È quasi passata una settimana – purtroppo – da Seahawks contro Buccaneers a Monaco e non vi ho ancora fatto il resoconto di quello che per forza di cose è stato il giorno più bello, importante, soddisfacente e gratificante della mia esistenza – non che fosse un’impresa battere la concorrenza.
Vi offro due possibili giustificazioni per il colpevolissimo ritardo: iniziamo con quella poetica.

Ho procrastinato il più possibile perché non sono ancora stato capace di metabolizzare l’esperienza che ho vissuto e, anche, perché avevo paura che mettere nero su bianco la mia giornata mi aiutasse ad andare finalmente oltre e tornare definitivamente alla mia abituale esistenza: è da domenica sera che sto cavalcando il più esaltante high della mia vita e, ve lo confesso, vorrei non scendere da quest’onda.

Ora tocca alla giustificazione concreta: non ho avuto tempo, fra le considerazioni lucide, la guida, i podcast vari e le due giornate lunghe a lavoro non ho proprio avuto a disposizione il tempo materiale da dedicare a questo articolo.
Lascio a voi la totale libertà di scegliere quella che preferite.

È comico che per aiutarmi nella stesura di quest’articolo mi servirò dei tweet che ho pubblicato domenica, è veramente comico: credo sappiate cosa stia succedendo nei piani alti del mio social di fiducia. Speriamo che chi cliccherà su questo pezzo fra due settimane possa ancora vedere le foto contenute nei tweet.
Penso sia arrivata l’ora di partire.

Dopo aver controllato di avere tutto nello zaino – anche se ero sicuro non avrei usato assolutamente niente – così tante volte da rendere obbligatorie almeno due dimenticanze, ho abbandonato l’hotel per raggiungere Giovanni Ganci – un saluto e un ringraziamento al direttore, preziosissima guida per tutta la giornata – e prendere insieme il tram per dirigerci verso Odeonsplatz dove avremmo incontrato Marco Zambelli.
Dopo una qualche minuto di Where’s Waldo? alla ricerca di Marco, siamo scesi in metropolitana per dirigerci verso lo stadio: solo a quel punto ho messo a fuoco cosa stesse per succedere.

Le maglie, di tutti i nomi, numeri e colori immaginabili, creavano un muro variopinto davanti ai binari della linea U6, quella che porta all’Allianz Arena. Questa parte la taglio corta perché i venti-venticinque minuti trascorsi sul mezzo non sono stati affatto piacevoli, il vagone era così pieno che sembrava uscito da una novella distopica sulla mobilità pubblica giapponese.
Finalmente lo schermo mi indica la parola più bella su cui i miei occhi potessero dirigere l’attenzione: Fröttmaning, la fermata che serve lo stadio.

Via la mascherina, aria fresca, anche se alla fine la fiumana di gente s’è solo espansa, non dissipata: immaginatevi di mollare a terra una bottiglia d’olio – meglio di no con quello che costa quest’anno -, l’effetto è quello.
Per andare allo stadio c’è una sola strada che comprende un ponte arcuato che, come sapete, prima va su e poi va giù: arrivati all’apice della funzione-ponte il colpo d’occhio dato da svariate decine di migliaia di persone impaccate in un anti-stadio grosso quasi come il mio comune m’ha fatto provare quel senso di vuoto che senti quando sei sulle montagne russe e stai per iniziare la discesa.
Erano a malapena le undici e mezza, la partita sarebbe iniziata circa quattro ore dopo.

Per un’oretta siamo stati parte di quella festante moltitudine d’umanità e abbiamo incontrato l’amico Pietro, un raro esempio di compaesano capace di procurarsi un biglietto: mi dispiace che i tuoi Seahawks non siano stati in grado di tornare in America con la settima vittoria della stagione, ma non credo tu ci abbia perso il sonno.
Fra chiacchiere con Pietro e birdwatching di magliette – ho visto veramente di tutto -, zitta zitta è passata un’ora e a quel punto i tempi erano maturi per dirigersi verso lo stadio a ritirare l’accredito stampa.

Nel momento in cui ho consegnato al signore in biglietteria la mia carta d’identità il tempo attorno a me s’è fermato, l’umanità si è presa un secondo di stand-by e a ogni pagina girata guadagnavo una decina di capelli bianchi: caro mio signore, il mio cognome è Righetti, è improbabile che mi troverai nella primissima pagina dell’elenco dei giornalisti accreditati.
«Mh, here», si dirige verso uno scatolone dal quale pesca il mio personalissimo Sacro Graal, l’accredito stampa.
C’è il nome, c’è il cognome, c’è Play.it USA, quello nella foto sembro io: sta succedendo.

