Un unico filo conduttore lega i Seahawks del 2014, giunti ad una misera yard da un back-to-back che gli avrebbe resi leggendari, al team che si presenta al Super Bowl dopo 12 stagioni, e corrisponde al nome, nonché al cognome, di John Schneider, il general manager che da ormai tre lustri gestisce tutto ciò che orbita intorno al football in quel di Seattle e che ha gestito con competenza la franchigia, passando dai successi ottenuti con Pete Carroll al timone ad un periodo di transizione che lo ha condotto fino alla ricostruzione iniziata nel 2o22 e portata a termine nell’ultima offseason, quando l’ha finalizzata con l’aggiunta dei tasselli fondamentali per andarsi a giocare la meritata rivincita contro i New England Patriots.
Percorso che, come accennato, ha un punto di partenza ben definito e coincide con la scelta di scambiare il quarterback Russell Wilson con i Denver Broncos, operazione che ha consentito ai Seahawks di accumulare le pick con le quali han gettato le basi per ricostruire la linea offensiva e un reparto difensivo trovatosi definitivamente orfano degl’ultimi membri rimasti dell’intramontabile “Legion of Boom”; l’offensive tackle Charles Cross e il cornerback Devon Whiterspoon, selezionati a circa dodici mesi di distanza l’uno dall’altro, i first rounder con i quali il GM originario di DePere, Wisconsin, decise di ottimizzare il pacchetto di contropartite arrivato dal Colorado, mettendo le mani, sempre nel corso dei Draft 2022 e 2023, su altrettanti prospetti di valore come il DE Boye Mafe e l’EDGE Derick Hall.
Tutti giocatori che oggi sono dei punti fermi nella depth chart ei Seattle e che difficilmente sarebbero stati parte del team senza la sopracitata trade finalizzata nell’offseason del 2022, una mossa che ha rappresentato un vero e proprio volano per il rilancio dell’organizzazione guidata dagli eredi del compianto Paul Allen, capace di mettere insieme due delle Draft Class migliori della propria storia nel biennio 22-23, avviando la costruzione del team che ha conquistato il titolo della National Conference non più tardi di dieci giorni fà.
Kenneth Walker III, Abe Lucas, Coby Bryant, Riq Woolen, Jaxon Smith-Njigba, Zach Charbonnet e Anthony Bradford, sono tutti nomi che l’ottimo team di scouting si era appuntato ai tempi e che sono arrivati nella Emerald City nelle stagioni che hanno preceduto l’ingaggio dell’altro protagonista indiscusso di questa risalita, Mike Macdonald, nominato head coach il 31 Gennaio 2024 dopo due ottimi campionati passati sulla sideline dei Ravens come defensive coordinator.
Passare dal capo allenatore più vecchio al più giovane dell’intera lega è stata un’altra mossa rivelatasi vincente per Schneider, che con l’assunzione dell’ex DC di Baltimore ha portato la classica ventata d’aria fresca nel clima reso ormai stantio dallo stallo vissuto nelle ultime season con Carroll alla guida, andando ad innescare un fuoco che pareva essersi definitivamente sopito con l’addio degli ultimi veterani che avevano contribuito a costruire le fortune della franchigia; nuovi schemi difensivi, nuovo playcalling, nuovi coordinatori e una filosofia che strizza l’occhio al recente passato, un periodo in cui “fratellanza” e “lavoro” erano termini che si sentivano spesso nei dintorni del Virginia Mason Athletic Center, luogo in cui sono tornati d’attualità oggi, rimandati a memoria come un prezioso mantra da ogni componente del roster.
Se c’è infatti una cosa che traspare chiaramente nei Seahawks edizione 2025 è l’unità della squadra nella sua interezza, con i reparti che non vivono più come due elementi a se stanti all’interno dello stesso team, ma che fanno parte di un solo insieme, di un unico gruppo, pronto a sacrificarsi e lottare per ogni compagno, sia esso un componente dell’attacco, della difesa o degli special team; a ulteriore dimostrazione di questo basta pensare alle parole spese da Ernest Jones IV, fresco del record di palloni pizzicati in carriera, in difesa del quarterback Sam Darnold nel post partita del match contro i rivali 49ers di week 11, quando più di un reporter stava cercando di addossare le colpe della sconfitta ai 4 intercetti lanciati dal numero 14.
