Scherzosamente mi piace lamentarmi di non aver nulla da raccontarvi e con il draft sempre più vicino questa sarebbe dovuta essere la mia ultima “fatica” poiché il season finale della settimana prossima sarà dedicato ai premi dell’offseason: ero pronto a parlarvi del rinnovo di Calais Campbell con i Baltimore Ravens, dei capricci di Deebo Samuel e di qualche mossa random con protagonista un giocatore random giusto per farvi vedere che rispetto tutti i giocatori indipendentemente da nome, contratto e produzione.

Purtroppo, però, sabato pomeriggio l’intero mondo NFL è stato sconvolto dalla più insensata delle notizie, la morte di Dwayne Haskins: quando un ragazzo muore a 24 anni in circostanze così assurde da non sembrare reali è difficile pescare qualcosa di intelligente da dire, ma in tutta sincerità non ho alcuna voglia di parlare di free agency et similia in un contesto del genere, motivo per cui ho deciso di dedicargli per intero questo episodio.


Ciao Dwayne

Lo ammetto, è una sensazione difficilmente compendiabile a parole quella di affrontare la morte di qualcuno più giovane di me: seguo avidamente la NFL dal 2010, ossia da quando avevo 14 anni, e per ovvie ragioni i giocatori di football americano per me sono sempre stati fra i più importanti esponenti di quel “mondo degli adulti” che, malgrado l’accumulazione di primavere sul mio palmares, guardo ancora da fuori.
Ora di anni ne ho 26, sono classificabile come giovane ma ammetto di rimanerci ancora di sasso quando leggendo di qualche prospetto al draft la prima cifra del suo anno di nascita è un due: anche se non me ne rendo conto, ho trascorso più tempo su questo pianeta di una percentuale piuttosto consistente di giocatori attualmente in attività.

Dwayne Haskins aveva un anno in meno di me, era nato nel 1997 e già solo questo semplice fatto era sufficiente a scombussolarmi e farmi perdere i punti di riferimento, figuriamoci aggiungendo le circostanze della tragedia.
A 26 anni, molto semplicemente, non si è tarati per pensare alla morte come una reale possibilità: sì, sai che esiste e che eventualmente arriverà il tuo momento, ma a quest’età hai la puerile ed egocentrica convinzione che sia un qualcosa squisitamente appannaggio altrui.
Forse è un meccanismo di autodifesa, forse è solo ingenuità, decidete voi.

Quando ho letto della morte di Haskins la prima reazione è stata naturalmente quella del rifiuto: in che senso morto? Cosa vuol dire?
Poi, una volta aperto Twitter, ho avuto modo di constatare che la notifica arrivatami da FantasyPros non fosse un errore di pessimo gusto – di cose di pessimo gusto ne parleremo a breve – ma l’insensata realtà dei fatti: investito mentre camminava in autostrada.

Le dinamiche sono così balorde che credo non abbia alcun senso mettersi qui a discuterne.
Haskins aveva solamente 24 anni e una morte del genere non solo si prende la vita della vittima, ma stravolge pure l’esistenza di centinaia di persone a essa associata: famiglia, amici e compagni di squadra dovranno venire a patti con la propria impotenza in quanto la mente umana non è concepita per metabolizzare e razionalizzare eventi di questo tipo.
Rispettare la memoria di Haskins è il primo passo per permettere loro di ricominciare a condurre un’esistenza tollerabilmente serena e a questo proposito mi sento in dovere, dall’alto del mio stato di nullità, di riprendere un paio di professionisti dell’informazione che ci hanno messo davanti al proprio lato peggiore.


Insider significa aver qualcosa dentro?

Gli insider, sciaguratamente, hanno assunto un ruolo centrale nel panorama NFL rappresentando di fatto occhi e orecchie di milioni di appassionati che non hanno accesso a certe informazioni se non tramite i loro cinguettii: le responsabilità, cari lettori, sono tante e intuitivamente fondamentali.
Adam Schefter, probabilmente l’esponente più illustre di questa professione, ultimamente non ha dato prova di grande sensibilità cimentandosi in una serie di tweet discutibili che gli sono stati puntualmente perdonati in quanto Adam Schefter, noi non possiamo vivere senza le soffiate di Adam Schefter: anche Tom Brady lancia intercetti, figuriamoci se il tutt’altro che atletico Adam Schefter è immune agli scivoloni.
Sabato, però, ha instillato in tutti noi qualche legittimo dubbio sul suo status di essere umano: ecco il tweet con cui ha annunciato la morte di Dwayne Haskins – per intenderci la versione originale è quella con lo sfondo nero, il tweet sopra è la versione 2.0.

