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Ci ho pensato a lungo a questo articolo.
Il problema non risiedeva sicuramente nel contenuto poiché la storia di Waller la saprei recitare anche al contrario – decidete voi quale sia il “contrario” a cui sto facendo riferimento -, ma nel numero: questo è il mio seicentesimo articolo su questo sito – iniziano a essere tantini – e considerata la penuria di argomenti nonché la desolazione del momento non avevo idea di come giocare questa carta.
Sì, ho in programma un numero non indifferente di articoli di preparazione alla regular season, ma luglio deve ancora finire e abbiamo tutto agosto per parlare di aspettative, paure e previsioni per le trentadue sorelle che danno vita a questa lega: non avendo necessità impellenti volevo fare qualcosa di diverso, qualcosa di speciale, qualcosa che desiderassi fare e non, per una volta, che “dovessi” fare.
La risposta, in realtà, l’ho sempre avuta sotto il naso: perché dopo tutti questi anni non ho ancora parlato dell’incredibile storia del mio giocatore preferito?

Come suggerisce laconicamente il titolo, Darren Waller per me è molto più che un semplice giocatore di football americano, ma lasciatemi mettere subito in chiaro qualcosa che ritengo fondamentale: Darren Waller è altresì molto più della storia di redenzione di cui sto per parlarvi.
Identificare un essere umano attraverso la sua esperienza personale e le ripetute battaglie contro i propri demoni svilisce e limita l’essere umano in questione: una storia come quella di Waller non compendia ciò che lui è veramente ma aiuta a capire i vari passaggi che gli hanno permesso di elevarsi a persona universalmente amata, rispettata e soprattuto per la quale è impossibile non tifare.
Non importa se ha appena fatto touchdown alla tua squadra del cuore, non riuscirai mai a odiarlo.

I primi capitoli della sua storia sono sorprendentemente diversi da quanto ci si potrebbe aspettare poiché l’infanzia non fu scandita da povertà, degrado e abbandono: Waller è nato da una famiglia della classe media del Maryland che prima di mettere le radici nella Georgia è passata un attimo dal Colorado.
I suoi genitori, Dorian e Charlena, hanno martellato incessantemente ai propri figli l’importanza dell’educazione e ciò è facilmente deducibile sentendo Darren parlare: il lessico è piacevolmente ampio, i suoi discorsi sono scorrevoli, privi di ripetizioni e intercalari, ben articolati e sostenuti da una logica impeccabile e, soprattutto, una lucida onestà che ho intercettato in pochissime altre persone.

La sua intelligenza, però, si è trasformata ben presto in una spada di Damocle che lo portò a essere molto più riflessivo e introspettivo di quanto un ragazzino nei primi anni d’adolescenza avrebbe motivo d’essere.
Improvvisamente cominciano a far capolino nella sua testa quel genere di domande in grado di monopolizzare una giornata e, nei casi peggiori, un’intera esistenza: perché un ragazzino di colore girava solamente con ragazzi e ragazze bianche?
Ciò poteva in qualche modo spingere gli amici afroamericani a considerarlo “troppo poco afroamericano” per essere veramente uno di loro?
Cosa c’entrava lui con tutto ciò?
Qual era la sua posizione nella tortuosa società della gioventù?

Queste domande all’apparenza banali divennero le barre che delimitavano la prigione mentale nella quale, suo malgrado, era scivolato: apolide senza speranza, Darren cominciò a sentirsi fuori luogo ovunque, non accettato, inguaribilmente diverso in qualsiasi contesto sociale e per questa ragione terribilmente solo.
Per silenziare la petulante voce interiore che gli precludeva la serenità, a quindici anni comincia a spulciare dall’armadietto dei farmaci del padre in cerca di conforto: restarci sotto, a quell’età, è praticamente inevitabile.
A questo punto possiamo cominciare a parlare di dipendenza.

Il dolore, ovviamente, non evaporò miracolosamente ma con l’ausilio di varie sostanze riusciva a portare a termine la giornata in modo accettabile mettendo un filtro fra sé e i propri problemi.
Nel frattempo, sul gridiron, Waller era semplicemente troppo superiore a qualsiasi forma d’opposizione e il suo dominio gli valse una borsa di studio a Georgia Tech, a pochi chilometri da casa: credo valga la pena specificare che la borsa di studio l’avrebbe potuta vincere anche “solo” per meriti accademici in quanto malgrado il quotidiano uso di sostanze continuava a essere uno studente modello.
Gli anni universitari, però, presentano un numero di tentazioni spaventosamente superiore a quello delle opportunità e, a quel punto, Darren decise di prendere sul serio la vita universitaria facendo festa quanto più possibile: non mi sembra necessario specificare che alle feste universitarie giri veramente di tutto, situazione non propriamente ideale per un ragazzo nelle sue condizioni.
Feste letteralmente ogni sera, football durante il pomeriggio: nonostante i ripetuti test anti-doping falliti – due ufficiali e probabilmente tanti altri tenuti nascosti -, il suo talento grezzo bastava a garantire al suo luminoso puntino un posticino sul radar di ogni squadra NFL.

