A un certo punto sembrava inevitabile che i Philadelphia Eagles vincessero il Super Bowl.
Non voglio sfoderare l’ingrato termine fortuna, non arrivi a giocarti il Lombardi esclusivamente trainato da essa, ma in un modo o nell’altro le circostanze spesso strizzavano loro l’occhio.
Per prima cosa sono rimasti ragionevolmente sani, ingrediente imprescindibile anche solo per sognare un assalto al Lombardi. Poi il calendario tutto sommato agevole, l’infortunio di Hurts meno grave del previsto e dei playoff meno impegnativi di quanto potessero immaginare.
Tutte queste circostanze, però, non reggono il gioco a l’unica da tenere in considerazione: questa era una squadra prima di tutto fondata su affetto, amicizia e stima. Dopo anni di insopportabile tossicità, Philadelphia poteva finalmente contare su una cinquantina di uomini coesi e affiatati, impazienti di consegnarsi alla storia tutti insieme.
Non sono le modalità della sconfitta a rendere lancinante il dolore, ma la consapevolezza che molti dei protagonisti di quest’esaltante stagione l’anno prossimo potrebbero non esserci più. Come vedremo, nel loro caso è più una certezza che un naturale interrogativo di fine stagione.

Quello assemblato da Roseman, oltre che di livello, è un roster che si autoalimenta del proprio entusiasmo. Quando l’attacco domina la difesa segue a ruota. Nei rari casi in cui le operazioni offensive si impantanavano, era spesso la difesa a tirarli fuori dalle sabbie mobili con turnover od ottime posizioni di partenza.
Il collante, intuitivamente, era l’armonia. Sembrerà un cliché, ma la forza di questi Eagles era proprio il gruppo, un po’ come nel caso della nostra nazionale durante gli europei. A differenza degli azzurri, però, il quantitativo di talento a disposizione dell’istrionico allenatore era pressoché illimitato.
È veramente difficile mettere insieme una squadra migliore.
Fra scadenze ed eventuali ritiri i Philadelphia Eagles che vedremo a settembre saranno per forza di cose profondamente diversi da quelli che sono arrivati a un niente dal Super Bowl.

Perdere così fa male. Fa male venire a patti con l’impotenza di un pass rush storicamente produttivo contro un quarterback azzoppato. Fa malissimo pensare a cosa sarebbe stata la partita senza quello sciagurato fumble: Kansas City era assolutamente in bambola, era alle corde e dal nulla si sono trovati sette punti in più a tabellone in una partita decisa da uno scarto di tre.
Seppure non certamente clamorosa, quella di Bradberry era una trattenuta, lo ha ammesso lui stesso. Chissà cosa avrebbero potuto fare con quasi due minuti a disposizione e tre punti da recuperare.
La fitta è insopportabile quando si mette a fuoco la mostruosa prestazione di Hurts. Sereno e sempre al comando, Hurts ieri è stato il miglior quarterback in campo. Segnare quattro touchdown totali al Super Bowl, guadagnare più di 400 yard di total offense, dominare la battaglia del tempo di possesso e mettere a tabellone 35 punti dovrebbero bastare a garantire una vittoria in questo sport: non ieri, non contro questi Chiefs.

I “ma” sono odiosi. Grandissima prestazione di Hurts, ma quel fumble. Pass rush storicamente efficiente su ci siamo spellati le mani ininterrottamente per due settimane, ma evanescente nella partita più importante. Prima metà dominante, ma certe partite si vincono nella seconda. Saranno competitivi per anni, ma non con questa squadra.
Che analisi della sconfitta è senza una vera e propria analisi della sconfitta? Vedete, non c’è molto da dire in questo caso. Si può puntare il dito contro il pass rush, assente ingiustificato nel momento clou della stagione, ma non lo ritengo appropriato. Philadelphia si è messa in una posizione in cui, normalmente, la vittoria è garantita.
Per loro sfortuna questi Chiefs hanno un concetto di normalità tutto loro. Entrambe le squadre, offensivamente parlando, hanno sfoderato prestazioni importanti accordandosi di giocarsela a chi ne segna di più: Philadelphia ha giocato meglio, ma Kansas City ha vinto.
Generalmente non perdi una partita di football convertendo il 65% dei terzi e quarti down giocati, soprattutto quando il totale recita un venti tondo tondo. Il generalmente, però, è generalmente preso a pesci in faccia dai Chiefs.

