Se la prima volta non si scorda mai, la seconda non scherza affatto. Dopo l’esperienza di Las Vegas nel 2024, eccomi di nuovo a raccontarvi quest’altra settimana nella “lavatrice” chiamata “Super Bowl Week“. Si, è come essere in un programma aggressivo misti/colorati: sballottato di qua (San Francisco) e di là(Santa Clara&San Josè…tutti santi) per cercare di star dietro a tutti gli eventi in programma. [Modalità Spoiler ON]: non ce l’ho fatta, qualcosa me lo son perso. Amen.[Modalità Spoiler OFF].
Ecco, partiamo subito a bomba su quello che mi son perso già il primo giorno. L’opening night, dove venivano presentate ai tifosi le 2 squadre e data a noi “giornalisti” (metto tra virgolette per non avvalermi di un titolo che non mi spetta) la possibilità di prendere contatto sia con i giocatori, che con tutto lo staff per potergli rivolgere qualche domanda. Il mio aereo ha pensato bene di arrivare 1h40′ in ritardo e la logistica di questo primo appuntamento non era dei migliori. Mi spiego. Dovevo andare a San Francisco al Moscone Center (luogo ormai mitologico per chi mi ha seguito nelle dirette sui social) per ritirare il pass-stampa e poi andare a San Josè che dista 80km sulle altrettanto mitologiche highway americane. Bene, ma non benissimo. Quindi ho rinunciato, mio malgrado, evitando di rimanere da qualche parte nella notte senza cognizione di dove fossi esattamente. Tanto, di occasioni per poter incrociare giocatori e staff, ne avrei avute nei giorni successivi.
Infatti, da martedì a giovedì, il menù riservato ai “media” è composto da mattinate nei rispettivi quartier generali per partecipare al bombardamento di domande ai 2 coach (MacDonald e Vrabel), ai giocatori più rappresentativi (Drake Maye e Stefon Diggs per i Patriots e Sam Darnold per i Seahawks) e a tutti gli altri giocatori a roster, chi seduto su un podio (quelli più rappresentativi) chi invece seduto al tavolo, potendo affiancarlo in maniera molto più informale.
Solitamente vado a scovare le “Italian-Heritage” dei componenti delle 2 squadre ma quest’anno per noi italiani butta male. L’unico che stuzzica la mia curiosità è il 3° QB dei New England Patriots, ex-Giants, al secolo Tommy DeVito. Ragazzo d’oro, molto disponibile e infatti riesco a parlarci molto serenamente (e per il mio inglese questa è cosa buona e giusta) e fargli qualche domanda.
Sempre durante la “3 giorni” dedicata ai Media, c’è come di consuetudine il “Media-Party“. Quest’anno la location “sembrerebbe” molto cool, ovvero il quartier generale della “EA Sport“, azienda che sforna soprattutto giochi per pc/console a tema sportivo, di cui io sono ottimo fruitore, giocando abitualmente a F1 e Madden26. Rimango un po’ deluso dalla serata perchè c’è troppa…troppa gente (media accreditati in totale 6500) in uno spazio davvero limitato. Se faccio un confronto con il paddock della Formula1 di Las Vegas dove eravamo equamente distribuiti su 3 piani lunghi almeno 200m…diciamo che il paragone non regge. Il cibo di quest’anno non è stato malaccio, soltanto che per prendere una pietanza dovevi o fare file interminabili, oppure divincolarti come il migliore dei Difensive-End. Riesco a fare qualche partita a F1 (ovviamente vinco con il miglior tempo sul giro) e poco più.
Il mercoledì riesco a rompere la routine della palla ovale, andando a trovare coach Eric Réveno di Stanford Division 1 NCAA, grazie al “gancio” di coach John Saintignon altro coach americano conosciuto a Sportilia al WBSC SUPERCAMP quando ancora facevo l’allenatore di basket. Qui trovate l’articolo su questa giornata passata in uno degli atenei più belli e importanti del mondo.
