Piccola premessa: l’ispirazione, come si sarà notato, è arrivata con ritardo esorbitante, e la giustificazione di ciò la devo alla crescente avversione a tutto ciò che riguarda il sensazionalistico, a quell’innata fretta nel comparire prima degli altri, produrre numeri di visibilità, mischiare le proprie opinioni e sensazioni a migliaia di altre, finendo semplicemente nella confusione odierna dell’immediatezza. E’ un classico: terminato il Draft partono come razzi i voti emanati dai registri delle varie cattedre di settore, dimenticando per un attimo che nessuno ha ancora visto in campo professionistico uno dei 257 giocatori selezionati nella manifestazione di Pittsburgh, la quale, evidenziando sempre più il suo carattere mediatico, ha attirato folle letteralmente oceaniche. Ci sarà sempre chi andrà più vicino di qualcun altro nel proiettare il futuro di un giovane che, non dimentichiamo, oggi ha ancora tutto da dimostrare: certo, alcune previsioni sono più semplici di altre, ma i dettagli del football sono così articolati e complessi da rendere davvero difficile la stesura definitiva di un determinato scenario, contando pure l’alto numero di infortuni che – ahimè – altera costantemente il panorama di questa meravigliosa disciplina sportiva. Ciò che segue vuol dunque rappresentare una serie di considerazioni capaci di andare oltre lo show pirotecnico, i titoloni da prima pagina, affrontando l’argomento in maniera più personale: semplicemente, ciò che mi ha colpito di più di un particolare abbinamento tra squadra e giocatore, il modo di ragionare dei general manager, capirne di più sul processo che abbia portato un determinato collegiale a vestire una specifica uniforme.
NEW YORK JETS: ESISTE UNA REALE SPERANZA DI PROGREDIRE?
Primo quesito, tra i più interessanti della tre giorni tenutasi in Pennsylvania. Spesso si tende a giudicare una sessione di scelte dal numero di selezioni di cui si dispone per via delle varie trade, o per la particolare posizione di un giocatore, a seconda del suo ranking pre-Draft. Non tutto, però, è così matematico e automatico come sembra. Sì, i (quasi) peggiori dello scorso anno sono stati tra i più agili nel muoversi tra le dinamiche del nuovo talento collegiale. Parliamo di una franchigia letteralmente scellerata, i cui tifosi possiedono una pazienza infinita, perché le loro ricostruzioni non terminano davvero mai, e andare allo stadio diverte più per il tailgating che non per l’assistere alle imprese dei presunti e rispettivi beniamini. Comincia quindi l’ennesima offseason della speranza, con l’ottica di una possibile iniziazione di giovani futuribili che, assieme a quanto già presente a roster, possa finalmente variare destini perennemente avari di speranza.
Parliamo della porzione di mela newyorkese più aspra, ovvero quella che viene presa in giro da tutti con la maggior puntualità, in relazione ai suoi risultati storici. Credo si possa sostenere che i Jets abbiano scelto molto bene, se non altro perché hanno possibilmente centrato due esigenze chiave per cominciare la loro (nuova) risalita: produrre una maggior numero di sack dopo i soli 26 dello scorso campionato, e aggiungere armi in ricezione a un attacco classificatosi al ventinovesimo posto di lega per produzione. Chiaro che non sia ora il momento di stabilire se David Bailey, secondo giocatore chiamato in assoluto, sia una soluzione migliore di Arvell Reese, curiosamente finito dai cugini Giants, perché questo lo si potrà scoprire solamente quando questi ragazzi staranno per terminare il loro contratto da rookie, e avranno delle statistiche Nfl a cui riferirsi. Il dibattito, a ogni modo, sarà attivo per molti anni. Bailey ha rappresentato l’atto di smokescreen definitivo da parte di Darren Mougey, il GM biancoverde, dal momento che la cancellazione della tradizionale visita pre-Draft di Bailey ha avuto luogo pochi giorni prima che Goodell salisse sul palco. Quindi, o i Jets erano talmente soddisfatti del colloquio con Reese tanto da rinunciare a sentire il suo rivale di ruolo, oppure avevano già deciso di prendere Bailey senza farlo sapere a nessuno. La seconda ipotesi si è rivelata essere corretta.
