Se c’è un minimo comune denominatore tra le varie edizioni dei 49ers di Kyle Shanahan, lo si può senz’altro trovare in infermeria. Nemmeno stavolta San Francisco ha mollato dinanzi alle scusanti, al di là di una vittoria finale che va trattata a tutti gli effetti come un upset, combattendo senza mai arrendersi con le armi rimaste a disposizione, portando a termine un’impresa che ha del gigantesco, ovvero l’eliminazione, in trasferta, dei campioni in carica di Philadelphia. Infatti, qualora la sfortuna non avesse già cercato Shanahan in passato, non erano bastate le varie tegole quest’anno cadute in testa a Bosa, Warner, Pearsall, senza dimenticare la bizzarra situazione di Brandon Ayiuk: il destino ha tolto di mezzo anche George Kittle, vittima di una lesione al tendine d’Achille, e costretto a seguire il resto della gara negli spogliatoi, tra un goccio di tequila e il successivo, l’unico espediente che riuscisse in qualche modo a fargli dimenticare lo sventurato episodio. I Niners hanno giocato al meglio delle loro limitate possibilità, centrato una giocata folle che senza dubbio ha variato le economie della partita, difeso come se non ci fosse un domani, tanto per ricordare la grandezza estrema di Robert Saleh nelle vesti di defensive coordinator, e hanno infine ammutolito uno stadio incredulo, che, nonostante gli evidenti limiti offensivi mostrati quest’anno da Hurts e soci, credeva in un’altra cavalcata vincente.
Per una volta, la sfortuna ha risparmiato Christian McCaffrey, e diciamolo, senza lui i 49ers non possono essere neanche vicini rispetto alla potenzialità offensiva che mettono in atto quando lui è in salute, al suo posto, nella lineup. Non è stata una gara di statistiche scintillanti, anzi, a nessuno interessava che lo fosse, perché passare il turno era la missione principale, e tutto si è svolto come un’autentica battaglia per la conquista di centimetri, come un gioco di scacchi volto a scoprire le debolezze dell’avversario nei minimi dettagli, dove ogni yard conquistata aveva letteralmente un costo fisico da pagare. Il running back tuttofare di San Francisco, finalmente presente in ogni gara dopo averne giocate solo quattro nel 2024, ha fatto una netta differenza anche senza risultare scintillante nei numeri: pochi spazi per correre, il box sempre imbottigliato che ha permesso solamente 3.2 yard per portata, ma una capacità di incidere che non può essere giudicata dalle cifre, ma dall’esecuzione. In una gara dove i Niners si sono piegati fino a rischiare di spezzarsi, l’inerzia è cambiata per sempre grazie a un suggerimento di Klint Kubiak, creativo offensive coordinator, il quale ha inserito nel playbook una doppia reverse, partendo da una jet-sweep a favore di Skyy Moore, uno dei tanti pezzi raccolti per strada per rendere il roster almeno presentabile, per poi mandare il pallone nelle capaci mani di JaJuan Jennings, grintoso wide receiver che alle superiori giocava quarterback. La zona degli Eagles, in particolare Reed Blakenship, ha preferito coprire la zona intermedia del campo, dimenticandosi completamente della traccia verticale percorsa da McCaffrey, il quale, assai poco disturbato, ha seguito con attenzione una parabola distratta dal vento e che pareva non giungere mai a destinazione, facendo fruttare una delle migliori intuizioni possibili per variare le sorti di una gara già difficilissima di per sé, che gli Eagles non hanno saputo vincere.
I presupposti c’erano tutti, infatti. In vantaggio, seppur lieve, all’intervallo, poi 16-10 in un terzo quarto assai ostativo per Saquon Barkley, comunque autore di 106 yard, e la spinta emotiva regalata dai due intercetti di Quinyon Mitchell, non sono bastati per accendere un reparto offensivo criticato per non essere risolutivo e produttivo come quello spettacolare dell’anno passato, pur mantenendone i protagonisti. C’è solo da presumere che la ferocia delle critiche rivolte alle chiamate di Kevin Patullo, lo stesso che aveva dovuto ripulire casa dalle tonnellate di uova che qualche tifoso vi aveva schiaffato contro, se non altro perché gli Eagles, da quei due turnover, hanno ricavato la miseria di tre punti, bloccandosi in un quarto periodo deleterio, ove nel drive decisivo sono arrivati un sack e tre incompleti consecutivi, nel mezzo dell’incredulità di un Lincoln Financial Field che sembrava diventato un covo di fantasmi. Jalen Hurts ha completato solamente il 57% dei suoi passaggi per 168 yard, con una media di 4.8 per tentativo, in un contesto statistico dove non possono non risaltare in negativo le tre ricezioni di A.J. Brown per 25 yard. Il focoso ricevitore, protagonista di un acceso dibattito a bordo campo con Sirianni, è stato tenuto in scacco dalle coperture progettate da Saleh, con la colpevolezza personale di un raro drop nel quarto periodo, episodio andato a collaborare in parte all’inaspettata sconfitta, dinanzi a un pallone che normalmente riceve il 99% delle volte.
