Di cose da dire, dopo questo Super Bowl, ne avremmo tante, sicuramente troppe.
Potremmo parlare dell’ineluttabilità di Aaron Donald che, molto semplicemente, questo anello ha deciso di andarselo a prendere personalmente impossessandosi così dell’ultima gemma mancante – credo che il paragone con Thanos sia più che appropriato.
Potremmo raccontarvi della rivincita di Odell Beckham Jr., trasformatosi in un paio di mesi da tediosa distrazione a magnifico playmaker per il quale risulta difficile non simpatizzare, soprattutto in luce del fatto che ad un certo punto tutti i problemi dei Cleveland Browns fossero apparentemente riconducibili a lui.
Che dire del ritorno di Eric Weddle che dopo infiniti mesi di divano è tornato nell’arena per togliersi l’ultima soddisfazione che gli mancava – strappandosi pure il pettorale nel mentre?
Poi c’è Sean McVay, allenatore così brillante che apparentemente il fine ultimo di questa lega è trovare la sua versione 2.0, non vincere il campionato: si può dire ciò che si vuole del genietto col capello perennemente ingellato, ma a questo punto risulta impossibile non chinarsi al suo cospetto per la rivoluzione culturale che ha resuscitato i Rams come franchigia.
Il secondo anello di Von Miller, il possibile ritiro di Whitworth, Jalen Ramsey sul tetto del mondo, il silenzioso contributo di Robert Woods… se inizio difficilmente mi fermo.

Nei prossimi giorni e settimane tenterò di dirvi la mia su ognuno dei possibili argomenti appena citati, ma a poche ore di distanza dal sollevamento al cielo del Lombardi non riesco a smettere di pensare a Matthew Stafford.
Come tradizione vuole, quando si parla di un quarterback che ad un certo punto della propria carriera ha apposto la propria firma sotto un contratto da centinaia di milioni di dollari l’originalità deve essere tolta a priori dall’equazione poiché, essendo in una lega di quarterback, è lapalissiano che le discussioni della stampa e dell’opinione pubblica siano così incentrate su di loro al punto di essere diventate ridondanti, ripetitive, pigre: pure di Stafford, cari lettori, è già stato detto tutto.
Fino a non troppo tempo era quasi obbligatorio amarlo, stavamo pur sempre parlando del quarterback dei Detroit Lions, la squadra i cui perenni fallimenti sono per l’appunto legati ad una maledizione scandita da un quarterback, un vincente negli intenti che principalmente a causa dell’inettitudine della franchigia della quale era il volto è sempre stato costretto ad accontentarsi delle briciole.

Non è passato molto tempo da quando le sue più grosse soddisfazioni coincidevano con inutili vittorie in rimonta a dicembre che permettevano a Detroit di chiudere la stagione a sei o sette vittorie: tramite quei “trionfi” abbiamo avuto modo di conoscerlo e, ognuno coi propri tempi, di innamorarci di lui.
Vedete, nel 2022 regna una certa estetica della sfiga che ci porta ad empatizzare – se non a tifare spudoratamente – con il Paperino della situazione, lo sfigato per antonomasia che per cause fuori dal suo controllo si trova perennemente costretto ad ingoiare rospi e leccarsi ferite: quelle rare volte in cui Paperino riesce ad avere la meglio su Gastone o più in generale sulla vita, siamo animati da un’inspiegabile gioia che per qualche minuto ci regala una tiepida sensazione di appagamento che rende la nostra esistenza immensamente più vivibile in quanto governata da una giustizia bramosa di premiare chi lo merita veramente.
Giustizia divina? Liberi di chiamarla così.

Fino all’anno scorso, dunque, Stafford era confinato in una realtà che per forza di cose non gli permetteva di trovare il benché minimo spazio nelle infinite discussioni sui quarterback della NFL: come fai ad annoverare fra i migliori nella posizione un ragazzo che in più di dieci anni non ha trovato mai modo di vincere una partita in postseason?
Non puoi.
E allora cosa fai?
Ti aggrappi a ciò che hai, nel suo caso partite da tre touchdown e zero intercetti, game winning drive, lanci no-look o da angolature impossibili, i numeri di Calvin Johnson, insomma, frivolezze sulle quali un Tom Brady qualunque si soffia il naso.
Lo ammetto, molto egoisticamente mi andava bene così, mi andava bene che Stafford fosse esiliato nell’irrilevanza, l’avvilente mancanza di aspettative attorno ai Lions lo rendeva l’idolo pagano perfetto per un hipster come me, era così facile difenderlo imputando tutte le colpe ai Detroit Lions, non dovevo nemmeno faticare a trovare scuse: la mancanza di riconoscimenti individuali era l’inevitabile conseguenza dei record negativi dei Detroit Lions, il basso numero di vittorie pure, e così via.
Pigrissimo, ne sono consapevole, ma avete presente quando vi piace veramente qualcuno e malgrado comportamenti o ideologie oggettivamente indifendibili provate in ogni modo a giustificarlo? Una cosa del genere.