Chiaro che l’impatto dell’ex-edge di Texas Tech dovrà essere immediato, data la pressione di una chiamata altissima e il costante confronto cui ho accennato in precedenza; di certo non gli basterà esordire da giocatore di situazione togliendogli il guinzaglio al terzo down, ma la sua pressione dovrà essere sistematica ed efficace. Bailey è stato firmato pensando che da solo possa contribuire fortemente a variare le sorti dell’intero front seven, per merito della sua qualità principale, il primo passo fulmineo, con il quale si è rivelato un pass rusher tra l’altro dotato della tecnica necessaria per risultare potenzialmente pronto da subito a scendere in campo. I Jets non volevano un coltellino svizzero da posizionare ovunque come Reese, che ha una prospettiva di crescita più alta, ma qualcuno in grado di stendere il quarterback almeno dieci volte l’anno. Nell’ultimo anno al college, l’ha fatto quattordici volte e mezzo.
L’attacco prende nuova forma grazie a Kenyon Sadiq, un tight end che non serviva assolutamente nell’immediato, ma che da un lato attrezza il reparto di un ricevitore versatile, svelando come gli attacchi vadano sempre più verso lo schieramento 12 personnel (1 running back, 2 tight end) per creare difficoltà alle coperture a zona, e dall’altro permette di poter creare mismatch costanti con linebacker meno veloci e safety meno fisicati. Curiosamente, qualcuno aveva persino criticato i Jets per aver preferito Sadiq a Omari Cooper Jr., che avrebbe coperto un’esigenza più latente nella batteria di wide receiver, e qui risiede tutto il fascino del Draft stesso: Cooper, caduto a fine primo giro, è finito proprio a New York, salita di qualche posizione per giungere alla 31 e prendersi un giocatore che, una volta adattatosi a schemi diversi da quelli praticati a Indiana, potrebbe essere il numero due dello schieramento. E che dire di D’Angelo Ponds, che con Cooper ha appena vinto un titolo NCAA giocando in maniera molto più fisica rispetto alla sua stazza? E’ stata una scelta controcorrente, se non altro perché statura e peso dei corner ha assunto sempre più importanza nelle ultime stagioni, e Ponds (5’9” per 182 libbre), è finito al secondo round per esclusive ragioni di struttura fisica. Tuttavia, dopo averlo visto giocare nelle partite di playoff degli Hoosiers, s’intuisce chiaramente come sia stato il difensore di maggior impatto per Cignetti, e semmai il suo modo grintoso di interpretare il football venisse tradotto anche in Nfl, i Jets avrebbero effettuato un colpo da manuale.
I RAMS E TY SIMPSON
Mi piace pensare che vi siano due modi di ragionare diversi per ogni cosa, a seconda del punto di vista. E così ho riflettuto pensando a ciò che i Rams hanno deciso per il loro futuro nel ruolo di quarterback, venendo bocciati dalla maggior parte della stampa per una mossa che, alla fine, di senso ne ha. Ed è storicamente provato. Certo, possiamo discutere per ore senza venirne a capo, e disquisire sul fatto che la tredicesima scelta assoluta sia un tantino alta per un giocatore grezzo, con sole 15 partite giocate da titolare in quel di Alabama. Il primo pensiero che mi è venuto in mente, è stato quello del wide receiver. Potrebbe essere l’ultimo anno della carriera di Matthew Stafford, che sta lottando contro un problema degenerativo alla schiena, ha 38 anni, e nonostante ciò vorrebbe andarsene vincendo un secondo titolo: perché non fornirgli un ulteriore aiuto offensivo, dato che Davante Adams ha vissuto acciacchi poco simpatici nonostante le 14 mete (!) messe a referto nel 2025? E qui entrano in gioco Makai Lemon e la corrente di pensiero di Les Snead e Sean McVay.
Lemon, paragonato da molti ad Amon-Ra St. Brown, qualora appaiato a Nacua e Adams, avrebbe costituito un trio assai poco legale, a maggior ragione pensando alle alternative dietro ai due forti titolari: a conti fatti, il terzo miglior ricevitore dei Rams che non fosse un tight end, è stato Xavier Smith con 303 yard. Evidentemente il management ha preferito la ragionevolezza di una polizza assicurativa a lunga scadenza rispetto a un all-in immediato, riflettendo sul fatto che, con lo stesso attacco di prima e una difesa nettamente migliorata grazie agli inserimenti di Trent McDuffie e Jaylen Watson, coprendo il vero problema latente di squadra (la posizione di cornerback), la caccia ai Seahawks non è affatto proibita. In fondo, con il medesimo reparto offensivo e delle secondarie decisamente peggiori di adesso, L.A. era andata a quattro miseri punti dalla partecipazione allo scorso Super Bowl, ed è stata l’unica compagine in grado di mettere davvero in difficoltà i futuri Campioni.