Ci siamo dunque fatti strada nelle viscere dell’Arena e fra una macchina della polizia e l’altra ci siamo trovati davanti a un tunnel che portava dritti in campo: il nostro accredito stampa non ci permetteva di entrare nel rettangolo di gioco ma nulla e nessuno poteva obbligarci a muoverci da lì.
Dopo aver preso coscienza del fatto che in tutto quel verde lì davanti a me sarebbe andata in scena una partita NFL, mi giro e in rapida successione mi passano davanti Michael Irvin e Steve Mariucci: c’era pure Kurt Warner ma credo di essermelo perso.
Michael Irvin e Steve Mariucci li ho sempre e solo visti dentro uno schermo, pazzesco.

Dopo una veloce capatina nel “tunnel dei Buccaneers”, l’emozione ha lasciato spazio all’umanissima fame e con decisione ci siamo avviati verso la media room. L’ovvia ricognizione – dovete immaginarmi come un bambino per la prima volta a Gardaland, tutto è nuovo e indescrivibilmente stupendo – è stata seguita da un pranzo che, a ripensarci, mi mette in agitazione lo stomaco: chili e riso in bianco.
Senza farmi troppo domande ho trangugiato tutto, avevo bisogno di nutrirmi e considerato lo stato mentale in cui mi trovavo potevano anche mettermi nel piatto una spugna usata che l’avrei mangiata.
Il pranzo era semplicemente un periodo di buffering del mio cervello che doveva concentrarsi su qualcosa che sapeva fare perché, di lì a breve, sarei andato a prendere posto in tribuna stampa.

Il

Il vero MVP della giornata, il chili dell’Allianz Arena.

Io, in tribuna stampa all’Allianz Arena per un evento del genere: a proposito di cose che sfuggono dal controllo della logica.
Dunque, tribuna stampa, visuale da sogno, ci sono i kicker in campo: sta succedendo.
Trovata la mia postazione sono tornato in media room a prendermi una bottiglietta d’acqua e davanti al frigorifero incontro Greg Auman di The Athletic, beat writer dei Tampa Bay Buccaneers per il miglior sito d’informazione sportiva al mondo: devo obbligatoriamente presentarmi, vada a quel paese il nervosismo strutturale che stava scandendo la giornata.

Lo aggredisco con un timido «Are you Greg Auman?» e la sua risposta affermativa è seguita da un «And what’s your name?»: fortunatamente è una domanda a cui so rispondere. Sono pure laureato in lingue, l’inglese lo so, ci ho fatto una pletora d’esami orali in inglese, sono sempre andati bene, com’è che oggi non riesco a mettere insieme due parole senza impappinarmi?
Dopo una veloce chiacchierata incentrata sulle vacanze in Italia – torneremo qua fra non molto – torno su a gustarmi il riscaldamento, parte di ogni evento sportivo che mi ha sempre incredibilmente affascinato: fra lavoro e tifo ho frequentato il Bentegodi per circa quindici anni e devo confessarvi che non m’è mai dispiaciuto osservare atleti professionisti prepararsi a una partita.

Lo stadio comincia a prendere forma riempiendosi e il campo, per non essere da meno, inizia ad accogliere i rigurgiti d’umanità del tunnel: entrano i ricevitori, gli special team, le difese e mentre le casse passano American Boy di Estelle e Kanye West – hit assurda della mia “infanzia” – percepisco una certa agitazione: ecco Tom Brady.
Il pubblico domenica ha reagito a qualsiasi cosa gli fosse messa davanti, ma l’ingresso di Brady è stato accolto da una vera e propria ovazione di gente pienamente consapevole che il più grande di tutti i tempi nel novembre del 2022 non avrebbe dovuto trovarsi in Baviera.
Il deejay, consapevole dell’importanza di Brady, caccia nelle casse Public Service Announcement di Jay-Z, pezzo con il titolo appropriato per ciò che stavano ammirando i nostri occhi.

Il riscaldamento scivola via liscissimo e, a non troppi minuti dal fischio d’inizio, siamo omaggiati da una sorta di halftime show del rapper tedesco CRO che, onore al merito, dimostra di starci dentro in un contesto del genere: anche se prima di domenica non ero al corrente della tua esistenza, buon per te CRO.
L’inno americano viene seguito da quello tedesco e dopo l’inevitabile dose di patriottismo liquido, si aprono le ostilità in campo.

