Per quanto non totalmente scioccante e in una certa misura addirittura attesa, la notizia del licenziamento di John Harbaugh da parte dei Baltimore Ravens porta in ogni caso con sé la necessaria dose di stupore, se non altro perché si sta parlando di uno degli allenatori più longevi dei tempi moderni. In un ambiente Nfl che, all’attualità, vede franchigie triturare un head coach dietro l’altro nel disperato tentativo di dare un corso positivo al proprio destino sportivo, senza mai reperire la necessaria continuità, John Harbaugh è stato un grande esempio di leadership e stabilità, rivelandosi quale allenatore molto più che vincente, una delle rare figure del football odierno, capaci di condurre una squadra ripetutamente ai playoff, fino a percorrere con completezza la strada che conduce al Vince Lombardi Trophy, il sogno di ogni professionista di settore. Non ci sono grandi collassi dietro a questa separazione, non c’è una stagione fallimentare, per quanto deludente possa essere stata la più recente campagna dei Ravens, c’è forse la sola consapevolezza di essere giunti al capolinea da ambo le parti, di aver dato tutto ciò che si possedeva in corpo per la causa reciproca, di aver scritto i capitoli più importanti nella storia di Baltimore, che sotto tali direttive è stata una presenza sostanzialmente costante in postseason, per quanto, nell’era di Lamar Jackson, sia sempre arrivata corta quando c’era da mirare al ritorno al Super Bowl.

Con ben diciotto anni di titolarità del ruolo sulla sideline dei Ravens, Harbaugh è stato il secondo allenatore più duraturo di quest’epoca, dietro al solo Mike Tomlin, con il quale ha incrociato le armi in più e più occasioni, alimentando il sacro fuoco della rivalità principale della Afc North con numerose partite determinanti per la classifica di regular season, così come attraverso sfide dirette per l’eliminazione ai playoff, in un’atmosfera unica e particolare, contornata dal freddo di gennaio, da gare come sempre molto arcigne, dure, figlie della fisicità estrema che ha sempre contraddistinto tale rivalità. Oggi, con tutta probabilità, John Harbaugh paga lo scotto di non essere più riuscito toccare le vette dei suoi primi cinque anni da head coach, quando aveva affrontato la responsabilità di predersi carico di una realtà già resa vincente da un altro allenatore assai amato in loco, Brian Billick, diventando solamente il terzo allenatore nella storia della franchigia. I Ravens, infatti, nati dalle ceneri dello spostamento degli originali Cleveland Browns, erano giunti nella città legata a Edgar Allan Poe nel 1996, anno del loro esordio sotto il leggendario Ted Marchibroda, e già alla quinta stagione di esistenza erano stati capaci di alzare il massimo trofeo Nfl grazie a una difesa iperstellare, che Billick aveva costruito con cura e abbondante ricchezza di talento, finendo per dominare la lega pur senza detenere un reparto offensivo esplosivo.

Harbaugh ha proseguito il percorso di Baltimore sulla stessa falsariga, cercando di costruire reparti difensivi massicci, e puntare molto sulle corse, generando una rete di passaggi aerei non certo spettacolari, ma dannatamente efficienti. Era approdato nel Maryland seguendo un percorso di assunzione assai raro, passando dal ruolo di coordinatore degli special team agli Eagles direttamente nelle vesti di head coach, un salto rischioso, che ha tuttavia pagato moltissimi dividendi, visto l’immediato successo ottenuto e la grande continuità di risultati che la franchigia ha poi registrato. Nei primi cinque anni di attività, con Joe Flacco sotto il centro, le sue squadre hanno raggiunto la finale della Afc per ben tre volte, confezionando quello che sarebbe poi stato il culmine della sua carriera, la vittoria del Super Bowl XLVII, resa ancora più storica dall’essersi affermato contro i San Francisco 49ers, la compagine allenata dal fratello Jim, un incrocio più unico che raro a livello storico. Una volta raggiunto il massimo traguardo, nascono aspettative sempre maggiori, si sa, e chissà in quante circostanze l’organizzazione posseduta da Steve Bisciotti ha coltivato sogni dinastici, solamente per non riuscire più a raggiungere la finalissima, sfiorandola soltanto, mandando giù una serie di episodi negativi che si sono fatti via via troppo pesanti per essere sopportati ancora, nonostante i numerosi tentativi di ripartire daccapo l’anno successivo, con rinnovata freschezza, nel tentativo di togliere dalle spalle di Lamar Jackson un’etichetta del tutto immeritata di perdente nei momenti-clou.

L’esperienza di Harbaugh ai Ravens termina con 12 qualificazioni alla postseason in 18 tentativi, 4 finali della Afc, e solamente 3 stagioni con record perdente, splendido esempio di costanza, una parola che rappresenta un miraggio sempre più ampio per la maggior parte delle squadre che compongono la Nfl. Probabilmente il peso delle ultime otto regular season, sei delle quali concluse con vittorie in doppia cifra, ha lentamente schiacciato le parti coinvolte: ottenere risultati del genere porta inevitabile pressione, a essere accreditati per il Super Bowl ancor prima che la stagione abbia inizio, inevitabile poi, in particolare se si perde così spesso a uno o due passi dal traguardo, ritrovarsi bollati come ottimi, ma solamente quando non c’è l’aria intimidatoria dei playoff a tirare, ritrovandosi anno dopo anno a dover proteggere il proprio quarterback, o a dimenticare l’azione che ha sancito un esito negativo, proprio nel momento del bisogno. Infatti, se c’è una squadra che ha patito enormi sofferenze nelle uscite ai playoff, questa è proprio Baltimore, plagiata dal turnover spacca-schiena di Zay Flowers contro i Chiefs due anni fa, nonché dal sanguinoso drop di Mark Andrews nel gennaio scorso, lasciando cadere a terra il pallone che avrebbe dato la parità contro i Bills.