Da qui, nasce il percorso che conduce a Ty Simpson, introducendo contemporaneamente il discorso sulla pochezza della qualità dei quarterback disponibili quest’anno. C’è la possibilità che Simpson sia risultato overdrafted? Ovviamente sì, dato che la pochezza di materia prima e la sempre alta richiesta di registi può portare prospetti a venire chiamati ben prima del previsto. Tuttavia, Simpson ha il suo perché. L’abbiamo vissuto con Aaron Rodgers, Jordan Love, Philip Rivers, Lamar Jackson, Steve McNair i quali – a parte Love sul quale la giuria è ancora in sede di verdetto – hanno avuto carriere illustri potendo passare almeno un anno a guardare da fuori. Gli scout, e alcuni allenatori della SEC, la Conference dove gioca Alabama, hanno sottolineato come alcuni aspetti del gioco di Ty non fossero da starter immediato, ma fossero comunque degni del primo giro. Quelli dello scorso anno non sono stati i Crimson Tide dominanti degli anni passati, ma Simpson se l’è cavata piuttosto bene in molte partite, nonostante la chiara inefficienza del gioco di corse, uno degli inequivocabili punti di forza di Alabama nell’era-Saban. E’ stato evidenziato il fatto che la potenza del braccio non sia completamente da NFL, ma la precisione c’è, così come le sue decisioni rivelino una comprensione del gioco a livello avanzato. Non è un corridore come lo era Jalen Milroe, anzi, tutt’altro, non ha tutta questa presenza nella tasca e qualora decida di evadere cerca di risolvere la situazione alla meno peggio. Un profilo che, mettendo assieme un pò di fattori, ricorda proprio Matthew Stafford.
La scelta di Snead e McVay dipenderà molto dalla salute proprio del loro quarterback titolare. Più Stafford resterà in campo, più Simpson potrà acquisire materiale visivo e tecnico utile allo sviluppo della sua esperienza pro. E’ una scommessa di spessore, ma se i Rams dovessero vincerla, potranno dare continuità immediata al loro progetto.
JEREMIYAH LOVE: TALENTO GENERAZIONALE NEL VUOTO SEMI-ASSOLUTO
La chiamata che più mi ha fatto riflettere nella top 15 – molto più di Simpson, per intenderci – è stata quella di Jeremiyah Love, un running back dal talento generazionale, considerabile come in grado di cambiare da sé le possibilità di un attacco. Le tendenze del football sono chiare, e negli ultimi anni l’importanza dei running back è notoriamente calata, complice il crescente utilizzo di un attacco aereo più collegiale, ovvero imperniato sulla presenza di più ricevitori in campo con tutti i concetti di spread offense che ne conseguono, e il semplice bisogno di un tandem di corridori di caratteristiche tecniche diverse e complementari, unione di fattori che ha fatto notevolmente scendere le quotazioni di tutti i giocatori schierati nel backfield.
Il caso di Love è stuzzicante, perché proprio lui costituiva la variabile impazzita delle prime cinque chiamate. Avrebbe fatto molto comodo ai Titans per aiutare Cam Ward in un attacco non esattamente di talento, faceva gola ai Giants, che su di lui avrebbero presumibilmente speso volentieri una delle due scelte di top ten possedute dopo l’affare riguardante Dexter Lawrence; fosse arrivato a Washington sarebbe stato il pezzo mancante per salire il gradino successivo, in particolare se appaiato a Jayden Daniels. Trasformando una chiacchiera pre-Draft in realtà, i Cardinals l’hanno chiamato alla numero tre assoluta, una posizione molto criticata dai media, in particolare in virtù delle molteplici necessità che Arizona doveva coprire per la sua ricostruzione.
