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Reputo che la prudenza, insieme ad educazione alimentare e sessuale, dovrebbe essere una materia insegnata a scuola: io la prudenza l’ho imparata verso la fine di settembre del 2014, quando i Patriots furono calpestati maleducatamente dai Kansas City Chiefs in un Monday Night Football che passò alla storia non tanto per il risultato, un palindromo 41 a 14 Chiefs che sorprese l’intera NFL, ma per il «we’re on to Cincinnati» con cui Bill Belichick rispose ad ogni singola domanda postagli dagli sfortunati giornalisti costretti per contratto ad averci a che fare dopo una sconfitta.
Quegli irriconoscibili Patriots, incappati in un’atipica debacle nella quale furono surclassati in ogni singolo aspetto del gioco, spinsero molti a chiedersi se per Brady, allora sbarbatello di soli 37 anni, la fine fosse vicina: la risposta di quei Patriots fu ancor più seccata di quelle di Belichick poiché vinsero sette partite consecutive togliendosi la sempre amabile soddisfazione di alzare il Lombardi a febbraio – nel giorno del mio compleanno, tra le altre cose da menzionare al fine di aumentare l’epicità della loro rimonta sui Seahawks.

Sapete che specialmente nelle prime righe di un articolo mi piace prendere un giro largo e contorto per introdurre il punto centrale del mio discorso, e questa volta il motivo per cui ho ritenuto necessario raccontarvi questa storiella è piuttosto semplice: i Kansas City Chiefs stanno giocando un football orribile in difesa, in attacco continuano imperterriti a commettere turnover assolutamente evitabili, la nuova O-line fatica tremendamente a garantire a Mahomes una tasca pulita e le partite perse dopo cinque settimane ammontano già a tre, numero inconcepibile solamente un paio di mesi fa… ma ciò non deve bastarci per cantarne il de profundis.
I Chiefs sono in difficoltà e con ogni probabilità stanno vivendo il periodo più complesso dell’era Mahomes, ma non dateli per morti poiché non sono settembre ed ottobre i mesi in cui si vince il Super Bowl: l’inizio della stagione, o dell’autunno se preferite orientarvi per stagioni atmosferiche, serve piuttosto a lanciare messaggi ed avanzare candidature e, se abbiamo imparato qualcosa da queste prime settimane di football, è che la AFC pullula di squadre vogliose di spodestare i Chiefs da un trono che oramai ha memorizzato la forma del generoso fondoschiena di Andy Reid.

La supremazia dell’American Football Conference è piuttosto lampante, non credo abbia particolarmente senso sprecare tempo, caratteri e parole nel tentativo di convincervi – se non la pensate come me non c’è alcun problema, anzi, col senno di poi potrete dire di aver avuto ragione -, ciò di cui vorrei parlarvi oggi sono un paio di squadre che mi hanno assolutamente impressionato fino a questo punto della stagione e che, in luce della nuova mortalità dei Chiefs, potrebbero essere destinate ad un ruolo di rappresentanza di questa conference a febbraio: giro di parole accettabile, che dite?

Non credo possano essere visti come la miglior squadra della NFL ma francamente non m’interessa: io amo i Los Angeles Chargers, amo Justin Herbert, Austin Ekeler, il loro attacco e, soprattutto, la rivoluzione culturale apportata da quel matto di Brandon Staley in panchina.
Questa versione dei Chargers è esaltante nonché perfetta antitesi di quella di Lynn: Los Angeles, consapevole della propria forza, non teme veramente nessuno e ciò lo si può facilmente evincere osservando l’attacco e la totale mancanza di paura con la quale si approcciano ad ogni singola partita.
Staley non tentenna mai nel momento di prendersi rischi, è pienamente cosciente dell’infinito talento localizzato nel braccio destro del proprio quarterback e sta facendo il possibile per sfruttarlo nel migliore dei modi, basti pensare all’esplosione definitiva di Mike Williams che, in questo “nuovo” attacco dei Chargers è diventato una macchina da big play in grado di creare separazione anche quando ha il difensore avversario incollato grazie ad una combinazione di atletismo e fisicità che – non voglio essere blasfemo, non rinfacciatemi ciò che sto per dire – mi ricorda da vicino quella di Calvin Johnson; Ekeler è un giocatore incredibile e quest’anno non è più usato come semplice valvola di sfogo a cui dare qualche portata qua e là, ma come cuore pulsante del reparto offensivo, mentre dire qualcosa di nuovo su Keenan Allen, a questo punto, è impossibile.

Los Angeles può vantare una combinazione di talento, rabbia e sfrontatezza potenzialmente in grado di cogliere alla sprovvista ogni avversaria e, con un Herbert finalmente protetto da una linea d’attacco di livello, non credo di potervi indicare con precisione quali possano essere le loro prospettive: questa squadra ha mezzi tecnici e mentalità per battere veramente chiunque e, nel caso in cui Staley riuscirà a tenere concentrato ed unito lo spogliatoio anche negli eventuali momenti bui, credo possa seriamente ambire ad un gennaio piuttosto folto d’impegni.
I Chargers ci sono, hanno raccolto vittorie di qualità contro avversarie di primo livello e questi successi stanno regalando loro una mutevole consapevolezza nei propri mezzi che, settimana dopo settimana, ne aumenta esponenzialmente la pericolosità.