Brock Purdy ha giocato una gara di sensazioni miste, eseguendo azioni-chiave nei momenti più delicati, senza distanziarsi troppo dalle percentuali di Hurts, ma rimediando a due intercetti su altrettanti lanci rimasti troppo all’interno, sui quali Mitchell ha giocato d’anticipo. La differenza è scritta dalle 8.5 yard per tentativo, segnale di una maggiore produttività offensiva, resa possibile, oltre che dalla quattordicesima partita stagionale di McCaffrey sopra le 100 yard di total offense, pure da singoli snap che hanno testimoniato big play dello stesso Jennings, una sola presa ma di 45 yard, di Kyle Juszczyk, fullback con proprietà multitasking che può tranquillamente uscire in ricezione e combinare una giocata di 27 yard, e di un Demarcus Robinson ai limiti dell’incredibile, per come da semplice mestierante, si sia inventato una gara da WR1 (111 yard, TD). Errori a parte, Brock, che contro gli Eagles aveva un conticino in sospeso da tre anni a questa parte dopo quel Championship Nfc penalizzato dal suo infortunio al gomito, è riuscito a tenere vivi i drive dei 49ers quando contava farlo, centrato le giocate giuste nelle situazioni calde, effettuato le letture corrette anche quando il trascorrere dei minuti e il vantaggio da riprendere in mano rendevano le circostanze più agitate del solito. Il suo sapersi muovere nella tasca, la rapidità con cui ha vagliato le sue opzioni, e la decisione finale di spedire l’ovale verso McCaffrey per la meta della staffa, perseguono nel raccontare la storia di un ragazzo che non possiede lo stesso blasone di colleghi più talentuosi, ma che sa benissimo come vincere una partita senza un domani.
La vittoria di San Francisco è ben rappresentativa della mentalità installata in California da Kyle Shanahan, un coach che ha probabilmente raccolto meno di quanto abbia seminato. Nel silenzio più totale, con i Niners già eliminati a matita dai media a favore di realtà maggiormente in salute, ha costruito un altro campionato con vittorie in doppia cifra, mantenendo saldo il concetto di next man up. Gli infortuni hanno decimato il roster, lui ha risposto vincendo con una difesa lasciata inalterata dalle difficoltà, che ha semplicemente cambiato i volti, ma non la resa sul campo, dando valore a Eric Kendricks, veterano di mille battaglie, ma ancora capace di stare in marcatura nel down decisivo, nonché a perfetti sconosciuti come Garrett Wallow, che la stagione l’aveva iniziata da riserva a Denver e si è ritrovato a fornire 11 preziosi placcaggi in una sfida di Wild Card, da autentico protagonista.
Il prossimo stop scriverà l’ennesimo capitolo di una rivalità molto accesa, quella contro i Seattle Seahawks, che da primi della classe si sono meritatamente gustati il loro turno di riposo. I San Francisco 49ers partiranno nuovamente da sfavoriti, ma di sicuro venderanno molto cara la pelle, cercando di confezionare un altro scherzetto di cattivo gusto alla principale indiziata per vincere il prossimo Super Bowl.
Davide Lavarra, o Dave e basta se preferite, appassionato di Nfl ed Nba dal 1992, praticamente ossessionato dal football americano, che ho cominciato a seguire anche a livello di college dal 2005. Tifoso di Washington Redskins, Houston Rockets, L.A. Dodgers e Florida State Seminoles. Ho la fortuna di scrivere per questo bellissimo sito dal 2004.


Mamma mia! Io a Shanahan farei una statua all’ingresso del Levi’s Stadium…… Non so cosa metta nella testa dei suoi, ma siamo commoventi per spirito indomito. E un plauso va anche a Saleh che, se aveva fallito a New York, come DC è al livello del suo HC. Senza Warner e Bosa riuscire a limitare le corse di uno come Barkley non è impresa da poco. Adesso ci aspetta un’altra salita durissima, da affrontare senza il pilastro (morale e tecnico) Kittle. Rimango pessimista, i Seahawks sono terribilmente consistenti e MacDonald ha dimostrato di valere i rimpianti di chi tifa Baltimore, speriamo solo che l’aver allenato Darnold per due anni dia a Shanahan le chiavi per limitarne il gioco. Se vinceranno loro sarà un punteggio di tanto a poco, ma se dovessimo mai vincere noi, sarà tirata fino alla morte e con un punteggio sempre risicatissimo; avremo abbastanza uomini a roster per l’eventuale turno finale? Perchè ci saranno sicuramente altri caduti……….