Era la mia prima partita di football americano dal vivo e ho qualche osservazione da condividere con voi.
È molto difficile comprendere l’ingenza di una giocata quando si consuma dall’altro lato del campo: a un certo punto credevo che Walker avesse guadagnato il primo down con una corsa che in realtà era da sole tre yard.
Seconda cosa, forse la più importante: l’insopportabile lentezza di una partita NFL non la si percepisce sugli spalti. Fra replay, festeggiamenti e sguardi alle sideline il tempo morto fra uno snap e l’altro ritorna in vita e se non stai attento rischi di perderti l’inizio della giocata successiva.
Il primo tempo è stato dominato totalmente dai Buccaneers, spietati lungo la linea di scrimmage: per un pomeriggio Geno Smith sembrava essere tornato il Geno Smith su cui erano stati prodotti gigabyte di meme.
È proprio vero che quando ci si diverte il tempo vola: andiamo in media room a rifocillarci un po’ ché inizia a fare freddo.

Questa volta il menù, oltre al solito chili, ci offre anche qualche dolcetto e incurante del mio embargo alla cioccolata metto le mani sia su un pezzo di torta che su un muffin nel quale le proporzioni pasta/crema non credo siano state rispettate: devo scaldarmi, da bravo idiota quale sono ai piedi ho le slip on, inizio a percepire un freddo capace di boicottarmi come essere umano.
Mangiamo, facciamo quello che dobbiamo fare, torniamo su e Jason Myers ha appena spedito fra i pali una bomba da più di 50 yard: mica male considerando tutti gli scivoloni che fino a quel momento avevano reso ancora più interessante la partita.
Il canovaccio dell’incontro lo saprete a memoria, non ha senso quindi che mi metta qui a descrivervi quanto stesse accadendo in campo: l’intercetto di Fournette e lo scivolone di Brady, i furiosi tentativi di rimonta di Seattle e la freddezza dei Bucs nel chiuderla, sapete già tutto.

Ciò che sto per raccontarvi è uno dei momenti più assurdi della mia vita, un evento che nella sua banalità mi fa sentire fortunato oltre ogni immaginazione a essermi trovato lì – ancor più di quanto lo fossi prima: parliamo di Country Roads.
Two minute warning, c’è del tempo da ammazzare e il deejay, più o meno consapevolmente, ci propone Country Roads di John Denver, canzone estremamente popolare in Europa: mi ricordo nitidamente che almeno a due feste a cui ero andato parecchi anni fa a un certo punto avevamo iniziato a cantare Country Roads con un trasporto apparentemente immotivato.

Country Roads dunque.
Ovviamente il pubblico inizia a cantare, ma nota dopo nota noto – eh eh – che la voce collettiva si fa sempre più decisa e vedo un numero importante di persone cominciare a ondulare abbracciate. C’è chi è commosso, chi è troppo ubriaco per esserlo e chi è semplicemente consapevole della fortuna di trovarsi al posto giusto nel momento giusto, ma sta di fatto che il coro copre totalmente la musica e i due minuti di canzone entrano nella storia al punto – quasi – da offuscare la partita.
Sono troppo preso dal momento per fare un bel video – pazienza, ce ne sono a centinaia sull’Internet – e noto che tantissimi stanno usando il flash del telefono per emulare il classico accendino al concerto e, ve lo confesso, per qualche secondo abbandono questo pianeta: dove sono finito? In quale universo io merito di assistere a una cosa del genere?
Basta farti domande, goditi il momento, se vuoi cantare canta ma goditi ogni decimo di secondo prima che finisca: in campo, nel frattempo, Rachaad White conquista il primo down decisivo, è vittoria Buccaneers.

Un momento del genere non può che essere seguito da uno quasi migliore: parte Sweet Caroline, la miglior canzone nella storia per essere cantata da un gruppo di varie decine di migliaia d’esseri umani.
Fra un «PO PO PO» e un «SO GOOD, SO GOOD, SO GOOD» inizio a farmi strada per sgattaiolare in sala stampa per la conferenza dei Buccaneers – non me ne vogliano Geno e Pete Carroll, ma credo di non dovermi dilungare in troppe giustificazioni sulla mia scelta: una delle signore più determinate e rassicuranti che io abbia mai visto ci dà le indicazioni di cui abbiamo bisogno, sto per completare il furto del secolo rubando una sedia a un giornalista vero che avrebbe meritato di stare lì più di me.
Sto per vedere Tom Brady a una distanza così ridotta che oserei quasi definire intima. E pensare che sono sempre stato orgoglioso di disprezzare Tom Brady.