Era tutto perfetto e, per metà partita, ha continuato a esserlo.
A un certo punto, però, la volontà di Patrick Mahomes ha strappato loro le redini dell’incontro per poi tenerle saldamente in mano fino al fischio finale.
L’elenco di giocatori affiancati da un punto interrogativo è lungo e mesto.
Jason Kelce sta flirtando con il ritiro da anni e con 35 primavere alle spalle si fatica a biasimarlo.
Fletcher Cox e Brandon Graham, entrambi in scadenza, potrebbero essere convinti a provarci un’ultima volta per puro effetto last dance.
L’imprescindibile Hargrave si è vinto un contrattone che non sono sicuro saranno in grado di dargli.
Direi che James Bradberry meriti un contratto pluriennale che lo paghi il giusto.
Gardner-Johnson ed Epps, due punti fermi del reparto difensivo ovviamente in scadenza.
Miles Sanders, in quanto running back, non può permettersi di accettare contratti team friendly.
Seumalo, Edwards e White sono stati ingranaggi fondamentali nella quasi-perfetta macchina che ha terminato il carburante a due passi dalla linea del traguardo.

I nomi sono veramente tanti e pesanti. Roseman ha le abilità e la flessibilità mentale per uscire vincitore da quest’intricata partita di sudoku, ma le perdite sono inevitabili, fanno parte del gioco.
Quello che è stato senza ombra di dubbio il miglior roster della lega sembra condannato dalla natura (di questa lega) a venire a patti con il proprio successo nel modo più brutale possibile, ossia ridimensionandosi.
È difficile tenere la band unita quando ogni singolo membro sarebbe frontman altrove.
L’offensive coordinator Shane Steichen sta per diventare il nuovo head coach dei Colts e c’è il rischio che pure il pari ruolo difensivo Jonathan Gannon possa cercare fortuna come frontman altrove.
Ci sono certe annate in cui il lieto fine sembra essere logico, quasi dovuto, e per gli Eagles questo 2022 doveva contemplare un solo epilogo che purtroppo per loro è sfumato proprio sul più bello.

L’obiettivo della stagione, se vogliamo imporci di guardare al bicchiere mezzo pieno, è stato raggiunto. Jalen Hurts è, deve essere il quarterback del futuro. I progressi esibiti durante l’autunno entusiasmano soprattutto perché appare chiaro che ci sia ancora vasto margine di miglioramento.
Stiamo pur sempre parlando di un ragazzo che ha appena concluso il secondo anno da titolare.
Il nucleo c’è ed è solido e, teoricamente, basterà a farli uscire comunque riconoscibili dal tritacarne di offseason che stanno per vivere. Il football e questa lega sono irresistibili anche per ragioni come queste, la nevrotica sensazione da adesso o mai più che solo la struttura delle leghe sportive americane sa garantire.

Mette indubbiamente tristezza metabolizzare un Super Bowl perso in questo modo poiché rivivere ogni giocata equivale a ricevere una coltellata dritta al cuore. Chissà cosa sarebbe successo senza fumble o senza penalità. Aver concluso la prima metà sopra solamente di dieci lunghezze malgrado un dominio difficilmente quantificabile a parole sembrava volerci anticipare l’epilogo.
Purtroppo per loro, dall’altra parte della linea di scrimmage c’era una squadra bramosa di essere accostata a una delle parole più dolci che possiate sentire in questo mondo, “dinastia”. Ricoprire questo ruolo implica la presenza di un numero non indifferente di vittime che, trattandosi di uno sport, lastricano la strada che porta i vincenti all’immortalità.
Philadelphia ha dimostrato di non sfigurare in palcoscenici del genere, di non essere arrivata dov’è arrivata per volontà del caso o di un calendario particolarmente agevole.
Hanno tutto quello che serve per entrare nella storia dalla porta giusta e per sbarazzarsi dell’ingrato ma necessario ruolo di co-protagonisti della favola altrui.

Le perdite saranno dolorose anche se verosimilmente contenute, tuttavia non dobbiamo preoccuparci troppo. Possono contare su un bilico di scelte importanti al draft, su un general manager che da un paio d’anni a questa parte non sbaglia una mossa e un quarterback che ha rispedito al mittente gli eccessivi – e patetici – dubbi che lo attanagliavano in quanto “quarterback che corre”.
Jalen Hurts è un signor quarterback in una signora squadra che, trovandosi in questa posizione, è destinato a un futuro da protagonista. Non mi sembra blasfemo immaginarlo giocare ancora qualche volta a metà febbraio.