C’è un chiaro segnale da intepretare in questa selezione, riconducibile al fattore Gibbs/Robinson, dimostratisi pezzi fondamentali nel rendere un attacco potente e imprevedibile, oltre che atletico e produttivo. C’è infatti un piccolo ritorno al running back che sa fare tutto, correre, ricevere, segnare a raffica. Chiaro che, per una vasta gamma di motivazioni, Detroit e Atlanta abbiano ottenuto risultati differenti, per Gibbs c’è anche da considerare la condivisione di portate con Montgomery, ma l’impatto dei numeri è lì, e fa gola a chiunque. I Cardinals sono andati chiaramente in quella direzione, prendendo il miglior giocatore disponibile anziché scegliere considerando una reale necessità di ruolo. Il problema è che non dispongono di un attacco nel quale Love, almeno nel 2026, avrà possibilità di incidere, questo perché manca tutto il resto. I quarterback sono Jacoby Brissett, salvagente della scorsa stagione, che nemmeno si è presentato agli allenamenti volontari primaverili, e Carson Beck, scelto al terzo round e privo di esperienza. Marvin Harrison Jr. sta faticando nell’ascendere nell’èlite del ruolo, contrariamente alle previsioni. La linea offensiva aveva bisogno d’aiuto urgente. Tyler Allgeier, che credeva di essere finalmente titolare dopo l’esperienza da backup proprio di Bijan Robinson ai Falcons, sarà felice di ritrovarsi riserva praticamente da subito, senza riuscire ad approfittare di una situazione che l’avrebbe visto favorito, dato che James Conner sta ancora recuperando dall’infortunio al piede. Ah, poi ci sarebbe pure Trey Benson.
Non ci sono dubbi sulle potenzialità di Love quale superstar cristallina, vista la sua costante produzione collegiale; persistono invece sulla modalità costruttiva del roster da parte di Arizona, che ha dedicato ingenti somme garantite a una posizione di non impellente necessità, che potrebbe, al di là dei numeri che produrrà Jeremiyah, forse più utili ai fantasy che non alle vittorie reali, avere un peso non necessario con il trascorrere del tempo.
LA SOTTOVALUTATA COPPIA DI PASS RUSHER DEI MIAMI HURRICANES
Se i Miami Hurricanes hanno percorso tutta la strada che conduceva al National Championship, lo devono al loro duo di pass rusher da primo round. Reuben Bain Jr. e Akheem Mesidor sono risultati tra le selezioni più apprezzate dalla critica, dal momento che potranno contribuire nel risolvere le problematiche in pass rush delle rispettive squadre di approdo, Tampa Bay Buccaneers e Los Angeles Chargers. In particolare, Bain ha catalizzato l’attenzione uscendo dalla top ten in cui era stato proiettato, dimostrando che le misure, in NFL, contano a volte più del talento. La lunghezza delle braccia è un requisito fondamentale per eseguire o un blocco o divincolarsi da esso, tratto che secondo alcuni scout avrebbe certamente penalizzato Bain nella sua prospettiva professionistica, nonostante la fama di difensore continuo nel tenere continuamente accesa la caccia al quarterback, mettendoci grinta e aggressività in ugual misura. E’ rimasto in Florida, scelto da Jason Licht, uno che prima di tutto il resto guarda il carattere dei ragazzi che potrebbero giocare per lui, e dopo, casomai, dà un’occhiata alle misure: interpellato sui persistenti dubbi sul suo nuovo rookie, ha immediatamente smentito i dubbi, elencando le molteplici qualità di un edge defender che corrisponde all’identikit ricercato dalle difese di Todd Bowles, cariche di azioni in blitz dove Bain, si spera, potrà eccellere, riportando la pressione dei Buccaneers a toccare un’efficienza che non si vede dalla stagione 2020.
Pure Mesidor, come il compagno di reparto, può essere definito leggermente sottovalutato, per quanto la sua discesa alla 22, dov’è stato preso da Jim Harbaugh per la nuova difesa di Chris O’Leary, sulla carta appaia più come un affare che una caduta libera. Sussisteva qualche dubbio sulla sua età, 25 anni, quindi più vecchio di parecchi ragazzi usciti nello stesso anno, ed un vecchio infortunio al piede, roba di due anni fa, con una piccola recente ricaduta, nulla di che. Osservando le ottime prestazioni difensive degli Hurricanes, in particolare nei playoff, il nome di Akheem è stato tra quelli maggiormente pronunciati dai telecronisti quando c’era da assegnare un nome a un’azione difensiva particolarmente incisiva, ponendo a referto 4 sack in 3 partite di postseason. Il fit in questo sistema è dato dalla duttilità del giocatore, partito da uno schieramento interno a West Virginia per poi imparare le movenze esterne a Miami, accumulando esperienza in entrambe le posizioni. Oltre a ciò, è un difensore fatto e finito, di quelli che piacciono al suo head coach, il quale non ha mai nascosto il suo personale pallino per end/tackle molto fisici, che seppur non raffinatissimi a livello tecnico, possono spostare l’inerzia nei terzi down.