Una cosa che mi ha fatto notare Giovanni Рessendo stata la mia prima esperienza non avevo mezzi di comparazione Р̬ il trattamento assolutamente paritario riservato ai giornalisti: non importa se scrivi per Play.it USA, per Huddle Magazine, per ESPN o per The Athletic, se sei in sala stampa sarai trattato come un giornalista fatto e finito indipendentemente dal blasone del sito per cui scrivi.
Arriva Todd Bowles, molto diplomatico, conferenza senza lode né infamia.
Arriva Julio Jones che, udite udite, parla. E pure bene. E pure tanto: per cinque minuti Julio ci ha intrattenuti provando a esplicitare la propria gratitudine per l’esperienza e l’amore che ha per l’erba al posto del turf che tanto lo ha fatto penare.
Julio Jones parla, incredibile.

Dopo Julio arriva Devin White che, prima di partire, ha ricevuto la notizia della morte del padre: la partita monumentale che ha messo insieme diventa per forza di cose ancora più impressionante. La serenità con cui rispondeva alle domande mi ha lasciato senza parole, è evidente che lo spogliatoio dei Buccaneers si sia preso cura di lui per tutto il fine settimana: un abbraccio virtuale Devin.
Qualche minuto d’attesa nervosa, sta per arrivare Tom Brady.

Appena salito sul podio è come se l’intera stanza fosse stata messa sottovuoto, il silenzio era così assordante che potevo sentire le scosse elettriche all’interno del mio cervello aumentare d’intensità: io, Mattia Righetti sono nella stessa stanza di Tom Brady. Vi giuro, fatico a razionalizzare il fatto che Gisele abbia potuto divorziare da un essere umano del genere.
Il carisma fisico di Tom Brady non ha eguali al mondo, qualsiasi stanza in cui entri diventa automaticamente sua senza che debba ricorrere ad arroganza o altri mezzi prevaricatori, se Tom Brady parla tu lo ascolti, fine. È impressionante l’armonia con cui bilancia serietà e ironia nelle sue parole: ogni lessema trasuda pura riconoscenza. Tom Brady è genuinamente grato per l’esperienza che ha potuto vivere, penso abbia ribadito cinque o sei volte quanto speciale sia stata l’atmosfera e quanto unici siano stati i tre-quattro giorni passati in Germania.
Fidatevi, non sono le solite pigre parole di circostanza, non avrebbe avuto motivo di ripetere così tante volte la stessa cosa se non sotto l’irrazionale spinta della gratitudine.

Ho appena visto Tom Brady dal vivo, ho ufficialmente esauriti gli obiettivi nella mia vita, sono un uomo in pace con sé stesso e con l’universo, morissi domani morirei felice.
Dopo il GOAT chiudono la conferenza Rachaad White e Chris Godwin anche se la sala stampa si è già più o meno svuotata: io e Giovanni rimaniamo lì, ai lati del podio ci sono due schermi che passano la RedZone, che motivo abbiamo di muoverci?

Finita la conferenza stampa torniamo per l’ultima volta, purtroppo, in media room dove veniamo travolti da un’esaltante novità: niente chili per cena ma crauti e bratwurst. L’unica cosa che odio più di consumare carne sono i crauti, ma sono così sereno e grato che ho l’obbligo morale di lucidare il piatto.
Consumato il pasto più emotivamente carico della mia vita, vado fuori a prendere un po’ d’aria e a fare due passi, credo che l’umidissima aria fuori dall’Allianz Arena possa aiutarmi a tranquillizzarmi.
Sto fuori qualcosa come quindici, venti minuti, torno da Giovanni che con inspiegabile tranquillità afferma «Lo vedi quello? È Peter King»: ma non bastava Brady? Pure Peter King devo trovarmi davanti? Chi è che lassù ha deciso di farmi tutti questi regali?

