Mai come in questa stagione il nome Avalanche si addice a Colorado: una valanga che si abbatte di continuo contro ogni rivale le si palesi di fronte.

Il suo campionato è praticamente perfetto, sebbene il recente 4-4-2 nelle ultime 10 uscite abbia leggermente sporcato una campagna da record. Ottanta punti in cassaforte, con gli storici 135 a marchio Bruins 2022/23 non così lontani, il primato all’Holiday Break di 61, quello delle 30 W in anteprima e il comando della Central, nonostante una Minnesota impeccabile, sono i target raggiunti, mentre a questo punto la vittoria del Presidents diviene un traguardo minimo, mettendo ovviamente nel mirino quella cavalcata in postseason che possa bissare lo storico successo del 2022.

Colorado è prima per gol fatti e su 60 minuti, tiri e punti, stesso risultato a protezione della gabbia e in SV%, seconda sulle aspettative offensive e negli adjusted, quarta in difesa e sempre al vertice sugli high danger shot effettuati e subiti.

Queste sono solo alcune statistiche al vertice della squadra di coach Bednar, finora schiacciasassi della stagione, che fra l’altro confermano i progressi difensivi della stella Makar, troppo spesso “scambiata” per un attaccante vista la sua straordinaria produzione e la periodica presenza nella linea di MacKinnon assieme a Toews!

Un comparto nel quale la leggendaria new entry Brent Burns sta dicendo ancora la sua malgrado le 40 primavere superate e dove fra i protagonisti delle egregie medie sopra citate spiccano a sorpresa i goalie! I numeri di Wedgewood – 20/3/5 per 2.14 gol di media a quasi il 92% – sono difatti inattesi e lambiscono la vetta NHL, ma soprattutto non hanno fatto rimpiangere l’originale titolare in gabbia Blackwood, rimpiazzato ad inizio torneo ma che però risponde oggi con statistiche di poco inferiori, che fanno dei due la miglior coppia di lega, in discussione per il Vezina nonché vecchia spada di Damocle qui a Denver oramai dimenticata.

Il ritorno di Landeskog dopo 3 interminabili anni in naftalina per un ginocchio danneggiato, è stata poi un’ulteriore sterzata di fiducia, se non proprio a livello tecnico visti i continui acciacchi perduranti che ne mettono ora in dubbio l’olimpiade, per la grande forza caratteriale unita a leadership con la quale per anni ha condotto il team.

Ne è infatti passato di tempo da quella incontrastabile prima linea con lui e Rantanen ai lati di MacKinnon, dove lo svedese lavorava di fisico e posizione, il finnico di fioretto e Nathan girovagava loro attorno. Così facendo e a differenza di ora, si dominava il power play a discapito di un monodimensionale contributo offensivo delle top line rispetto alle botton in 5/5.

Adesso, e dopo la famigerata trade per il finlandese, MacFarland e Sakic, oltre a “salvare” le finanze del team, in procinto di esplodere con pure i contratti degli assi MacKinnon e Makar e coi 7 milioni del rientrante Landeskog, hanno bensì imbastito una corazzata più profonda e dove è la velocità l’arma primaria, unita – ovvio – alla sopraffina qualità di ogni linea, un mix che sin dall’inizio della stagione pare inarrestabile ed in even strenght sta facendo la differenza.

Iniziati sin dal training camp i playbook da attuare assieme e non a torneo cominciato, le performance di Necas e Nelson al pari della chimica raggiunta con MacKinnon, sono pertanto salite di livello, e le due top line sono ora praticamente un fiore all’occhiello in rapidità ed esecuzione, per merito pure dei fedeli ed esperti Lehkonen e Nichushkin, lui ormai a patti con la propria salute mentale.

Alla stessa stregua però, e seppur con l’infermeria spesso gremita, adesso con Toews e Colton oltre che Landeskog ed O’Connor, LW che con Kiviranta e Parker Kelly avrebbe confermato l’ottima checking line 2024 nonché una strenua penalty kill unit, si punta molto sul nuovo arrivo Victor Olofsson e sul giovane Gavin Brindley, specialmente dopo l’addio di Drouin e quelli sorprendenti sponda Columbus di Coyle e Wood, e futuristicamente su Danil Gushchin, fra le tante “schegge” laterali da affiancare a MacKinnon e Nelson.

Su MacKinnon le parole sono oramai finite, e dopo il breakout del 2017, dal quale è diventato il terzo NHL in punti e per game scoring, nonché vincitore Hart e Ted Linsdey Trophy, è adesso addirittura in ritmo per superare il proprio primato di 140 punti, quello dei 69 gol di Auston Matthews e per vincere l’Art Ross, McDavid permettendo.

Non di meno il suo “socio” Cale Makar, vicino al terzo Norris di carriera, primo difensore ad agguantare 50 punti e appaiato a Werenski fra i D-men con cifra più alta, e leader NHL, tra i difensori che hanno giocato più di 1000 minuti, in High Danger xGoals (4,04), On-Ice Goals% (68,6%), On-Ice Expected Goals% (55,4%) e Created xGoals (11,9), fonte MoneyPuck.

I playoff NHL sono qualcosa di non pronosticabile più di qualunque altro sport americano, specialmente in una Western Conference d’incanto divenuta più elite dell’altra, ma stavolta gli Avalanche vanno talmente forti che superarli in una serie sarà impresa dura per tutti, perfino per la Minnesota citata all’inizio, la nemesi Dallas, gli Oilers di McDavid e Draisaitl e la solita Vegas.

Se Landeskog, O’Connor, Manson e Burns vi arrivassero sani e in forma, manterrebbero nelle due fasi quell’esperienza necessaria che permetterebbe all’offense di continuare ad esplodere e agli accoppiamenti difensivi coi vari Makar, Malinski e Girard di performare sia in superiorità numerica che nella penalty kill.

L’occasione è più unica che rara, e qualche trade da qui alla deadline per aumentare ancor più hype non è da escludere, sacrificando magari contratti in scadenza fra un anno, Colton e lo stesso Girard su tutti, o RFA da arbitrato la prossima estate, fra cui i prospetti Bardakov e Ivan: staremo a vedere.

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