Se, a inizio stagione, qualcuno avesse gettato lì anche solo uno scherzo, sostenendo che i New England Patriots sarebbero risultati già maturi per approdare al Super Bowl giocando nella stessa conference di Mahomes, Allen e Jackson, la cosa non sarebbe minimamente stata presa sul serio. Eppure, qualche mese dopo, ci si ritrova dinanzi al fatto compiuto, con tanto di sbigottimento generale, per quanto la ricerca di ritornare a rivestire una precisa identità culturale non abbia mai cessato di esistere, evidente merito di una proprietà lungimirante e abile nella propria conduzione. No, non si pensava che i Patriots fossero capaci di rigenerarsi così presto. Si parla pur sempre di una franchigia che, per quanto annodata ai sei Super Bowl conquistati nell’era Brady-Belichick, aveva comunque vinto esattamente quattro partite per ciascuno dei due anni precedenti all’attuale, schierando in campo un prodotto neanche lontanamente simile a quello dell’epopea trionfale, dando l’idea che la ricostruzione di un roster quantomeno competitivo avebbe richiesto molto più tempo di questo, prima di tornare in alto.

I playoff giocati da New England sono stati simbolici nel descrivere una stagione giocata in maniera sontuosa, un turnaround che Mike Vrabel ha diretto in prima persona, dimostrando tutta la sua validità di head coach proprio sul luogo del delitto, lo stesso in cui aveva vinto tre Lombardi’s, quando si dilettava a giocare da linebacker ricevendo pure qualche touchdown dal suo amico Tom. L’head coach ha dovuto lottare contro lo scetticismo generale per tutto l’anno, frutto di una regular season chiusa con addirittura 14 vittorie, denotando uno dei più brillanti miglioramenti tra una stagione e la successiva che si siano mai visti nella Nfl, un campionato del quale ci si chiedeva quale potesse essere l’effettiva attestazione di forza della squadra. La stessa era infatti stata spesso criticata per il calendario facile, poi perché la competizione era stata facilitata dalla disgraziata annata dei Chiefs, e infine perché la concorrenza proposta dalla Afc, una volta salutati i Bills, non era poi questo granché. Anzi, era andata ancora meglio, dato che proprio nelle ultime battute di gara contro Buffalo, i Denver Broncos avevano perso Bo Nix, proprio sul più bello, un’altra agevolazione di cui tenere conto, dato che i Pats sarebbero dovuti proprio volare sulle montagne rocciose, dovendo stavolta vincere in un ambiente a loro ostile.

La verità, e un’osservazione più attenta ai dettagli, raccontano invece un’altra storia: Mike Vrabel, che era pur sempre riuscito nella non comune impresa di portare i Tennessee Titans alla finale di Conference nel 2019, ha costruito una formazione di tutto rispetto, capace di classificarsi al secondo posto di lega per punti segnati, fidandosi dei progressi che Drake Maye ha effettivamente dimostrato nel suo secondo anno di esperienza, nonché allestendo una difesa certamente priva di una chiara superstar, costituendo un gruppo solidissimo e affiatato, capace di concedere nemmeno 20 punti di media. Certo, magari il reparto offensivo, rispetto alla regular season, è calato nelle cifre, ha vissuto le sue difficoltà, ma ha saputo colpire nel segno anche senza necessariamente segnare 30 punti, complice la collaborazione di una difesa molto forte in trincea, tosta in copertura, che nelle tre gare di postseason disputate ha elargito 8.6 punti medi, esercitando un dominio numericamente comparabile a quello dei Ravens dei primissimi anni duemila.

La storia del confronto occorso in Colorado non è di facilissimo  racconto, perché motivi d’intrattenimento ce ne sono stati davvero pochi, a meno che non si sia capaci di apprezzare i singoli dettagli che hanno portato alla definizione delle varie situazioni di gioco, in quella che si è dimostrata essere a pieno titolo una battaglia difensiva e territoriale d’alta qualità. 10-7 il finale, solamente 3 punti segnati nel secondo tempo, con l’unico touchdown della partita di New England a essere determinato da un grave errore di Jarrett Stidham, chiamato a sostituire Nix, regalando un possesso molto favorevole a dei Patriots che hanno faticato moltissimo nel muovere il pallone per tutto il periodo antecedente all’intervallo. Nelle fasi iniziali, infatti, il backup quarterback aveva aderito adeguatamente al piano partita programmato da Sean Payton, che aveva di fatto funzionato per la quasi totalità dei primi trenta minuti effettivi. Scaltro nel riconoscere un errore in copertura, Stidham aveva infatti completato il gioco più spettacolare della gara, un lancio di 52 yard terminato dritto nelle mani di Marvin Mims in piena redzone, per poi agire in bootleg trovando Courtland Sutton libero dietro alla difesa, indisturbato, per il touchdown del provvisorio vantaggio.