La carriera universitaria si conclude in modo abbastanza anonimo con statistiche tutt’altro che impressionanti, ma se le NFL Combine hanno un fine è proprio quello di permettere a individui come Darren Waller di scalare il tabellone grazie a caratteristiche fisiche assolutamente fuori dalla norma: un metro e novantotto capace di correre 40 yard in quattro-secondi-e-quaranta, mani sicure e un atletismo che lo rendono un mismatch vivente.
Talento indubbiamente da primo round in un draft che, col senno di poi, fu costellato di bust nella sua posizione – si affacciò alla NFL come ricevitore: Kevin White, Breshad Perriman, Phillip Dorsett, Devin Smith, Dorial Green-Beckham, Devin Funchess, Sammie Coates e Jaelen Strong furono tutti selezionati entro il terzo round mentre Waller, ovviamente per i problemi extra-sportivi, scivolò al sesto fra le incredule mani dei Baltimore Ravens, squadra che apparentemente ogni anno ha disperato bisogno di ricevitori.
A Baltimore, però, tocca forse il punto più basso della sua esistenza.

Costantemente fatto e dolorosamente lontano dalla sua Georgia, Waller si isola dallo spogliatoio e finisce per trascorrere il minor tempo possibile all’interno del centro d’allenamento dei Ravens: una volta finito d’allenarsi era il primo a sgattaiolare fuori per tornare a casa e farsi una dose di qualsiasi cosa gli capitasse fra le mani.
In lui non c’era alcun desiderio di essere grande in campo, di pagare il prezzo necessario per affermarsi fra i professionisti, insomma, di avere una bella carriera in National Football League: il football americano, a quel punto, era diventato un mezzo di sussistenza che gli permetteva di mantenere la propria dipendenza, nulla di più.

Per il resto della squadra Darren Waller restava un’enigma, una persona schiva e riservata che sembrava genuinamente non aver alcun interesse a trovarsi in quel posto e che meno tempo trascorreva sul rettangolo verde di gioco meglio era: una delle poche persone con cui riuscì a creare un legame fu Lorenzo Taliaferro, running back con il quale cercava di eludere l’insoddisfacente e opprimente realtà drogandosi.
Taliaferro è tragicamente venuto a mancare circa due anni fa per un attacco cardiaco causato da cocaina e fentanyl: Waller, sempre per il fentanyl, ci è andato veramente vicino.

Come già anticipato, la sua carriera fra i professionisti non stava andando da nessuna parte in quanto la stagione da rookie durò solamente sei partite prima di spegnersi nella IR, mentre trascorse un quarto della successiva in un angolo, sospeso dalla NFL per un test anti-doping positivo: Waller, con la rinfrescante onestà che lo contraddistingue, ha più volte detto che quelle sospensioni sono state una manna dal cielo perché non aveva alcuna voglia di scendere in campo.
Quelle lettere, di fatto, gli risparmiavano il tedio di dover comunicare al proprio coaching staff e front office di non aver più intenzione di giocare fra i professionisti.

In tal senso ancor più salvifica fu la comunicazione ricevuta il 30 giugno 2017: a seguito dell’ennesimo test anti-doping fallito Waller sarebbe stato squalificato per tutta la stagione.
Che sollievo, nella sua testa… forse.
Da fuori si potrebbe tranquillamente dire che Waller il giocatore di football americano avesse toccato il fondo, nella sua testa Baltimore era pronta a tagliarlo da un momento all’altro, non aveva particolarmente senso tenere in seno un giocatore che in tre anni è stato pressoché sempre sospeso o infortunato, avrebbe dovuto inventarsi una nuova carriera, una carriera molto probabilmente normale come quelle riservate a noi comuni mortali.
Non aveva idea che nemmeno due mesi dopo tutto ciò sarebbe stato un’inezia.

L’11 agosto 2017, a poche centinaia di metri dal centro d’allenamento dei Baltimore Ravens, Waller andò a comprare il solito e invece che andare a casa decise di consumarlo all’interno della propria Jeep: non si sentì tanto bene, il corpo gli chiedeva bibite e zuccheri di ogni genere ma la mente, stranamente lucida, lo convinse a non muoversi da lì e temporeggiare qualche minuto per riprendere le forze.
I minuti si trasformarono in ore, l’attesa in una totale perdita dei sensi: qualche ora dopo, finalmente rinsavito, Darren capì di essere appena sopravvissuto a un’overdose.
Quello fu il punto di non ritorno, il singolo momento che ha trasformato Darren Waller in uno dei migliori tight end della NFL nonché in un essere umano speciale.