“Sam se ne stava lì seduto a dire ‘È colpa mia’… no, non lo è. In difesa, avremmo potuto fare delle giocate. Ci sono state occasioni in cui avremmo potuto fare di meglio. È il football. Gli copriamo le spalle.” il tutto condito da un paio di calorosi inviti a fare un viaggetto verso un certo famoso paese al proprio interlocutore; parole da leader, insomma, come il ruolo che riveste all’interno della difesa migliore della lega, ribattezzata MOB, acronimo di “Mission Over Bulls” come spiegato in diverse occasioni dai componenti del reparto allenato da Aden Durde, primo coordinator britannico a raggiungere un Super Bowl.
Prima per punti concessi a partita, 17.2, e nell’efficienza sui terzi down, 32.1 trasformazioni consentite, sesta per yards totali lasciate sul terreno di gioco agli avversari, la defense dei Seahawks è cresciuta esponenzialmente in questi due anni arrivando a mettere in crisi tutti gli avversari che l’hanno affrontata nel corso del 2025, che in più di un’occasione hanno sostenuto come sembrasse di trovarsi dinnanzi a una formazione con dodici uomini in campo; 12 come il numero che da sempre identifica i tifosi di Seattle, soprattutto nelle partite interne al Lumen Field, e come amava autodefinirsi questa difesa fino a poco tempo fa, “12 as One”, prima di diventare “M.O.B” e, infine, “The Dark Side”, in virtù dello spazio ridotto che concedono agli altri team nella zona difensiva del campo.
Una sorta di buio che ben si traduce nelle giocate che han reso celebre il reparto tra regular season e playoffs, a maggior dimostrazione della compattezza e dello spirito di sacrificio che lo anima, forte del sistema adottato da Macdonald e dai suoi collaboratori, volto non solo alla mera esecuzione di un determinato compito ma alla comprensione del motivo per cui viene chiesto ad un giocatore di effettuare un determinato movimento; ogni azione del singolo viene spiegata nei minimi dettagli, cercando di prepararlo adeguatamente e mettendolo a conoscenza delle criticità, dei momenti in cui rischia di essere più vulnerabile, di come verrà attaccato dagli avversari nelle diverse situazioni di campo, down and distance, il tutto per consentirgli di reagire al meglio e mettere a segno la giocata.
Modus operandi che ha portato i suoi frutti, soprattutto in una statistica che nelle ultime stagioni sta acquisendo sempre più importanza nel football professionistico, ovvero quella relativa agli explosive play, identificati come una corsa che supera le 12 yards o un passaggio di oltre 16 yds, situazioni di gioco in cui Seattle si è rivelata un’eccellenza a livello di NFL, ottenendo il miglior margine sui giochi esplosivi realizzati dall’attacco, 7.24, e concessi dalle difese, 4.64, con un +2.60; dagli studi condotti negl’ultimi anni queste giocate risultano avere sempre più peso nel corso delle partite, tanto che il valore degli expected point sale vertiginosamente nei drive in cui queste vengono effettuate, e per diversi esperti non è un caso che l’altra squadra arrivata a giocarsi il Super Bowl sia giunta seconda in questa speciale classifica con un margine di +2.17.
Giocate esplosive, tra l’altro, in cui l’offense dei Seahawks si è prodigata diverse volte nel corso della season e che si erano già intraviste nel 2024 con Geno Smith dietro il centro, con il prodotto di West Virginia spesso protagonista di improvvisi ribaltamenti di campo e drive rapidissimi con i quali si portava nei pressi dell’endzone avversaria; un leit motiv che ha tenuto banco anche quest’anno nonostante l’ingaggio di Sam Darnold, reduce dalla stagione del definitivo rilancio con i Vikings, avesse fatto sollevare diversi dubbi sulla sua possibilità di prosperare senza la riduzione dei margini di errori garantitegli dal sistema di Kevin O’Connell.