Fino al fumble commesso da Denver, che aveva regalato una ghiottissima posizione di campo ai Patriots, l’attacco coordinato da Josh McDaniels non aveva combinato sostanzialmente nulla: poca insistenza sulle corse, lanci fuori misura di un Maye complessivamente impreciso (10/21 per sole 86 yard, ma un fondamentale contributo nel portare personalmente il pallone) avevano lasciato New England a sole 36 yard in 4 drive, assecondando l’intenzione di Payton nel relegarli il più possibile nella loro metà campo. Decisivo, ai fini pratici, il panico cui Stidham è stato sottoposto dal tremendo pacchetto di pressione difensiva studiato da Vrabel per determinati down, con il quarterback letteralmente assalito e costretto a evadere alla sua sinistra, tenendo troppo il pallone, anziché disfarsene, o prendere un opportuno sack: il goffo tentativo di sbarazzarsi dell’ovale si è tramutato in un passaggio all’indietro causando un fumble, che senza la svista arbitrale avrebbe generato una meta difensiva su ritorno. Poco male, perché nel giro di qualche azione, partendo dalle 12 yard a favore, sarebbe stato proprio Maye a trasportare il pallone varcando la endzone, facendo pesare enormemente un chiaro errore tattico di Payton, il quale, in una gara così importante, aveva precedentemente rinunciato a un field goal in favore di un quarto tentativo alla mano, determinando di fatto il differenziale nel punteggio finale.

Nettamente differente è stato invece l’approccio offensivo dei Patriots in apertura di ripresa, mandando un chiaro messaggio di voler mettere le mani sulla partita, per quanto tumultuosa fosse la missione in un confronto così avaro di segnature, a maggior ragione in vista di un rilevante cambio nel meteo locale, passato dal freddo soleggiato al freezer con annessa bufera di neve che ha caratterizzato quasi tutta la seconda metà di gara, fino a porre seri problemi di visibilità in campo. Fondamentale è stato infatti ristabilire le gerarchie nel tempo di possesso, costruendo un drive caratterizzato dalla messa in moto della combo Stevenson/Henderson, giungendo a mangiare ben nove minuti e mezzo del terzo quarto, permettendo così a Borregales un comodo field goal di 23 yard. Ben più impervio sarebbe stato il tentativo nella serie offensiva seguente, 46 yard, mandato a lato dal medesimo kicker mentre le condizioni peggioravano sempre più; se non altro Vrabel aveva ottenuto ciò che desiderava, ovvero concedere a Denver tre azioni per 6 yard complessive in tutto il periodo, entrando nel quarto conclusivo scommettendo sulla difesa, e sulla fondamentale capacità di scramble di un Maye assai decisivo da quel punto di vista, terminando peraltro la partita senza turnover.

Il 10-7 provvisorio non si è più mosso di lì, per via dell’approccio conservativo di una New England cui è mancato il colpo finale per chiudere i conti, e i ripetuti tentativi di Denver nel cercare di creare drive soddisfacenti, per i quali si era dovuto attendere un pessimo punt di Bryce Barringer, unico episodio che abbia dato una possibilità in più ai Broncos, al contrario di un Jeremy Crawshaw da 51.5 yard a calcio, e due piazzamenti sulle 8 yard. Da tale opportunità nascevano però solo 5 yard nette, rendendo difficoltoso il tentativo di 46 yard poi fallito da Will Lutz, prima di posare definitivamente le armi sulla neve a seguito dell’intercetto di Christian Gonzalez su una chiara forzatura di Stidham, oramai inevitabile, visto che il tempo per recuperare se ne stava scorrendo inesorabilmente.

Ne emerge una vittoria quasi surreale, non certo perché i Patriots non rappresentino una squadra di grande valore, piuttosto per il poco tempo impiegato nel passare da una stagione perdente al presenziare al Super Bowl LX, nel più confortevole clima di Santa Clara, contro quei Seattle Seahawks capaci d’impaurire parecchia della gente passata per la loro strada. I Patriots partono sfavoriti e da tali hanno giocato un campionato esemplare, partito a quota 1-2 per poi inanellare un’impressionante serie di vittorie sino a coronare il 14-3 conclusivo, roba d’altri tempi, che rappresenta invece una piacevole attualità. Sarà la dodicesima finale della storia della franchigia, nonché l’undicesima giocata sotto la proprietà di Robert Kraft, che detiene la titolarità di New England da trentadue anni: a dimostrazione delle sua capacità imprenditoriale, la squadra è andata al Super Bowl nel 34% delle stagioni in cui lui è stato l’owner, un dato che non si saprebbe come altro definire, se non fantascientifico.

Nessuno credeva i Patriots capaci di una simile impresa, non ora. Onore e merito a Mike Vrabel, che evidentemente sa come costruire una cultura vincente e farla fruttare a dovere; il resto lo si vedrà tra un paio di settimane, in un rematch che i Seahawks assaporano dalla stagione 2014, quando, da campioni in carica, si fermarono a una sola yard dal traguardo, a causa dello storico intercetto di Malcolm Butler, quando sarebbe bastato sfamare Marshawn Lynch per segnare i punti del sorpasso. Questo, invece, sarà un Super Bowl completamente diverso: il primo per Drake Maye, sicuramente tra i giocatori più attesi nell’ottica di capire se potrà reggere la pressione di una finalissima a soli 23 anni, nonché il primo per il suo capo-allenatore, che si è dimostrato essere la persona corretta nel prendere per mano questi Patriots, riportandoli subito nella cultura vincente che lui stesso, da giocatore, ha contribuito a creare.

 

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