Personalmente, inquadro la off season come una sequenza di eventi, il cui senso risiede nel solleticare gradualmente la nostra fantasia, facendoci immaginare in maniera sempre più realistica le pieghe della stagione successiva, fino a quando il climax emotivo verrà sublimato dall’inizio vero e proprio della stagione. Poiché mi reputo un appassionato del lato soprattutto tattico o strategico che dir si voglia del gioco, tra questa trafila di momenti quella che in assoluto stuzzica maggiormente la mia immaginazione è la nomina dei nuovi head coach.
Dunque è in queste circostanze che la mia mente non riesce a resistere alla tentazione di fantasticare sugli scenari che ci attendono tra circa 5 mesi, provando a ipotizzare schemi, chiamate e principi alla base del gioco delle squadre che si presenteranno ai prossimi nastri di partenza in maniera diametralmente opposta a come le ricordavamo. Per questo, nonostante siamo ormai in piena febbre da free agency, travolti da news, annunci e semplici rumors, non posso fare a meno di tornare indietro a qualche settimana fa, tentando di riavvolgere il nastro e riassumere le novità che vedremo palesarsi sulla sideline il prossimo anno.
L’analisi non può non partire da Klint Kubiak e non perché sia fresco vincitore del Super Bowl o perché suo padre è il mitico Gary Kubiak: vista la competenza tattica del nuovo head coach dei Raiders, che è indubbiamente fuori discussione, nonché per il talento a disposizione della franchigia del Nevada, coach Kubiak è uno dei neo allenatori su cui nutro meno dubbi. Mi sembra infatti ci siano tutte le condizioni necessarie affinché il binomio Kubiak-Las Vegas possa essere sinonimo di successo. È vero, i Raiders hanno vinto l’ultima partita di playoff nel 2002 e la scorsa stagione si è conclusa con il record di 3-14, ciò però significa che Mendoza, più che plausibilmente la prima scelta assoluta del prossimo Draft, a disposizione proprio di Las Vegas, sarà il prossimo starting QB dei nero-argentati.
Tenendo presente che ci sono già a disposizione il TE Bowers e il RB Jeanty, direi che nel giro di qualche anno non sarei sorpreso nel vedere questo reparto primeggiare stabilmente dal punto di vista statistico all’interno della lega e competere regolarmente per un posto in post season.
Lo status di Kubiak come una delle migliori menti offensive del gioco è decisamente acclamato: l’ex offensive coordinator dei Vikings, Saints e Seahawks è l’ennesimo assistente di Kyle Shanahan che avrà l’occasione di essere Head Coach, essendo stato passing game coordinator per i 49ers nel 2023 e ciò evidentemente spiega il successo offensivo registrato da Seattle la scorsa stagione. Tramite un uso massiccio del running game e una playaction devastante, Kubiak ha smentito chiunque pensasse che la miglior versione possibile di Darnold fosse quella di Minnesota sotto l’occhio esperto di O’Connell e chissà che Mendoza non possa conferire a questo sistema ancora più imprevedibilità e, con il supporto di una difesa fresca di numerose firme durante questa off season e guidata dal DC Leonard, magari finalmente per i Raiders sarà l’ora di rivivere i fasti di un tempo ormai troppo lontano.
Un altro coach che credo possa fare decisamente un ottimo lavoro sia Saleh ai Titans: a differenza di Kubiak, lui è già stato capo allenatore ma gli esiti della sua avventura ai Jets non sono stati straordinari, complice forse una direzione non ottimale da parte sua del gruppo e una gestione ovviamente compromessa dalla pessima scelta di Zach Wilson al draft nonché dall’infortunio di Rodgers durante la sua prima uscita di regular season con la franchigia newyorkese. Robert Saleh, però, vanta una competenza difensiva tra le migliori della lega, come dimostra il suo successo durante la sua prima parentesi da defensive coordinator per i 49ers dal 2017 al 2020, mentre la seconda esperienza, vissuta la scorsa stagione, è stata caratterizzata dall’esigenza di riuscire a far di necessità virtù, vista la quantità impressionante di infortuni che hanno colpito la squadra californiana. Anche con i Jets coach Saleh è riuscito comunque nell’intento di forgiare un reparto difensivo tra i più eccellenti del campionato, non ho molti dubbi che ciò possa dunque accadere anche nel Tennesse, ma non è detto che ciò non basterà.