Dal giovedì pomeriggio fino al giorno del Super Bowl mi metto in modalità “turista”. Prima Alcatraz-by-night di giovedì sera, mi fa godere una San Francisco vista dall’isola più famosa della Baia mai vista: tramonto prima sul Golden Gate Bridge e poi skyline di sera. WOW.
Venerdì lo passo esclusivamente andando a trovare Mauro Botta, un mio amico nato a Lecco, la mia città, ma trasferitosi a San Josè nel 2004. Qui con i proprietari di un ristorante di Palo Alto, “Terun”…nome spettacolare….
Manca sempre meno al “Grande Ballo” e l’attesa si fa sentire. Per cercare di non pensare troppo a “vedrò o non vedrò quest’anno la partita dentro lo stadio?” (eh si, perchè i pass stampa mi permetteranno di accedere all’area antistante il Levi’s Stadium ma non la sicurezza di arrivare in prossimità del campo…..ma aspettate…che ci sarà una sorpresa), decido di andare a Berkeley per vedere altro basket e i Golden Bears, anche loro in Division 1 NCAA. Partita non bellissima, dominata da Clemson ma tra tutti i partecipanti ad un “concorso” apparso sul mega-tabellone, scelgono me come selfie da mostrare ai 6000 presenti alla partita. Son soddisfazioni.
Ma arriviamo al motivo di tutto questo peregrinare in terra statunitense: IL SUPER BOWL LX. Con il dubbio appena sopra spiegato, decido di andare con molto anticipo al Levi’s Stadium situato a Santa Clara, sia per evitare troppo traffico, sia per capire come muovermi una volta là. Ah, dimenticavo di dire che tutti gli spostamenti di questi giorni legati al football, sono stati gestiti alla perfezione dalla NFL mettendo a disposizione centinaia di pullman per muovere i media nelle varie location. Voto 10.
La faccio breve: come 2 anni fa, anche quest’anno riesco ad accedere piuttosto tranquillamente alla zona campo e mischiarmi nella folla (oceanica) per guardare la partita. Riesco a godermi tutto il secondo tempo da un settore a ridosso la end-zone e pure mi capita di vedere il primo TD della partita. Mission-accomplished
Oltre la partita, come sempre, c’è l’half-time-show e quest’anno il protagonista è Bad Bunny, cantante latino’s non molto inviso a Donal Trump…anzi…proprio per questo, “ciuffo biondo” ha deciso di non partecipare alla kermesse dello sferoide prolato. Meglio, perchè per la sicurezza sarebbero state solo rogne e ritardi catastrofici (vedi finale degli US Open del 2025). Devo dire che la musica sentita non mi esalta, ma il significato degli oltre 18′ di spettacolo, quello si. L’amore contro l’odio. L’unità contro il dividere. E poi riesco ad intercettare anche le ballerine e i figuranti dello show al loro rientro nei camerini e la loro emozione è palpabile.
La partita, come da me pronosticato, è dominata dai Seattle Seahawks ( qui trovate l’articolo sulla partita del mitico Dave Lavarra) e la mia esperienza va verso la fine. Quello che mi sicuramente mi rimarrà è l’ennesima riprova che lo sport americano è un qualcosa di totalmente diverso, soprattutto a livello del “vivere l’evento”. Vedere mischiate decine di migliaia di persone, con tanta birra in mano ma non assistere a nessuno momento di tensione…beh è qualcosa di pazzesco e difficilmente ripetibile qui da noi.
E come 2 anni fa, sono qui a scrivere tutto questo a pochi minuti dal mio volo di ritorno verso l’italia, verso la normalità, verso il prossimo viaggio nello sport a stelle e strisce. Quando ci sarà? Boh, ma sicuramente voi lettori di PlayitUsa sarete sempre partecipi di queste mie scorribande americane.
Per il momento è tutto, un abbraccio e un saluto..ora chiamano il mio volo…ciaooooooooooooooooo

Latitante da troppi anni da PlayIt, ma con gli “inizi” nei primi anni 2000 ancora nel cuore. Reunion di Arenzano e Ferrara ancora ben impresse nella mia mente!