Dubbi, se davvero ancora ce ne fossero stati, annientati definitivamente con la prestazione sfoderata nel Championship, dove l’ex Trojans, primo quarterback nella secolare storia di USC a staccare il biglietto per il Grande Ballo, ha messo in pratica tutti i concetti sviluppati dalla West Coast Offense tanto cara alla famiglia Kubiak e adottata con profitto anche dall’OC di Seattle Klint Kubiak per farlo rendere al meglio; 4,048 yards, 25 TD pass, 14 INT, lanciati in regular season e 470 yds, 4 touchdown pass, nessun intercetto, lanciati in postseason, i numeri con cui l’ex prima scelta dei Jets si presenta al Super Bowl LX, forte di un attacco che ha chiuso al terzo posto per punti realizzati al termine della stagione regolare, 483 in totale per una media superiore ai 28 a partita.
Attacco nel quale han trovato una loro dimensione anche gli ultimi arrivati, Cooper Kupp, messo sotto contratto nella free agency 2025 dopo il suo addio ai Rams, e Rashid Shaheed, acquisito dai Saints a ridosso della trade deadline dello scorso 4 Novembre, fondamentali per fornire ulteriori possibilità di sfogo al passing game orchestrato dallo stesso Darnold e in grado di rappresentare delle valide alternative al WR di punta del team, il già citato Smith-Njigba, reduce dalla prima nomina All-Pro della carriera dopo aver chiuso la stagione con 119 prese per 1,793 yards e 10 touchdown.
Un punto fermo del team, una stella silenziosa e altrettanto preziosa, nonchè uno dei 13 attuali titolari, tra attacco e difesa, che hanno messo piede nel football professionistico grazie ai Seahawks e che testimonia l’ottimo lavoro svolto dalla franchigia di Seattle negli ultimi anni; un lavoro impreziosito dalla capacità di muoversi sul mercato del già citato Schneider, che come anticipato ad inizio articolo è stato abilissimo ad aggiungere ogni anno qualche tassello utile a completare il puzzle, andandosi a prendere quelli definitivi, e altresì decisivi, la scorsa primavera, quando nella Città di Smeraldo, oltre a Darnold e Kupp, è arrivato anche DeMarcus Lawrence, che con la sua tenacia ha contribuito a far crescere ulteriormente la difesa e, più in generale, l’intero team.
Voluto fortemente dal coaching staff, nel quale conosceva già il DC Durden per averlo avuto come allenatore di posizione nei Cowboys, e dal general manager, oltre ad aver portato a termine una delle migliori stagioni dell’intera carriera con 53 tackles, 6.0 sacks, 3 fumbles forced e 3 fumble recuperati, è stato fondamentale per accrescere la cultura dello “shocking effort”, lo slogan che insieme a “living the Death Zone” e “A style nobody wants to play” campeggia un po’ ovunque all’interno del centro di allenamento dei Seahawks; uno “sforzo scioccante” che ben impersona l’ex di Dallas, sempre pronto a metterci quel qualcosa in più per arrivare a mettere le mani sul quarterback o sul ball carrier avversari, indomabile, difficile da arginare e in grado di rispondere presente ogni volta che gli viene chiesto di gettare il cuore oltre l’ostacolo, la stessa cosa che dovranno fare i suoi compagni, in ogni singolo down, sia esso difensivo o offensivo, per apporre quell’ultima, splendida, pennellata sulla tela dipinta da Schneider e Macdonald.
Folgorato sulla via del football dai vecchi Guerin Sportivo negli anni ’80, ho riscoperto la NFL nel mio sperduto angolo tra le Langhe piemontesi tramite Telepiù, prima, e SKY, poi; fans dei Minnesota Vikings e della gloriosa Notre Dame ho conosciuto il mondo di Playitusa, con cui ho l’onore di collaborare dal 2004, in un freddo giorno dell’inverno 2003. Da allora non faccio altro che ringraziare Max GIordan…