Attese e mancate promesse di gloria si sono alternate in quantità esattamente uguali, fino all’epilogo odierno, dove i Ravens sono partiti malissimo, 1-5, nonostante fossero dipinti, ancora una volta, come possibili vincenti al Super Bowl. Sono poi riusciti a mantenersi in linea di galleggiamento, ad appoggiarsi ai risultati incostanti degli Steelers, affrontati nell’ultima gara di campionato regolare in una sfida di postseason anticipata, amaramente decisa da un field goal mancato da Tyler Loop, precedentemente semi-perfetto nella sua esperienza da matricola, dopo che il criticato Jackson aveva comunque trovato il modo di essere decisivo, piazzando l’attacco entro il raggio opportuno per poter calciare. La leadership di Harbaugh è emersa anche in quel momento, quand’è stato il primo a prendere sotto braccio il suo kicker, ricordandogli che la sconfitta non era stata causata da quell’episodio, ma dalla conduzione complessiva di una stagione difficoltosa, nella quale, alla fine, potrebbe essere emersa una sensazione reciproca di stanchezza.

John ha dichiarato che avrebbe, ovviamente, immaginato una fine più felice della sua lunghissima esperienza a Baltimore, ma che conserva un profondo senso di gratitudine per tutto ciò che è stato. A volte si insiste nella far funzionare qualcosa che è stato grande, ma che non trova più i meccanismi di prima: il football americano, nella volatilità creata dai continui cambiamenti nel personale, dagli infortuni, dalla gestione di una squadra di 53 elementi, è uno sport difficilissimo da organizzare al dettaglio, come dimostrano molti coordinatori capaci e rampanti, i quali, una volta giunti al massimo ruolo possibile, non riescono a rimanere sulla stessa sideline per più di due o tre anni, senza poi avere una seconda possibilità. Harbaugh l’avrà di certo, sono infatti già sette le franchigie che hanno fatto squillare il cellulare del suo agente dopo la notizia dell’esonero, e una sana dose di aria fresca non potrà che fargli bene: in fondo, anche il suo mentore Andy Reid si è costruito due cicli vincenti con Philadelphia (pur senza vincere nulla) e Kansas City, a dimostrazione che la strada è tranquillamente percorribile, a patto di capitare in un’organizzazione che abbia le idee chiare e sia strutturalmente solida nel management, così come lo sono stati i Ravens degli ultimi 25 anni.

Attendiamo con curiosità l’esito, che potrebbe portare a Cleveland, con il fascino di un doppio scontro annuale proprio con Baltimore, a Las Vegas, nella stessa division di Jim, oppure per far ripartire progetti a lungo termine come Giants e Titans, che di un head coach vincente come lui avrebbero bisogno come il pane. Nel frattempo, è già strano pensare a John Harbaugh senza il cappellino dei Ravens in testa, un’immagine che abbiamo conservato per 18 lunghissimi anni, un simbolo che resterà per sempre impresso quando si ripenserà al football degli anni dieci e parte dei venti, nel nome di un ciclo davvero irripetibile.

2 thoughts on “I Ravens si separano da John Harbaugh

  1. Urka, ma è appena successo: avevi l’articolo già pronto (come i coccodrilli nei giornali) o lo hai scritto stanotte 😆?

    Da un lato mi dispiace: una delle tante cose che mi fanno preferire gli sport Usa a quelli nostrani è che lì ci sono dei santoni che mettono radici in panchina, mentre qui ci sono esoneri continui e anche se vinci difficilmente resti dieci anni sulla stessa panchina. Lui è diventato allenatore dei Ravens prima che io iniziassi a seguire il football e quindi mi sembrerà strano vedere Baltimore con un altro allenatore.

    Dall’altro lato, nelle ultime stagioni i Ravens hanno davvero deluso: partite di playoff come il 17-3 subìto dai Bills nel 2020 o il 10-17 subìto dai Chiefs nel 2023 sono ingiustificabili quando il tuo attacco è guidato da Lamar. E quest’anno non vanno nemmeno ai playoff dopo essere stati dati per favoriti al titolo a settembre.

    P.s. Spero che McDermott resti allenatore dei Bills anche se domenica dovessimo perdere con Jacksonville. Voglio che diventi il nostro Connie Mack: cinquanta stagioni di fila sulla stessa panchina!

    P.p.s. Complimenti per i tuoi interventi a “Quarterback club”: mi fa davvero piacere ascoltarti!

    • Ah ah grazie mille Nick, avevo del tempo stamane e ne ho approfittato. Sarà stranissimo non vederlo abbinato ai Ravens, ormai l’occhio era abituato. Lo vedremo presto, altrove. Grazie per seguire Quarterback Club, davvero!

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