I rimpianti sono tanti, non poter esibire un anello dopo una stagione del genere è alquanto beffardo, le sconfitte onorevoli gonfiano il petto d’orgoglio ma, tendenzialmente, lasciano vuoto lo stomaco. Dopo aver sorpreso il mondo interpretando magistralmente il ruolo di underdog guidati da Nick Foles, si sono lasciati a loro volta sorprendere da degli underdog che continua a farmi ridere definirli tali.
Se questa è la fine di un ciclo – quello dei vari Kelce, Cox, Graham e altri – non possiamo farne dipendere il giudizio da quanto successo domenica notte. Anche perché i giocatori appena menzionati il Super Bowl già lo hanno vinto.
Il loro compito era gettare le basi per il domani e ci sono riusciti. Il problema è che nel mentre si siano un po’ troppo lasciati prendere la mano trovandosi lassù prima di quanto credessero.
Jalen Hurts avrà l’opportunità di redimersi, di questo potete starne certi.

8 thoughts on “NFL: lo stato di salute dei Philadelphia Eagles dopo Super Bowl LVII

  1. Anche Mahomes ha assaggiato la sconfitta di un Superbowl e stessa sorte è toccata ad Hurts. Per arrivare alla vittoria finale nello sport si deve passare anche attraverso le sconfitte amare e dolorose.
    Gli Eagles saranno ancora la squadra da battere il prossimo anno in NFC.

  2. Scusa Mattia, ma perché dopo aver scritto “lo stato di salute delle perdenti al Divisional Round Weekend” hai saltato questo tipo di articolo sino a questo?
    O Niners 😉 e Bengals hanno uno stato di salute che non si presta a disamine?

  3. La loro sconfitta mi genera tristezza e malinconia, erano completi per vincere, fortissimi, i più forti. Averli visti cedere piano piano e poi perdere mi fa stare male. Le stesse sensazioni che provo quando penso alla Honved ed alla sua sconfitta di Berna 1954.

    • Tifavo per loro ed hanno perso segnano ben 35 punti e non giocando male.
      Hanno contato i singoli episodi che però diventano determinanti in una partita equilibrata come è stato il SB. Hanno cmq una buona base per essere competitivi i prox anni

  4. Ciao Mattia, so bene che farai più avanti articoli dedicati ma approfitto comunque per chiederti un parere su questa questione: tra Phila e SF protagoniste quest’anno della NFC a tuo avviso chi avrà la postseason più delicata?scelte al draft, spazio salariale, giocatori in scadenza eccetera.da tifoso Niners son molto curioso di vedere come ci districheremo tra il discorso QB e tutto il resto.grazie in anticipo se vorrai rispondere a caldo, o grazie comunque per il futuro articolo che affronterà l’argomento.in bocca al lupo per la gatta!

  5. Vado controcorrente, alla fine mi sembra che il calendario favorevole abbia giocato contro gli Eagles. KC, giustamente e prevedibilmente, li ha messi sotto pressione come nessun altro in stagione e a quel punto sono mancate contromosse adeguate. Phila ha deciso di continuare a difendere come ha fatto tutta la season, con coperture a uomo vicino al 100% finendo per soccombere sotto i colpi del più forte attacco NFL.
    Chissà, magari un paio di partite toste in più, in particolare quella fortunata contro SF, avrebbero portato il coaching staff a preparare un piano B che domenica non si è visto.

  6. Grazie Mattia, non lo avevo ricevuto per mail, e non lo trovavo qui sul sito….🤷🏻‍♂️
    Riguardo gli Eagles, perdere per un kick a pochi secondi dalla fine e mettendo a referto 35 punti, non è una sconfitta è lo sport. È la bellezza feroce dello sport! Si possono solo fare i complimenti a chi vince, ma anche a chi perde. Peggio sarebbe una sconfitta nata per evidente inferiorità.
    Alla fine Hurts è stato non più umano di Mahomes, bensì meno marziano. L’autofumbles, passatemi il termine, lo ha ricondotto alla dimensione di chi, anche nella propria grandezza, può commettere errori che non ti aspetteresti.
    Ribaltando la questione calendario/risultato del SB, possiamo tranquillamente affermare che l’infortunio di Mahomes ha aumentato la concentrazione, la cattiveria, l’agonismo dei Chiefs tanto da farli sembrare ancora più extraterrestri.

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