Ho 26 anni, in quell’ambiente sono ancora un bambino quindi credo che mi comporterò come tale e andrò a chiedergli una foto.
Dopo due nervosi «Ehm, sorry» riesco finalmente ad attirare la sua attenzione: «Are you Peter King?» domando stupidamente, certo che è Peter King, pirla.
Mi guarda, in mezzo secondo passa dall’incuriosito al divertito, senza aprire bocca si alza e mi chiede il mio nome e mi piazza una mano davanti alla faccia: il mio elementare «I’m Mattia» è seguito da un tenero «Nice to meet you Mattia, I’m Peter King».
Gli chiedo la foto, senza nemmeno rispondere mi copre le spalle con il braccio, il telefono miracolosamente non si blocca – il mio telefono è un crimine contro l’umanità, con un telefono un filo più performante avrei coperto meglio l’intero evento, sarà per la prossima volta, immagino -, la foto viene scattata e sono pronto a tornare al mio posto a godermi il momento: assolutamente no, Peter mi blocca, vuole sapere il minimo indispensabile di me e da dove vengo.

Al mio «Italy» gli si stampa in viso il più bel sorriso che possiate immaginare, è chiaro che agli stranieri il nostro paese faccia ancora un certo effetto; mi dice che ogni anno viene in Italia con sua moglie a Chianti a bere vino e io, finalmente rilassato e disinvolto come sono nella vita quotidiana, lo mando a quel paese proponendogli di venire in Valpolicella – letteralmente casa mia – ché il vino è più buono, c’è il Lago di Garda lì vicino e Verona è sempre bella da vivere come turista.
Lo ringrazio, non solo per la foto ma per tutto ciò che ha fatto per il football americano, gli spiego che è uno dei motivi per cui ho deciso di iniziare a scrivere, lo saluto, mi augura tutto il meglio nella vita – inutile, meglio di così è impossibile – e torna a scrivere il suo articolo.
Ho parlato due minuti con Peter King, Peter King ha dedicato due minuti del suo prezioso tempo – stava scrivendo – a un perfetto sconosciuto lì per puro caso: credo che la dica lunga sull’essere umano che è.

Direi che la giornata si può considerare finita, io, Giovanni e Marco facciamo mezz’ora di melina a centrocampo in attesa di essere cacciati: recepiamo l’indizio sociale, è ora di andarsene, sono quasi le nove eppure fuori dallo stadio c’è ancora gente.
Saliamo sulla metro finalmente vivibile, torniamo a casa.
Ringrazio infinitamente Giovanni – grazie ancora, direttore – per tutto quello che ha fatto per me, mi incammino verso l’hotel provando a recuperare quante più informazioni possibile sulle partite che stavano per concludersi, c’è pur sempre un riassunto da fare il lunedì.

Torno in camera, chiamo un tot di persone, sono seduto sul davanzale con la finestra completamente aperta dietro di me, non riesco a percepire la temperatura, sono su un altro pianeta.
A mezzanotte reputo intelligente farmi la doccia e provare ad andare a dormire accompagnato da un po’ di sana RedZone.
Ho appena vissuto la giornata migliore della mia vita, mi ci vorrà del tempo per metabolizzarla, soprattutto perché sono costruito per essere immune alla felicità – ottimo meccanismo d’autodifesa: non mi interessa se fra un mese avrò uno dei miei crolli, ora so per certo che la vita può anche essere bella, che a volte quelli che sono i tuoi sogni possono diventare realtà e che nulla e nessuno potrà rimuovere domenica 13 novembre 2022 dal mio disco rigido.

Bene, la giornata è finita.
Prima di cominciare l’impaginazione mi preme ringraziare un’altra volta Max, Giorgio, Giovanni, Alessandro e Marco per aver reso possibile/così speciale l’esperienza e, da buon paraculo quale sono, non posso esimermi dal dovere di ringraziare pure voi. Fra sito e social vari ho ricevuto un numero inspiegabile di messaggi – seriamente, smettetela di farmi sentire famoso ché poi mi monto la testa – di congratulazioni nei quali spuntava sempre, prima o poi, la frase «te lo sei meritato»: no, non mi merito un bel niente, scrivere articoli sul football è la mia passione ed è già sufficientemente soddisfacente di per sé cliccare su “publish”, questo è un qualcosa in più che andava oltre i limiti della mia immaginazione.