Sarà infatti il lavoro che l’ex allenatore dei Giants Daboll (ora OC dei Titans) svolgerà con il QB Cam Ward a determinare se l’avventura di Saleh in Tennesse sarà un successo o meno. Il quarterback, prima scelta assoluta dell’ultimo draft, ha sicuramente un grandissimo talento, Daboll inoltre potrebbe essere, a mio avviso, l’uomo giusto per questa missione, visto l’eccellente impatto avuto in precedenza sia su Josh Allen che su Daniel Jones. Vedremo dunque se la scelta dei Titans di concedere una nuova occasione a Saleh pagherà i dividendi sperati.
Più complessa da decifrare, a mio avviso, è la situazione che riguarda quelle che, sulla carta, sono due delle migliori franchigie della AFC: Bills e Ravens. I Bills si sono separati con mia grande sorpresa da McDermott, che era stato in grado di portare questa franchigia ai vertici della conference ma evidentemente ritenuto dalla dirigenza non sufficientemente adatto a compiere lo step decisivo per giocare un Super Bowl e agguantare finalmente il Lombardi Trophy. La linea scelta è stata quella della continuità: la promozione di Joe Brady dopo due anni e mezzo da offensive coordinator a Head Coach è, a mio modo di vedere, da leggere come un tentativo di introdurre alcune innovazioni all’interno della gestione del gruppo, allo stesso tempo proseguendo con il trend offensivo positivo, coronato dal premio di MVP vinto da Josh Allen nel 2024. L’intento, dunque, non è stato quello di reinventare questa squadra alterando completamente il progetto tecnico, ma coronarlo, affidandosi a una brillante mente offensiva del gioco che da quando ha sostituito Dorsett non ha fatto altro che attirare attenzioni all’interno della massima lega professionistica di football. Forse la grande novità sarà rappresentata dal sistema difensivo che caratterizzerà questo gruppo, vista l’uscita di McDermott e l’ingresso del neo DC Jim Leonhard, ex safety di questa squadra ma soprattutto assistente di Joseph a Denver, che ha saputo nella scorsa stagione costruire nella Mile High City una delle difese più temibili dell’intero campionato.
Baltimore, invece, è andata a pescare in casa dei Chargers per sostituire il corso di John Harbaugh che, dopo aver guidato la squadra del Maryland come capo allenatore dal 2008 al 2025, si è subito trovato un nuovo lavoro come guida tecnica dei Giants. Per il neo assunto Minter il compito è forse anche più complicato, vista l’eredità ingombrante del predecessore capace comunque di mettersi l’anello al dito durante la sua permanenza ai Ravens. Minter ha già lavorato con Baltimora, precisamente dal 2017 al 2020, successivamente è stato prima il defensive coordinator di Michigan e poi dei Chargers, lavorando in entrambi i casi proprio con il fratello dell’ex HC dei Ravens, Jim Harbaugh. L’ultimo ad aver lavorato con entrambi i fratelli Harbaugh, prima di assumere la guida di una squadra, è stato proprio MacDonald, reduce dalla parata vissuta in prima fila per le strade di Seattle dopo la vittoria contro i Patriots. Chissà che proprio ciò non abbia influenzato la dirigenza della squadra del Maryland, che, dopo aver visto quanto questo tipo di formazione possa essere efficace, ha ritenuto Minter l’uomo giusto per modernizzare lo stile di guida di questo team. Ciò che accomuna questi incarichi è stata la loro appetibilità, vista la quantità di talento presente, ma anche l’eccessivo peso che ciò comporta, non essendo richiesta una figura in grado di imprimere una svolta al corso delle due franchigie ma qualcuno capace di far loro compiere lo step decisivo.
