L’incredibile stagione dei New England Patriots è spesso stata osservata con sospetto e scetticismo. La franchigia di Boston era attesa solo a un logico progresso, in fondo, in virtù della crescita dei numerosi giovani recentemente selezionati o firmati via free agency, ma anche per via dei meccanismi del calendario Nfl, dove si allineano la maggior parte dei confronti con squadre che hanno ottenuto la stessa posizione nel campionato precedente. Così, tra un fattore e l’altro, il numero di vittorie può salire considerevolmente, ma non per questo si diventa automaticamente una compagine da playoff, non dalla sera alla mattina. Infatti, non c’era nessuna garanzia di potersi mettere così presto in competizione con i Buffalo Bills, per esempio, pertanto, a maggior ragione, non era nemmeno prevedibile pensare a un percorso profondo in postseason, un luogo che New England, ai tempi di Brady e Belichick, aveva frequentato con una leggendaria frequenza. L’argenteria conseguita, la si conosce molto bene. Cosa sia diventata questa squadra durante lo svolgimento della scorsa regular season, rimane probabilmente un segreto che solo l’organizzazione conosce. Mike Vrabel, l’uomo che l’ha rivoluzionata, ci ha creduto sin dal momento della sua firma per ricevere l’incarico di head coach: ha saputo infondere una mentalità vincente, creando un gruppo di giocatori coeso, ponendo un obiettivo chiaro e preciso, il quale non doveva semplicemente limitarsi al migliorare il record della campagna precedente, o raggiungere i playoff per poi accomodarsi sul temporaneo successo di un traguardo a mezza via, e migliorare ancora l’anno successivo. Vrabel è andato direttamente per la giugulare: i New England Patriots giocheranno la sessantesima edizione del Super Bowl, a seguito di un percorso che li ha visti affermare una settimana dopo l’altra, facendo ritorno alla terra promessa con una tempistica assolutamente impensabile.

Si parla pur sempre di una squadra che proveniva da due annate consecutive chiuse a quota 4-13, buona solamente per accaparrarsi qualche importante talento collegiale, e farsi prendere dalla nostalgia dei bei tempi andati, quando il Gillette Stadium fungeva da teatro di epiche battaglie gelate, spesso valevoli per staccare il biglietto per la finalissima. All’epoca della ricostruzione, c’era Jerod Mayo, ex-linebacker della dinastia, incaricato di un compito pesante come un macigno, comprendente la pressione di dover rappresentare il primo capo-allenatore dopo l’era di Bill Belichick, vivendo un confronto impietoso, un compito ingrato, un maquillage totale, che nemmeno stava andando per il verso giusto. Robert Kraft, proprietario da più di trent’anni, il cui tassametro anagrafico sta già attraversando una vecchiaia arzilla, ma pur sempre tale, aveva ancora voglia di vincere, e doveva farlo in fretta. Alla fine Mayo ha rivestito un semplice ruolo di traghettatore, e non di iniziatore della nuova epoca: Kraft aveva deciso che quella posizione spettava a Vrabel, personalità vincente per antonomasia nonché bandiera locale, uno che sapeva benissimo come arrivare in fondo, avendo alzato ben tre Lombardi’s da giocatore, con gli stessi colori che si stava apprestando ad allenare dall’alto di un curriculum di tutto rispetto. L’approdo al Championship della Afc dei Tennessee Titans nel 2019, caduti solo dinanzi all’onnipotente Mahomes, portava infatti il suo sigillo.

L’inizio di campionato era stato, per così dire, tiepido. Bilancio iniziale di 1-2, primo mese chiuso con il 50% di successi grazie a una travolgente affermazione contro Carolina, per merito di un attacco capace di registrare 42 punti: i Patriots stavano lentamente migliorando, com’era normale fosse, avevano perso contro i Raiders all’esordio – e l’epilogo della stagione di Las Vegas è ben noto a tutti – sicuramente c’era molto da sistemare, prima di anche solo tentare di accennare alla competitività vera. Per Vrabel la storia era un’altra, ed era tornato a Boston solamente per ripristinare il vessillo dei Patriots più in alto possibile, da subito: ci credeva lui per primo, e ha convinto ogni membro del roster della stessa identica cosa, portando a casa la prima vittoria davvero importante dell’anno, contro i famigerati Bills. Buffalo, assieme a Kansas City e Baltimore, compariva infatti nella triade di compagini nettamente favorite per vincere la Afc, in una division caratterizzata dalla poca consistenza dei Dolphins, dalla ristrutturazione in corso che gli stessi Patriots stavano affrontando, e i Jets, vabbè, erano i soliti Jets. Il successo su Josh Allen per 23-20 davanti a un pubblico nazionale, aveva tuttavia posto New England sulla mappa; da quel momento l’attenzione sui ragazzi di Vrabel si è fatta più concentrata, per quanto nessuno fosse realmente convinto che si trattasse del primo chiaro messaggio che potesse condurre all’avvicendamento divisionale.