Buffalo, esattamente come Los Angeles e Baltimore, si è tolta la mai banale soddisfazione di prendere lo scalpo ai primi della classe, i Kansas City Chiefs, annientandoli nel Sunday Night Football: vi immaginate quanto debba essere bella la vita del GM Brandon Beane, scienziato pazzo che in una sola partita ha ricevuto importantissimi feedback sulla qualità del proprio lavoro? Di cosa sto parlando, vi chiederete: del pass rush, ovviamente.
In questa ultima offseason i Bills, evidentemente suggestionati da quanto accaduto al Super Bowl fra Bucs e Chiefs, ha investito massicciamente sul proprio front seven e domenica notte, proprio come la compagine di Brady a febbraio, sono riusciti a portare costantemente pressione su Mahomes che, marziano ma non ancora onnipotente, è lentamente crollato incappando in tre turnover: bello vincere così, no?
I tanti amici – nel senso letterale della parola – tifosi dei Bills non possono nascondersi dietro una prudente calma, Buffalo nell’ultimo mese ha dominato come poche altre squadre nella storia tenendo a secco, in più occasioni, i reparti offensivi avversari mentre il proprio, guidato dal solito Josh Allen, faceva quello che voleva con le carcasse delle stremate difese: non so se questo livello sia sostenibile sul lungo termine, ma se Buffalo dovesse approcciarsi alla postseason in uno stato di forma anche solo lontanamente simile a questo…

Credo con ferma convinzione a quanto detto poc’anzi, i campionati in NFL si vincono a dicembre e gennaio, non a settembre ed ottobre, ma i Buffalo Bills al momento mi sembrano la squadra più in grado di giocare un football consistente e complementare dove attacco e difesa sfruttano vicendevolmente, nel migliore dei modi, un operato di primissima qualità: Allen, più incline a fare affidamento al gioco di corse, orchestra lunghi e fruttuosi drive che permettono alla difesa di rifiatare e, una volta in campo, di soffocare i tentativi avversari di mettere punti a tabellone.
Volete la statistica golosa prima di cambiare argomento? Al momento i Bills possono vantare sia l’attacco più produttivo – 34.4 punti ad allacciata – che la difesa più impenetrabile – 12.8 punti concessi – e sinceramente non credo siano necessarie ulteriori scoordinate parole.

Mi conoscete e siete al corrente del mio pensiero sui Baltimore Ravens, squadra che non può più essere definita “sorpresa”, ma che a questo punto, malgrado una difesa atipicamente sciatta e inefficace, si sta spellando le mani consapevole di poter contare sul miglior Lamar Jackson di sempre: non guardate le statistiche, per favore, non mi sono mai sentito così rilassato al pensiero di poter contare sul numero 8.
Jackson, malgrado i pesanti infortuni, sta lanciando il pallone con autorevolezza e sapienza in quanto non ha problemi a sfidare le difese con lanci in profondità che stanno sempre e comunque trovando le mani dei ricevitori – anche se non si può sempre dire il contrario: l’attacco dei Ravens, nonostante le invalidanti assenze di Dobbins e Edwards, gira su buoni livelli proprio grazie alla maturazione di Lamar Jackson come passer.
Andrews è ancora l’unico vero suo amore, ma a differenza degli altri anni non lo cerca più con quella testarda e deleteria insistenza che lo aveva reso prevedibile, ora il pallone lo distribuisce con cognizione di causa agli altri membri della batteria dei ricevitori che, occorre precisarlo, spesso lo hanno tradito con sciagurati drop – guardasi Marquise Brown contro Detroit.

Non li ho inclusi in funzione del record e non credo siano al momento sullo stesso livello di Chargers e Bills, ma questi Ravens stanno uscendo vincitori da situazioni alquanto complicate: personalmente, dopo gli infortuni in rapida successione di Edwards e Peters, arrivati a distanza di istanti ad un paio di giorni dal kickoff contro Las Vegas, pronosticavo ben altra stagione.
Evidentemente non ho tenuto sufficientemente in considerazione l’orgoglio ed il “nuovo” braccio destro di Jackson che alla faccia delle noiose e superficiali analisi – se così si possono definire – che lo dipingono ancora come “running back” – cosa che non fa più ridere dal 2018 circa – ha finalmente compiuto decisi e decisivi passi in avanti nella propria maturazione.
Una partita come quella giocata questa notte contro i Colts credo aiuterà molte persone a schiarirsi le idee sul suo conto.

Fra le altre squadre che mi hanno impressionato non posso non citare i Cleveland Browns, sul 3-2 principalmente a causa del fatto che una fra loro ed i Chargers sarebbe dovuta uscire sconfitta dallo spettacolo di domenica: i Browns in attacco non sembrano essere molto diversi dalla versione 2020, mentre in difesa – esclusi i 47 punti presi contro L.A. – stanno lentamente trovando l’amalgama necessaria per contrastare la volontà di attacchi importanti come quelli di Chargers e Chiefs.
Una menzione d’onore pure per Cincinnati che principalmente a causa di netti miglioramenti sul versante difensivo è razzolata su un 3-2 condito da innegabile sfortuna – riguardatevi gli ultimi minuti della partita contro i Packers – che ci ha messi davanti ad una squadra incredibilmente più solida e concreta di quella vista negli ultimi anni e che, per questo motivo, potrebbe prendersi qualche scalpo di lusso da qui in avanti.

Il giudizio è invece momentaneamente sospeso su Raiders e Broncos, due compagini per le quali spesi rare parole d’encomio qualche settimana fa e che, da quel momento, non sono più state in grado di vincere una partita: le modalità con cui sono arrivate le sconfitte di domenica mi hanno lasciato veramente perplesso, ho visto due squadre molle ed apparentemente non consapevoli del proprio (non più) eccellente record.
Da Las Vegas, in particolar modo, mi attendo una reazione d’orgoglio.

Post By Mattia Righetti (502 Posts)

Mattia, 25 anni. Una versione più irsuta e povera di Larry David, ma il concetto è lo stesso. A volte Julian Edelman. Se non mi seguite su Twitter (@matiofubol) ci rimango male

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