La decisione di McVay di giocarsi il tutto per tutto e sacrificare il proprio futuro per lui mi ha spaventato, in un certo senso sia allenatore che quarterback sono stati messi in un angolo da tale mossa, la bontà del roster dei Rams non avrebbe giustificato ulteriori fallimenti, il 2021 ci avrebbe detto molto, se non tutto, del valore assoluto di Matthew Stafford e, soprattutto, della sua posizione nell’Olimpo NFL: non bastava semplicemente fare meglio di quanto fatto da Goff, bisognava elevarsi ad un nuovo livello.

Jared Goff non è assolutamente un pessimo quarterback, non è un Blake Bortles o un Johnny Manziel, è un giocatore indiscutibilmente limitato capace di portare a termine piuttosto efficacemente il proprio compitino, senza mai strafare: con Goff, infatti, i Rams sono quasi sempre arrivati ai playoff e non molto tempo fa i loro sogni di gloria si sono fermati ad un Belichick di distanza dal Lombardi.
Con Goff under center ai Rams mancava qualcosa, un qualcosa per cui evidentemente valeva la pena sacrificare il solito plico di scelte al primo round per assicurarsi Stafford al prezzo, però, di non avere più scuse: approcciarsi al campionato con questa consapevolezza impressa nella mente è tutto fuorché ideale.

Intendiamoci, questa notte Los Angeles non ha vinto grazie a Matthew Stafford: per quanto mi infastidisca dirlo è così, e non sto pensando ai due intercetti.
Stafford ha giocato una buona partita ritmata dagli stessi alti e bassi che ne hanno scandito la carriera: in un paio di drive – i due che hanno portato al touchdown nella prima metà – è stato chirurgico completando lanci con disumana automaticità, in altri momenti invece non è stato assolutamente in grado di muovere le catene rischiando di estromettere Los Angeles dalla contesa non donando mai quel valore aggiunto che abbiamo cominciato a dare per scontato.
Un intercetto è imputabile a lui – anche se possiamo quasi vederlo come un arm punt -, l’altro no: insomma, pure nella partita più importante della vita Stafford è rimasto fedele a sé stesso stazionandosi in un’area grigia fra eccellenza e fumosità, dicotomia che per lunghissimi anni ha reso molto difficile valutarlo oggettivamente.
Pure ieri, quindi, siamo stati messi davanti allo scontro manicheo fra buono Matthew Stafford e cattivo Matthew Stafford, fra un folle in grado di replicare qualsiasi lancio partorito dal braccio destro di Mahomes ed un giocatore limitato da una grossolanità che lo spinge a gettare al vento partite.

Questa notte Matthew Stafford è stato Matthew Stafford, per definizione lontano dalla perfezione, e ciò nonostante Los Angeles ha portato a termine la propria missione.
Per tutto l’autunno Matthew Stafford è stato Matthew Stafford, alternando periodi di vera e propria onnipotenza – fino a quasi metà stagione era l’indiscusso favorito per l’MVP – a settimane in cui sembrava fisicamente incapace di non lanciare almeno due intercetti a partita: immagino che la coerenza sia da lodare anche in casi limite come questo.
È proprio questo, cari lettori, a rendere ancora più dolce questo trionfo, il fatto che Stafford sia stato in grado di consacrarsi definitivamente rimanendo nulla più, nulla meno di Matthew Stafford, il giocatore in grado di rubarti il cuore grazie ad una testardaggine quasi patologica e di spezzartelo qualche minuto dopo a seguito di uno di quei blackout che hanno spinto qualcuno a bollarlo come quarterback destinato all’eterna incompiutezza.

Malgrado i tanti intercetti lanciati in regular season e giri a vuoto protrattisi settimane, Stafford alla fine ha avuto ragione e rimanendo fedele alle proprie radici si è portato a casa quel Lombardi in grado di legittimarlo una volta per tutte.
È incredibilmente poetico che la consacrazione definitiva sia arrivata grazie a un game winning drive messo insieme dopo più di un quarto e mezzo di apparente inettitudine: la vittoria finale rischia di farci dimenticare il fatto che per una serie interminabile di drive Los Angeles non sia riuscita a guadagnare un misero primo down.
Con le spalle al muro e la propria reputazione in ballo Stafford si è caricato la squadra sulle spalle e ricominciando a connettere consistentemente con Cooper Kupp ecco che le catene cominciano a camminare con le proprie gambe e, anche grazie ad un paio di penalità discutibili, nel momento più importante della propria vita professionale arriva il touchdown della vittoria.
Ovviamente la difesa – ehm, Aaron Donald – ha dovuto metterci una pezza funestando l’ultimo drive dei Bengals, ma suvvia, lasciatemi celebrare.