Tale sentimento è stato avvalorato da dieci vittorie consecutive. Si può parlare di fortuna o di livello non esattamente elettrizzante degli opponenti forniti dal calendario, ma vincere così tante partite consecutive nel football americano non è un’impresa alla portata di una franchigia semplicemente etichettata come sopravvalutata. I Patriots erano for real, man mano che le statistiche stagionali si accumulavano diventava sempre più chiaro che erano già pronti a vestire panni da contender. Secondo attacco di lega con 490 punti, terzo per le 6.449 yard prodotte, e sopattutto la quarta difesa per segnature subìte: cifre ben differenti rispetto a quelle dove annacquava il team senza prospettiva gestito da Mayo, proveniente da una stagione dove Drake Maye rappresentava solamente una promessa per un futuro ben più lontano da questa meravigliosa attualità, il quale ha invece dimostrato di essere il più pronto tra i quarterback selezionati nel Draft del 2024, in compagnia di Caleb Williams, Jayden Daniels e Bo Nix, una nidiata straordinaria, dove tutti i componenti hanno già giocato più gare di playoff. Il cammino di New England terminava con un solo passo falso, la rimonta concessa proprio a quei Bills così favoriti all’inizio, i quali non erano tuttavia stati capaci di tenere il passo nella Afc East, cedendo lo scettro divisionale a una realtà divenuta nel frattempo imponente, come attestato dal record di 14-3, valevole per la seconda piazza assoluta di Conference, che i Patriots erano riusciti incredibilmente a conquistare. Una delle soddisfazioni più grandi, era stata il ritorno sul luogo del delitto, lo scorso 19 ottobre, sul campo dei Titans: quel giorno Vrabel aveva insegnato football alla squadra che l’aveva frettolosamente licenziato, prendendosi una rivincita dal gusto assai particolare.

Chiunque attendeva il fatidico varco dei playoff, dove si misurano con maggior precisione le reali ambizioni di una franchigia. La vittoria casalinga contro i Chargers di Jim Harbaugh aveva evidenziato una flessione offensiva, abbinata alla stellare prestazione di una difesa che aveva concesso solamente tre punti, pur sottolineando la complicità dei losangeleni, incapaci di varcare la soglia della endzone nonostante posizioni di campo vantaggiose. Vrabel aveva vinto sotto tutti i punti di vista il confronto con il collega, sfruttando il chiaro vantaggio di fronteggiare una linea offensiva rimaneggiata dagli infortuni, contro la quale la pass rush dei Patriots si era schiantata ferocemente, scrivendo una delle giornate più difficili mai trascorse da Justin Herbert su un campo di football. Toccava poi ospitare Houston, e l’iper-aggressivo reparto difensivo di DeMeco Ryans, in uno scontro sulla carta ricco d’interesse, poi calato a seguito dei numerosi errori di C.J. Stroud, il quale, a un certo punto, aveva dato l’impressione di lanciare un intercetto a ogni possibile tentativo. Maye era stato tutt’altro che impeccabile, ma aveva comunque lanciato 3 passaggi da touchdown, Kayshon Boutte aveva indossato gli abiti dell’acrobata ricevendo una meta spettacolare, e la difesa aveva provocato 5 turnover, quant’era bastato a rendere inutili le prodezze della controparte texana, la quale aveva tenuto Houston in linea di galleggimento nonostante i numerosi errori del suo regista offensivo.

Il tema della presupposta fortuna, tornava quindi d’attualità in vista di un impegno difficilmente pronosticabile, come la presenza dei Patriots al Championship della Afc, di suo, già un’impresa titanica. Con Lamar Jackson fuori dai playoff, Mahomes rotto con i Chiefs in anno di pura disgrazia, Josh Allen eliminato dai Broncos, New England affrontava la trasferta in Colorado con ulteriore fomento motivazionale, dato che la critica sottolineava l’assenza delle principali superstar di Conference dalla competizione, alla quale si aggiungeva il rocambolesco infortunio di Bo Nix, che non avrebbe così partecipato alla sfida che avrebbe consentito l’accesso al Super Bowl. Già era andata bene prima, ora c’era persino il lusso di dover giocare contro Jarett Stidham. La partita di Denver è stata, in qualche modo, magica. Un 10-7 d’altri tempi, con difese dominanti, tempo inclemente, tant’è che, nel mezzo della bufera di neve cominciata nel terzo periodo, pareva quasi di scorgere da qualche parte l’ombra di Tom Brady, in una delle tante gare vinte a Foxboro nelle stesse condizioni metereologiche. Una gara portata a casa difendendo ogni centimetro e portando immensa pressione sull’inesperto Stidham, reo del fumble che andava a decidere le sorti, tra field goal sbagliati, opportunità mal sfruttate da Sean Payton, e un Maye in difficoltà nel gioco aereo, cui aveva sopperito eseguendo degli scramble fondamentali per far avanzare l’attacco in posizioni di campo decenti, complice anche il diverso assetto offensivo che Vrabel e Josh McDaniels, altro nominativo dinastico noto ai più, avevano improntato sulle corse, cercando di ottenere il più possibile da Rhamondre Stevenson e dal rookie TreVeyon Henderson.

Senza dare spettacolo, senza superstar dichiarate, e durante i primi playoff professionistici giocati da Maye, i New England Patriots sono tornati al Super Bowl, come negli anni della Dinastia, che poi, così tanto lontani non sono. L’ultimo atto della rivoluzionaria stagione creata da Mike Vrabel è previsto per domenica notte, al Levi’s Stadium di San Francisco, dove, contro i temibili Seattle Seahawks, servirà l’ennesima prestazione difensiva d’altri tempi, e una condizione psicologica eccellente da parte di Maye, proiettato sul palcoscenico più grande del football a soli 23 anni. L’ultima missione dei Patriots non è il dimostrare di essere già tornati, ma di essere giunti qui per restare, e vincere ancora molto. Di certo, l’uomo selezionato da Kraft per condurre tale incarico, si è da subito dimostrato essere quello giusto.

 

One thought on “Road To Super Bowl LX: New England Patriots

  1. Sara un massacro, i Pat non hanno incontrato nessuno… fino ad ora!!! Il calendario e stato imbarazzante, sembra quasi pilotato.🤷‍♂️vedremo…

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