Pressoché immediatamente andò in un centro di recupero dove abbracciò definitivamente la sobrietà e, appena uscito, si trovò un lavoro normale nella catena di supermercati Sprouts Farmer Market dove, con molto orgoglio e serietà, allestiva banconi: per un ragazzo con in corpo il talento necessario per approdare nella Hall of Fame lavorare in un supermercato potrebbe essere quasi un’umiliazione, non per lui.
Quel lavoro gli diede uno scopo alle giornate, una struttura, coerenza a una vita della quale era in balia, insomma, si può tranquillamente dire che mettere al proprio posto verdura fu un passaggio fondamentale nell’arco narrativo di Darren Waller, fiero di guadagnarsi da vivere come una persona qualsiasi: contrariamente a quanto pensava, però, Baltimore non lo tagliò ma lo relegò alla practice squad, quella dose di talento grezzo in quel fisico rendeva impossibile recidere definitivamente il cordone.

L’ultimo touchdown di Darren Waller con la maglia dei Baltimore Ravens arrivò il 12 dicembre 2016 contro i New England Patriots.

La stagione 2018 fu un punto di svolta per i miei Baltimore Ravens che, affidati a Lamar Jackson, riuscirono a risalire la china e strappare un pass per la postseason dando così vita a un nuovo capitolo nel quale il protagonista – finalmente – non era più Joe Flacco e il suo insostenibile contratto: il 2018, tuttavia, nella mia testa è e sempre sarà l’anno del “grande rimpianto”.
Il 25 novembre, prima di una comoda vittoria contro gli allora Oakland Raiders, Jon Gruden e colleghi notarono esterrefatti questo scherzo della natura allenarsi con il resto della practice squad: era visibilmente più grosso dei compagni, con le mani riusciva a togliere il pallone dal metaforico soffitto, era più veloce, atletico e fluido di chiunque altro.
Il giorno dopo Waller fu spedito immediatamente sul primo aereo per la California e la sua storia, da lì in poi, già la sapete: provate a immaginare lui e Mark Andrews nello stesso attacco cos’avrebbero potuto fare, provate a calarvi nei panni di un coaching staff avversario che deve confezionare un piano difensivo per limitare sia Mark Andrews che Darren Waller.
Ve lo giuro, è un qualcosa che passa per la mia mente quasi ogni giorno.

L’impatto di Waller all’interno dei Raiders trascende l’assurda produzione e le notti insonni imposte ai defensive coordinator avversari – come lo marchi uno del genere? È troppo fisico per ogni defensive back ed eccessivamente agile per qualsivoglia linebacker, come lo marchi? -, poiché in tempo record è diventato un pilastro dello spogliatoio, un punto di riferimento nonché fonte d’ispirazione vivente per altri esseri umani che si trovavano impantanati in una situazione sinistramente simile a quella da cui lui era uscito vincitore.

Maxx Crosby, seppur in forma meno grave, è stato a lungo schiavo dell’alcool e anche grazie a Waller ha recentemente festeggiato i due anni di sobrietà con un contratto da quasi 100 milioni di dollari poiché, nel caso aveste perso qualche passaggio, si è trasformato in uno dei più letali pass rusher della lega.
L’importanza della Darren Waller Foundation all’interno della comunità locale può essere attestata dalla sua recente candidatura al Walter Payton NFL Man of the Year Award: in meno di quattro anni Waller si è trasformato da tragedia annunciata – quante persone riescono a uscire da un baratro così profondo? – a costante fonte d’ispirazione per la comunità e, soprattutto, sé stesso.

Sono convinto che tuttora viva giorni particolarmente duri nei quali la tentazione di abbandonarsi alle vecchie abitudini sia tetramente irrinunciabile, ma tutto ciò è assolutamente normale nell’esperienza umana su questo pianeta.
Come già detto nelle prime righe, Darren Waller è ben più di una commovente storia in grado di inspirare gente da ogni parte del mondo, questa storia altro non è che una tappa obbligatoria per comprendere a fondo un percorso intricato che lo ha portato a elevarsi a ben più di un ottimo tight end in grado di prenderla in testa a chiunque.

Di individui come Darren Waller, sia in NFL che nel mondo reale, molto probabilmente non ne vedremo molti e questa è la ragione per cui mi sono sentito obbligato a “festeggiare” questo articolo parlando di una persona unica che è riuscita a fare breccia nel mio cinismo dando un raro bagliore d’ottimismo alla mia esistenza.
No, non diventerò uno dei migliori tight end della NFL, con ogni probabilità rimarrò un ragazzo – e prima o poi uomo – perennemente insoddisfatto di sé e della propria vita che campa – senza aver ben presente perché si ostini a farlo – con un lavoro che odia, la sua storia non diventerà in alcun modo il carburante dietro una mia storia di successo che non arriverà mai: sapere però che esistano persone del genere mi aiuta a continuare a dare una possibilità a questo mondo e questo, cari lettori e care lettrici, per me è veramente tanto.

Post By Mattia Righetti (605 Posts)

Mattia, 26 anni. Vorrei farne un lavoro, perciò non esitate a contattarmi qualora dovesse servirvi qualcuno che scriva di football americano. Se non mi seguite su Twitter (@matiofubol) ci rimango male

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