Ho passato la vita a sentire quanto pericoloso sia l’Internet, grotta che pullula di lupi pronti a sbranarti e toglierti ogni sicurezza: nel mio caso nulla di più falso.
Mi avete sempre trattato immotivatamente bene e non ho mai capito il perché e leggervi così entusiasti davanti al coronamento del mio sogno è un qualcosa che, forse, vale più di qualsiasi cosa successa fra sabato sera e lunedì mattina.
Veramente, vi ringrazio con tutta l’umiltà di questo mondo, non credo di meritare nemmeno un settimo del vostro affetto ma, siccome sono per il libero arbitrio sempre e comunque, non sarò sicuramente io a dirvi di fermarmi: mandare in vacca un discorso fatto con il cuore in mano con ironia da due soldi, classico Mattia. Una studentessa di psichiatria con cui mi sono frequentato aveva immediatamente scoperto il mio disagio esistenziale verso l’emotività e dopo pochi giorni s’era presa la premura di avvertirmi che con lei questa tattica non avrebbe funzionato: inutile dire che dopo pochissimo io sia scappato.
Non penso che funzioni nemmeno con voi, anche perché non voglio che funzioni: grazie a tutti, di cuore.
Avete tutti aiutato una persona a realizzare il proprio sogno.
Grazie.

9 thoughts on “Il racconto di una domenica a Monaco in compagnia della NFL

  1. Stracontento x te.
    Solo un semplice video di brady in campo (anche da me odiato sportivamente parlando) e country road mi hanno fatto venire i brividi..pensa cosa sarebbe stato essere li di persona.
    Queste sono le cose x cui vale la pena di vivere Mattia.

    • Grazie mille Gianluca, scusami se rispondo solo adesso. Effettivamente ste cose, anche se durano veramente troppo poco per essere elevate a ragione di vita, ti aiutano dandoti una prospettiva diversa dalla quale guardare le cose.
      Veramente, grazie mille.

  2. Grande Mattia, continua così. Questo è il minimo che ti meritavi, arriveranno altre occasioni.

    • Grazie mille Davide, per me può anche chiudersi qua, qualcosa di meglio non potrà mai succedere, soprattutto perché l’affetto della prima volta tende a inflazionare le cose: unica inflazione per la quale faccio il tifo.

  3. Fantastico! Sia l’essere lì sia l’articolo!

    Complimenti a te e a tutti quelli che hanno visto (o stanno per vedere) dal vivo una partita Nfl: leggendo i commenti qui sul sito, ho scoperto che sono in tanti.

    Io so che al 99% non vivrò mai questa esperienza: ho paura dell’aereo e nell’unico posto che potrei raggiungere con altri mezzi (Monaco) mi arresterebbero perché odio la birra e i crauti.

    Però sono sinceramente felice per voi!

    • Nick, c’è il treno per tutto: se l’anno prossimo per puro caso dovessi ruzzolare a Francoforte credo proprio ci andrò in treno, è semplicemente troppo bello come mezzo di trasporto.
      Grazie mille Nick, grazie per le parole in questo commento e ogni altro commento, aggiungono tantissimo valore agli articoli che faccio – e ce n’è bisogno!
      Grazie mille!

  4. Complimenti Mattia! Ti seguo ormai con costanza da almeno un paio d’anni qui su PlayIt e da giovane aspirante scrittore quale sono – non di NFL, non credo ne avrei le competenze – ti posso assicurare che sei veramente molto bravo in quello che fai. La cosa che preferisco dei tuoi articoli è come riesci sempre ad amalgamare al meglio l’analisi più tecnica di questo spettacolare sport alla tua prospettiva personale sulla vita. Sono sicuro che riuscirai a fare della tua passione un lavoro un giorno, io da lettore sarei anche disposto a pagare per leggerti ormai – cosa per nulla scontata nel settore dell’informazione odierna. Complimenti ancora!

    • Penso che questa sia una delle cose più belle che abbia mai letto, apprezzo tantissimo perché è una cosa su cui – come puoi vedere – punto veramente tanto: sta cagata di calare la mia vita negli articoli l’ho rubata a Matthew Berry che nei suoi articoli per il 70% del tempo parla di famiglia e figli per poi virare sul fantasy football e non azzeccarci nemmeno sotto tortura.
      Grazie mille Axel, veramente, lo apprezzo tantissimo.

  5. Sono felice per te, la foto con Perer King da perfettamente l idea della tua felicità….spero nei prossimi anni di farmi questa trasferta con mio figlio ora diciottenne….ti meritavi questa giornata sei bravissimo nei tuoi articoli, il lunedì li aspetto con trepidazione, tutte le tue analisi…bravo caro Mattia….

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