reato individuale.

È la forma di ingiustizia più diffusa nello sport. Ed è la più invisibile, perché ha sempre l’aria di un verdetto oggettivo.


La redenzione ha bisogno di una seconda cosa, più sottile: che il riscatto sia merito del condannato, non errore della giuria.

Ora che ha conquistato il titolo NBA, la proposizione «con Towns in squadra non può vincere», ripetuta per un decennio, si è rivelata falsa. A quel punto chi l’aveva enunciata aveva davanti due strade. La prima: ammettere di avere sbagliato la lettura, di avere scambiato il fallimento di una franchigia per il limite di un singolo giocatore. La seconda: dire che Towns è cambiato. Che è migliorato, perché ha lavorato sui suoi difetti e li ha superati. La seconda opzione è l’unica che lascia intatto il verdetto originale. Se Towns era un perdente e poi è cambiato, allora chi lo aveva chiamato tale aveva ragione due volte: prima, sulla diagnosi, e adesso, sulla guarigione.

La redenzione, come dispositivo, esiste per proteggere il giudice; la riabilitazione del giocatore è un sottoprodotto. Sposta l’errore da chi guardava a chi era guardato. È una manovra elegante, perché ha la faccia gentile di un complimento.

Se Towns avesse continuato a perdere, il verdetto sarebbe stato confermato. Oggi ha vinto, ma quel verdetto regge comunque. La vittoria diventa l’ultimo capitolo che la tesi aveva previsto, la prova che il cambiamento è avvenuto. Un giudizio costruito così sopravvive a qualunque risultato. È la forma perfetta dell’avere ragione: non c’è esito capace di smentirlo.

La colpa di Towns era perdere, che non è una scelta e nemmeno una responsabilità individuale. Pentimento ed espiazione non esistono, perché vincere non è confessare niente. E l’assoluzione, quando arriva, la concede chi aveva firmato la condanna.


Infine, la redenzione ha bisogno che il cambiamento risulti leggibile come virtù.

Nella stagione della sua (supposta) redenzione, Towns ha segnato 20,1 punti di media: il dato più basso da quando era una matricola, dieci anni prima. Nei playoff, quel numero è sceso a 15,9. Ha tirato meno. Ha lasciato il pallone in mano ad altri. Si è messo a distribuirli e a difendere, due voci che negli anni di Minnesota comparivano di rado.

In qualsiasi altra cornice, una stella che a trent’anni ha un’evidente flessione nei punti segnati è una notizia che si scrive in un modo solo: declino. A New York la stessa riga statistica è diventata sacrificio. La prova che aveva capito di aver sbagliato e di poter essere un giocatore migliore.

Tra le due letture è cambiato il risultato a cui la valutazione era agganciata. Lo stesso numero che a Minneapolis sarebbe stato la conferma dei suoi limiti, a Manhattan, abbinato a un anello, è diventato la prova del suo riscatto. A decidere la valutazione morale di un tabellino è ciò a cui è correlato. Oggi Towns non è più soft, è maturo.

Ai playoff 2026 KAT ha chiuso con un plus-minus di +258: nei suoi 578 minuti in campo, i Knicks hanno surclassato gli avversari di 258 punti. È il valore più alto mai registrato per un singolo giocatore in una postseason da quando il dato viene misurato. Ha superato il +245 di Stephen Curry nella cavalcata di Golden State del 2017. Ha superato perfino il +235 di Jalen Brunson, suo compagno, nella stessa run di quest’anno. Per avere un termine di paragone: il miglior plus-minus di Towns in una postseason a Minnesota era stato +29, nel 2022.

Il numero che incorona la sua redenzione individuale è il numero meno individuale che esista. Il plus-minus misura il margine della squadra mentre un giocatore è sul parquet: dice quanto segnano i suoi compagni, quanto difendono, quanto pesano gli avversari incrociati negli stessi minuti. La distanza tra il +29 di Minnesota e il +258 di New York misura la trasformazione di tutto ciò che gli stava intorno. Di Towns, in sé, dice poco.

Eppure raccontarlo come un passeggero fortunato sarebbe sbagliato quanto incoronarlo. Towns ha fatto dei grandi playoff, per davvero. Ha segnato con percentuali straordinarie (55% dal campo, 46% da tre, 90% ai liberi), è andato a rimbalzo con intensità e ha difeso con un’applicazione mentale che alla sua carriera era sempre mancata. La sua maturazione, se di questo si tratta, è stata sia tecnica che caratteriale.

La svolta ha una data precisa. Primo turno, sotto 2-1 contro Atlanta: in una seduta video tra Gara 3 e Gara 4, coach Brown riprende Towns per essersi piazzato in un angolo invece di andare a bloccare. Da lì nasce quello che la stampa chiamerà Point KAT. Towns viene spostato al post alto come perno di passaggio, non più come primo terminale offensivo. I suoi tiri dal campo scendono al minimo di carriera, diventa il terzo realizzatore della squadra dietro Brunson e Anunoby, e i suoi assist ai playoff quasi triplicano il massimo che avesse mai toccato. L’attacco si riorganizza intorno a un Towns che smista e difende, e da lì i Knicks non perdono più, fatta eccezione per Gara 3 delle Finals.

Quel cambio lo ha voluto lui. È stato Towns ad andare da Brown e a domandare di essere usato come regista dal post, di ricevere la palla meno da finalizzatore. KAT si è guardato allo specchio, ha capito che il problema era il ruolo, e ha chiesto di averne uno diverso, più piccolo come carico offensivo ma più utile per la squadra.

Forse è proprio qui che si capisce dove fosse lo sbaglio. Non nel giudizio su Towns, che da Minneapolis a Manhattan è sempre stato un ottimo giocatore, quanto piuttosto nel ruolo che gli era stato cucito addosso. Minnesota aveva costruito una franchigia intorno a lui come faro, primo violino, uomo dell’ultimo tiro. New York gli ha chiesto di essere un comprimario (di lusso), utile in molte cose e indispensabile in nessuna. Con quella richiesta KAT è diventato un giocatore migliore, perché la domanda, per la prima volta, corrispondeva all’offerta.

La redenzione pretende un uomo trasformato. Towns ha solo capito di essere adatto per un altro lavoro, e a New York gliel’hanno dato.


Il 13 aprile 2020 Jacqueline Cruz-Towns, la madre di Karl-Anthony, è morta a cinquantanove anni per complicazioni da Covid-19. Dominicana, aveva lavorato vent’anni nel reparto medico della Rutgers University ed era una presenza fissa al bordo del campo da quando suo figlio era entrato in NBA. Non è stato un lutto isolato. Entro la fine di quell’anno Towns avrebbe perso sette familiari per lo stesso virus, con un ottavo che se ne sarebbe andato per complicazioni l’anno seguente. Ne ha parlato a lungo, in pubblico, per aiutare chi affrontava lo stesso dolore.

Alla sirena finale di Gara 5, dopo aver abbracciato il padre, Towns ha detto:

Thank you Mama, I appreciate you getting me one. Grazie Mamma, per avermene fatto vincere uno.

Il lutto non è un arco narrativo: non ha un terzo atto, non si salda, non ripaga. Non esiste redenzione da un genitore scomparso, perché un anello non restituisce niente. Se non, forse, un giocatore che ha trovato il suo posto sul campo.

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