Chissà se innovare si rivelerà la variabile decisiva che mancava o la mossa della disperazione!
Harbaugh invece, come già detto in precedenza, si trova ora alla guida dei Giants. A mio avviso la dirigenza newyorkese, in particolare il contestatissimo Joe Schoen, a cui vengono imputate dall’opinione pubblica una serie di scelte sbagliate avvenute negli ultimi anni, ha tentato una mossa simile a quella fatta da New England lo scorso anno assumendo Vrabel. Tenendo conto delle dovute proporzioni nel momento in cui si mettono a confronto i due contesti, Vrabel è stato capace di reindirizzare la traiettoria di una squadra sì talentuosa ma comunque allo sbando, incarnando il prototipo di una figura forte, un leader carismatico capace di invertire la rotta pericolosa che la franchigia del Massachusetts percorreva da qualche anno. Non c’è dubbio che ci siano delle similitudini quali il talento a disposizione di New York (tra Dart, Nabers, Skattebo, Carter, Burns, Lawrence…) e il pedigree di Harbaugh stesso, ma la provocazione che mi sento di lanciare per esprimere una serie di dubbi, che comunque nutro, è che l’ex coach dei Ravens ha certamente le carte in regola per far meglio dell’ex Daboll, ma avrà ancora qualcosa da dare a questo sport in un ruolo apicale come questo o ormai i suoi anni migliori sono, purtroppo, alle spalle?
Oltre ad Harbaugh, anche Mike McCarthy e Kevin Stefanski avranno nuovamente l’onere e l’onore di guidare una squadra NFL. Stefanski è stato, secondo me, un ottimo coach per i Cleveland Browns, registrando 45 vittorie e 56 sconfitte, dato tuttavia viziato dall’8-26 delle ultime due stagioni, figlie di una serie di decisioni evidentemente avventate da parte della dirigenza, soprattutto per quando riguarda il ruolo del quarterback. Le vicende legate a Deshaun Watson, i suoi infortuni, ma soprattutto il suo contratto, hanno indirizzato pesantemente l’esito complessivo della parabola di Stefanski alla guida dei Browns, conclusasi comunque con due apparizioni ai playoff (derivanti soprattutto da un’ottima rushing offense messa in mostra durante questi anni) e individualmente premiata dalla vittoria nel 2020 e nel 2023 del premio di Head Coach of the Year. Credo, dunque, che il nuovo coach dei Falcons, abbia un’ottima chance per dimostrare che gli ultimi anni in Ohio siano stati soprattutto compromessi da scelte dirigenziali sbagliate più che da una pessima gestione tecnica. Per farlo, potrà contare su una serie di playmaker offensivi come Robinson, Pitts e London, pezzi pregiati di un attacco che però, durante l’ultimo anno della gestione Morris, si è posizionato soltanto 24esimo nella lega in scoring offense e che, nelle speranze nella dirigenza e in particolare nella figura del neo presidente Ryan, spera di rilanciarsi grazie all’apporto del nuovo allenatore, che di talento a disposizione offensivo negli ultimi anni ne ha avuto decisamente meno. L’unico dubbio riguarda ovviamente la gestione del ruolo più cruciale ovvero il QB, visto il rilascio di Cousins, l’infortunio di Penix Jr e la firma di Tua: situazione ingarbugliata ma ciò nonostante comunque più agevole di altre vissute da Stefanski stesso, che si è qualificato ai playoff avendo come starters Dorian Thomas Robbison e Joe Flacco.