«Before struggling to catch on with Washington and Pittsburgh in the NFL»: wow.
Muore un ventiquattrenne in circostanze strazianti e la prima cosa legata al suo nome è un breve riassunto sulla sua travagliata permanenza in NFL?
Sabato non è morto un giocatore di football americano, è morto un ragazzo, un amico, un marito, un figlio, un nipote e un compagno di squadra che malgrado statistiche tutt’altro che esaltanti stava facendo breccia nel cuore di ogni membro dello spogliatoio degli Steelers: il motivo per cui si trovava in Florida era una sessione di allenamenti con i colleghi del reparto offensivo.
Alle persone maggiormente colpite da questa tragedia non interessa nulla della sua avventura a Washington e Pittsburgh: non serve un dottorato in sensibilità e tatto per cogliere la grave mancanza di rispetto verso coloro la cui esperienza su questo pianeta è stata funestata dal dramma di sabato scorso.

Un tweet del genere dimostra che per gente come Schefter i giocatori altro non siano che giocatori, pedine intercambiabili all’interno di una sconfinata scacchiera sulla quale danzano contemporaneamente migliaia di pezzi che animano i nostri autunni: Dwayne Haskins il ventiquattrenne è un qualcosa di cui non deve interessarci, il motivo per cui è entrato nella nostra vita è il suo braccio destro e per questa ragione tutti i ragionamenti su di lui devono ruotare attorno alla produzione sul rettangolo verde con le linee bianche.
Triste, molto triste.

Non credo che Adam Schefter sia una cattiva persona, credo semplicemente che dopo essersi ritagliato uno spazio di primaria importanza all’interno di un business miliardario si sia allontanato dal mondo reale, l’indefinito calderone nel quale sedimentano persone e storie di vita, non giocatori e statistiche e che tweet del genere evidenzino tale allontanamento.
Non reputo necessario punirlo perché non c’è nulla di razzista, classista o misogino nel suo tweet, anche se il problema più grande è dato dal fatto che non si possa intercettare alcuna traccia di umanità all’interno di quei due-trecento caratteri.
Mi piace pensare che la reazione dell’Internet – che sa ancora arrabbiarsi per giuste cause – lo abbia spinto a riflettere sulla mancanza di tatto nelle sue parole e, soprattutto, sulla mesta mancanza di rispetto verso familiari e amici di un essere umano, non di un giocatore di football.

Non voglio sottoporlo a un processo a la Will Smith – avete rotto, seriamente, finitela di banchettare sulla carcassa di un essere umano in difficoltà nonché in totale balia della moglie in un rapporto che definire tossico sarebbe un eufemismo -, certo che sarebbe stato bello se per scusarsi si fosse limitato a un sobrio tweet al posto di un mesto tentativo di pubblicizzare il proprio podcast.
Per quanto riguarda Gil Brandt, mi rifiuto di commentare, se avete voglia di ascoltare ascoltatelo e se non avete voglia buon per voi, vi risparmiate qualche minuto di nervoso.


Di nuovo, ciao Dwayne

Non mi interessa ciò che è stata, ciò che sarebbe dovuta essere e ciò che sarebbe potuta diventare la carriera in NFL di Dwayne Haskins, l’unica cosa di cui sono certo è che fosse un essere umano universalmente amato da chiunque abbia avuto la possibilità di stargli attorno: la reazione fra i giocatori della NFL è quella che segue la perdita di un amico, non di un collega incaricato di lanciare palloni da football.

Si può dire di tutto – tralasciamo per favore – sulla sua maturità o sui suoi processi decisionali, ma da quanto ho avuto modo di apprendere negli ultimi giorni la cattiveria era un concetto del tutto alieno a Dwayne Haskins, la tipica persona anima della festa in grado di radunare masse d’umanità attorno a sé semplicemente grazie al magnetismo di un sorriso così irremovibile che a volte dava l’idea di mancanza di consapevolezza.
In alcune istanze è stato immaturo e ingenuo, ma è fuori questione che stesse lavorando per migliorare in primis come persona e che solamente per questa ragione deve essere rispettato.

Voglio concludere parlandovi di un episodio che penso sia in grado di restituirvi un’immagine piuttosto accurata della persona che era Dwayne Haskins.

Il 13 settembre 2020, durante il season opener degli allora Washington Football Team contro i Philadelphia Eagles, Washington si è diretta verso gli spogliatoi sotto 17 a 7.
Ron Rivera, ai tempi, stava ancora affrontando quel cancro che non bastò ad allontanarlo dalla panchina e per combattere la debilitante spossatezza figlia di malattia e stress da sideline, durante la pausa lunga si è fatto somministrare una flebo che lo ha momentaneamente allontanato dalla squadra.
Haskins, al secondo anno fra i professionisti, ha deciso di prendere in mano la situazione caricandosi la squadra sulle spalle tramite un appassionato discorso motivazionale che apparentemente ha toccato i tasti giusti visto che nella seconda metà di gioco Philadelphia non è stata in grado di mettere punti a tabellone mentre Washington ne ha segnati venti tondi tondi portandosi così a casa la vittoria.

Ciao Dwayne.


 

One thought on “Riassunto della quarta settimana di free agency NFL 2022

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