Nel complesso delle selezioni di primo round, le chiamate di questi due edge sono state senza dubbio tra quelle maggiormente entusiasmanti.
PILLOLE DI DRAFT
- I nuovi New York Giants di John Harbaugh hanno seguito una tendenza molto chiara, prediligendo giocatori in grado di imporsi fisicamente. Arvell Reese è una bella scommessa, ma possiede margini di miglioramento assai ampi; Francis Mauigoa ha caratteristiche ideali per il power running che il coach vuol fedelmente riprodurre dall’esperienza a Baltimore; di Colton Hood è piaciuto molto l’istinto competitivo e il modo di giocare assai fisico; Malachi Fields aggiunge un bersaglio offensivo di 6’4” per 223 libbre, e blocca molto bene per le corse. Sulla carta, tutto torna.
- Il Super Bowl perso dai New England Patriots, e le relative critiche subite dalla linea offensiva, vedono in Caleb Lomu una scelta più che coerente per il futuro. Se Will Campbell fosse quello della prima metà di regular season, pre-infortunio quindi, e Lomu si stabilizzasse da tackle destro dopo una buonissima carriera a Utah, la squadra di coach Vrabel potrà ancora fare strada, creando la necessaria protezione per Drake Maye.
- La selezione di Fernando Mendoza alla prima assoluta la si conosceva da gennaio, la maggior curiosità riguarda la firma di Kirk Cousins, e come questo potrà incidere sul futuro esordio dell’Heisman Trophy in carica, sostanzialmente un pastore nella terra del peccato. Anche i Raiders, a ogni modo, paiono tra le franchigie più migliorate, ma non per questo, giocando nella forte AFC West, vinceranno da subito.
- Per chi seguiva le sue vicende, Diego Pavia non è stato scelto, ma ha firmato con un contratto di tryout dai Ravens. Oltre alla statura minuta, al braccio non eccezionale, l’ex-eroe di Vanderbilt ha mostrato qualche tratto caratteriale di dubbio gusto, su tutti prendersi quale consigliere pre-Draft un certo Johnny Manziel, uno che di carriera non ci ha mai capito niente. La sfuriata contro il comitato che ha assegnato l’Heisman Trophy, evidentemente, non bastava nella collezione di red flag.
- Un terzo della prima metà del primo round porta i colori di Ohio State.
- I Browns, come i Jets, hanno condotto una tornata di scelte per la maggior parte esemplare. Sono scesi di tre posizioni trovando comunque il loro obiettivo primario, Spencer Fano, e aggiunto due ricevitori complementari tra loro, KC Concepcion per lo slot e Denzel Boston per l’esterno, presenze che se aggiunte a Judkins e Fannin fanno ben sperare per il futuro. Manca sempre un quarterback di riferimento, e la competizione, con l’arrivo della matricola Tayler Green, è sempre serrata. Nel frattempo, Deshaun Watson è stato dichiarato titolare in vista del camp. Qualcuno ci crede ancora?
- Il nome che mi è piaciuto di più nel mezzo del Draft? Elijah Sarratt, protagonista della corsa vincente di Indiana, finito a Baltimore. Ottimi istinti in redzone, ha trasformato tanti lanci di Mendoza in touchdown, e le sue caratteristiche fisiche lo rendono corrispondente alle esigenze di sfogo in emergenza per Lamar Jackson. Dovessi mettere i classici 2 cents, li scommetterei su di lui.
Davide Lavarra, o Dave e basta se preferite, appassionato di Nfl ed Nba dal 1992, praticamente ossessionato dal football americano, che ho cominciato a seguire anche a livello di college dal 2005. Tifoso di Washington Redskins, Houston Rockets, L.A. Dodgers e Florida State Seminoles. Ho la fortuna di scrivere per questo bellissimo sito dal 2004.