Manifesto alcune riserve, pronte chiaramente ad essere smentite dal campo, rispetto alla decisione degli Steelers di affidarsi a McCarthy, che sostituisce Tomlin dopo una gestione durata ben 19 anni. McCarthy vanta sicuramente una notevole esperienza, essendo stato prima ai Packers per 13 anni e poi a Dallas per 5 e avendo accumulato un record complessivo di 174-112-2. L’allenatore originario di Pittsburgh non è decisamente ancora pronto a ritirarsi, anzi intende dare un contributo significativo alla ripresa di questa squadra in quanto figura di spicco, riconosciuta per la sua visione offensiva con alle spalle una storia di successo (in quest’ottica può essere letta la scelta di assumere un coach esperto negli schemi d’attacco, non proprio l’archetipo dell’allenatore degli Steleers, vista la loro storia). Ciò che mi lascia maggiormente perplesso, però, è stata la scelta da parte della dirigenza di puntare su questo tipo di profilo per poter essere competitivi da subito, senza intraprendere un periodo di transizione affidandosi ad un coach inesperto ma più giovane. Pittsburgh è rimasta stabilmente tra le squadre in corsa per un posto ai play off e l’intenzione sembra quella di non arretrare rispetto a questa condizione. Una scelta la cui desiderabilità può però essere messa in discussione: si tratta infatti di una terra di mezzo che non permette né di essere tra le vere pretendenti al titolo, né do avviare un percorso di transizione capace di superare un ciclo positivo, sì, ma evidentemente non sufficiente per puntare davvero alla vittoria.
Tre squadre che, invece, hanno realmente intrapreso una fase di cambiamento sono Miami, Arizona e Cleveland, in cerca di un mutamento radicale visti i risultati negativi che hanno contraddistinto negli anni recenti le squadre in questione. Tutte e tre hanno puntato su coach inesperti: i Dolphins, infatti, hanno scelto l’ex defensive coordinator dei Packers Jeff Hafley, i Browns hanno puntato sull’ex offensive coordinator dei Ravens Todd Monken mentre i Cardinals hanno optato per Mike LaFleur, ex offensive coordinator dei Rams. LaFleur, fratello ovviamente di Matt, ha lavorato sia con McVay che Shanahan, dunque avrà tutta la mia attenzione; mi intriga particolarmente il modo in cui questa giovane mente offensiva configurerà il proprio attacco, avendo a disposizione alcuni giocatori talentuosi ma dovendo anche fare i conti con le problematiche che ovviamente affliggono questa squadra, viste le poche gioie vissute dal pubblico dell’Arizona negli ultimi anni.
Hafley, invece, dei 3 ha la situazione potenzialmente migliore, vista la buona qualità del roster di Miami e l’assunzione dell’ex Packers che, si spera, affini le prestazioni difensive di questo team 22esimo per minor numero di yards concesse durante la scorsa stagione. Monken è sicuramente talentuoso, è stato infatti l’offensive playcaller a Baltimora dal 2023 al 2025 e avrà sicuramente acquisito esperienza lavorando al cospetto di Harbaugh Di certo gli vanno riconosciuti parte dei meriti delle meravigliose stagioni disputate da Lamar Jackson nel 2023 e nel 2024 (una delle due valevole il premio di MVP), ma la situazione con cui dovrà confrontarsi una volta alla guida dei Browns è decisamente ardua: tra le complessità della QB room e la perdita del DC Schwartz dubito che il talento di Monken basti per arginare i disagi che colpiscono questa squadra.
Attendiamo con ansia le conseguenze dei 10 cambi in panchina avvenuti durante questa off season, ricordandoci sempre che è importante restare al passo con i tempi, ma il cambiare non significa necessariamente migliorare, soprattutto se ciò è frutto di esasperazione e frenesia, a volta la pazienza resta la virtù dei forti.
Studente universitario, appassionato di football americano e, ormai più in generale, degli sport a stelle e strisce, dopo essere rimasto stregato in età adolescenziale dalla palla ovale e dal mito che la avvolge.
Tifoso delle franchigie di Chicago dopo aver vissuto qualche mese nella Windy City, qualora ve lo stiate domandando, tra Cubs e White Sox tifo per i Southsiders.


Hafley a Miami ha trovato nulla: tutto è stato desertificato per ricominciare da zero col draft.