L’entusiasmo non deve farci dimenticare che ci stiamo pur sempre muovendo nel dominio della realtà, e per forza di cose non possiamo accostarlo a gente come Rodgers, Brees, Marino o Favre, così come al momento non ha particolarmente senso prendere in esame la sua candidatura alla Hall of Fame perché in un mondo in cui Brady gioca fino alla soglia dei 45 anni Stafford non ha alcuna ragione per non giocare almeno altre cinque o sei stagioni da verosimile candidato MVP, a questo ci penseremo a tempo debito, oggi limitiamoci a celebrare la consacrazione di un ragazzo che fino a non troppo tempo fa scenari del genere nemmeno poteva sognarli.
Al primo tentativo utile Stafford ce l’ha fatta e indipendentemente dai risultati delle prossime stagioni potrà dormire con la consapevolezza che appena calato in un contesto competitivo sia stato in grado di arrivare fino in fondo: nulla e nessuno potrà rubargli questa totalizzante sensazione.

Per motivare i propri Green Bay Packers Vince Lombardi era solito tirare in ballo un fantomatico “prezzo da pagare” che poteva coincidere con notti insonni di studio dei film o debilitanti allenamenti in palestra: Matthew Stafford, durante la propria permanenza ai Detroit Lions, questo effimero prezzo l’ha più che pagato.
Ha giocato infortunato, ha sempre e comunque dato il proprio massimo in contesti così disastrosi e disfunzionali che a momenti erano definibili come caricaturali, è diventato il volto di una città in uno dei momenti più bui della sua storia, ha provato tutto il possibile per trascinare i Lions fuori dalle sabbie mobili della mediocrità, ma non è bastato.
Non ha percorso la strada più facile, anzi, si è trovato costretto a rispondere immediatamente presente per non essere liquidato come giocatore sopravvalutato e malgrado tutti i suoi limiti ha portato a termine la propria missione nell’unico modo che conosce, in rimonta.

Matthew Stafford è definitivamente arrivato e dopo più di un decennio non abbiamo più ragioni per non riconoscerne la peculiare brillantezza.
Questa è una delle vittorie più soddisfacenti di cui io abbia memoria.

2 thoughts on “Matthew Stafford è definitivamente arrivato

  1. Contento per Stafford, il meritato traguardo dopo anni bui a detroit (dove però è sempre stato molto amato) , alla sua schiena malandata, alle sofferenze avute per il malore della moglie.. Una gioia che lo ripaga di tutto.
    Anche questo è il bello dello sport

  2. Ricordo benissimo che nel 2009, quando fu la prima scelta assoluta, Stafford era atteso come un grande protagonista. Aveva tutto: un braccio spaventoso, un fisico possente, una capacità di individuare il target pazzesco e una mobilità non disprezzabile per un passatore puro. Fu scelto dai Lions e sembrava essere il messia venuto a riportare in alto una delle franchigie più disgraziate di sempre. Così non è stato. Anzi. Dopo aver predicato nel deserto per anni insieme a Calvin Johnson, si è lentamente spento facendosi travolgere dalla mediocrità di una franchigia che non ha mai saputo costruirgli una squadra decente intorno. Anno dopo anno il buon Matthew ha perso entusiasmo e stimoli e si è trasformato in un patetico QB dal braccio spaventosamente potente cui venivano chieste 400 yards di lanci a partita, con conseguenti intercetti a go go. Non è stata colpa sua. Davvero. E’ rimasto a Detroit 12 anni, quanto basta per “morire” sportivamente parlando. Quest’estate quando ho sentito della trade, ho subito pensato due cose: 1) Stafford ha ancora voglia di dimostrare qualcosa alla Nfl dopo tanti anni di sonno, ma quanto sarà arrugginito? 2) Goff va a chiudere la carriera nel cimitero peggiore degli elefanti. Bene, tralasciando Goff che sta esattamente ricalcando quanto previsto, il buon Stafford mi ha stupito perchè a circa 35 anni ha dimostrato di non aver dimenticato nulla e soprattutto ha dimostrato che l’entusiasmo e un progetto vincente sono linfa vitale per qualunque giocatore. Figuriamoci per uno talentuoso come lui. I Rams sono da anni progettati per vincere. Hanno perso un Superbowl qualche anno fa e hanno pagato qualche errore di troppo di McVay, ma sono una macchina praticamente perfetta. Hanno messo in cabina di regia un QB forte, motivato e con le palle: si è visto subito il risultato. Ho visto tutte le partite importanti dei Rams prima e durante i playoffs quest’anno e ho visto sempre un QB sicuro al comando. Anche quando ha sbagliato, si è subito ripreso, ha rischiato, ha guidato drive decisivi con la massima calma e audacia. Ha giocato bene, molto bene. E ha dato alla squadra quella certezza di avere un timoniere sempre in grado di guidare l’attacco in ogni situazione. Ha dato sicurezza e leadership, esattamente quello che Goff non aveva mai dato a questo team. I risultati sono arrivati subito, direi.

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