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Era tutto così perfetto fino allo scorso gennaio, tutto aveva un ordine, un senso così lampante che non c’era nemmeno bisogno di ricorrere alla fantasia per tentare di giustificare la serenità che ci regalava: campionato da sedici partite, campionato diviso in quattro quarti composti da quattro partite, partite che quindi potevano essere usate come metafore di interi campionati ma niente, regalandoci una partita in più la NFL ci ha tolto pure questa rassicurante simmetria.
Avrei voluto, lo giuro, scrivere un report squadra per squadra dopo un quarto di stagione ma, come appena spiegato, i “quarti” in questa NFL non esistono più, motivo per cui ho deciso di lanciarmi in un qualcosa di decisamente più veloce anche se meno soddisfacente.

Ogni martedì tento di riportarvi in modo meno schematico e più discorsivo – rispetto al riassunto della domenica – le mie impressioni sulla settimana e, a volte, sulla stagione ed oggi – non parlando di tutte e trentadue le squadre perché sono avremo tempo e modo per farlo altrove – l’idea è quella di snocciolarvi in ordine non particolarmente ragionato qualche mia considerazione su questa stagione che sta volando ad una velocità così deprimente che quasi quasi sto cominciando a comprendere affermazioni tipicamente adulte del genere «crescono così in fretta…»: siamo già arrivati a Week 5, signori.

Non credo possano essere inseriti nello stesso ragionamento in quanto malgrado il record identico Josh Allen e Aaron Rodgers hanno vissuto inizi di stagione completamente differenti: certo, entrambi sono usciti dal campo a testa bassa dopo i primi sessanta minuti di gioco, ma considerando che uno ha appena ricevuto il contratto della vita e l’altro ha passato mesi a darci indizi social su quanto fosse furioso con il proprio front office, era piuttosto prevedibile che i loro insuccessi, soprattutto se immediati, avrebbero destato scalpore che spesso sarebbe degenerato in vero e proprio inquinamento acustico.
Leggendo ed ascoltando le critiche mosse nei loro confronti ho avuto modo di rivalutare il significato della parola “standard”, probabilmente uno dei vocaboli più odiosi nel dizionario NFL: standard e normalità sono cose diverse, capisco che gli standard stabiliti da due fenomeni come Rodgers ed Allen siano schifosamente alti rispetto a quegli dei loro colleghi umani, ma uno standard a volte può non essere rispettato senza che ciò cambi la concezione del pubblico su un giocatore.

Entrambi, dopo un esordio egualmente traumatico – da collare in contesti totalmente differenti – si sono ripresi semplicemente tornando a performare rispettando i propri standard e, come per magia, sia Packers che Bills si trovano su un record di 3-1 impreziosito da vittorie contro avversari di lusso come ‘Niners e Steelers per quanto riguarda Green Bay o da quarantelli consecutivi se si parla di Buffalo; gli standard, cari lettori, non devono essere utilizzati come unità di misura, sennò probabilmente molte delle cose che vedrete vi lasceranno insoddisfatti finendo poi per trascinarvi in uno stato di apatia che vi rovinerebbe il football americano: meglio di no, vero?

Una delle squadre che fino a questo momento mi ha convinto di più in assoluto è Dallas ed il motivo è piuttosto semplice e risponde al nome di Dak Prescott: Prescott, come se ce ne fosse stato bisogno, ci ha velocemente ricordato che il contrattone firmato in offseason non è stato un regalo, una prova di inconfutabile magnanimità di Jerry Jones, ma un contratto meritatissimo e guadagnato sul campo.
L’attacco dei Cowboys fila che è un piacere, la linea è tornata a dominare permettendo così a Zeke Elliott di ritrovare lo smalto che molti credevano empiamente avesse perso: stiamo parlando di un reparto che non ha alcun problema a metterne più di trenta a settimana e che sembra destinato solamente a migliorare di qui in avanti.
Ciò che più mi ha impressionato dei Cowboys, però, viene dalla difesa poiché dopo un 2020 disastroso l’intero reparto ha indiscutibilmente compiuto incoraggianti passi in avanti: escludendo l’imbarcata presa contro i Buccaneers, è lecito dire che abbiano giocato ad un livello sufficientemente alto da soffocare per interi quarti i reparti offensivi avversari.
Contro Philadelphia, ma soprattutto contro Carolina, hanno dato modo ai compagni dell’attacco di rompere in due la partita con ben assestati strappi che, di fatto, hanno messo in ghiaccio le vittorie piuttosto precocemente: non facciamoci illudere da un paio di touchdown in garbage time dei Panthers, domenica i ‘Boys hanno dato prova di possedere un equilibrio che potrebbe permettere loro di fare strada in postseason.

Una delle narrative più recentemente sbugiardate è stata quella dell’ingresso nell’Olimpo NFL dei Denver Broncos: può capitare di perdere una partita, non dimentichiamo che la sconfitta altro non è che uno dei possibili risultati contemplati nello sport, ma lasciatemi la presunzione di affermare che le modalità in cui tale sconfitta è giunta ci hanno regalato un po’ più di chiarezza sulla franchigia del Colorado.
I Broncos rimangono una buonissima squadra con una difesa potenzialmente in grado di dominare la NFL fra qualche anno, ma l’insipidezza nella quarterback room pone un intuitivo limite ai loro orizzonti: contro i Ravens abbiamo visto i Denver Broncos degli ultimi anni, la solita buona squadra in grado di rimanere aggrappata alla partita limitando l’attacco avversario fino a che il tempo rimasto sul cronometro è troppo poco per poter coltivare la presunzione di rimontare.
Denver, in definitiva, avrà modo di rifarsi ma in luce di quanto successo domenica è lecito affermare che dietro il loro comunque ottimo record si celi l’ombra di un calendario particolarmente favorevole.

Chi invece sembra averci fornito indicazioni piuttosto precise sul proprio stato dell’arte è Ben Roethlisberger, quarterback che di cui mio malgrado – ma forse no – mi tocca annunciare la “morte”: con questo Roethlisberger gli Steelers sono spacciati a prescindere.
La linea d’attacco non gli sta facendo alcun favore, tanti giocatori chiave sono stati costretti a saltare partite per infortuni, tutto quello che volete, ma dopo quattro partite appare chiaro che l’attacco degli Steelers con questo quarterback sia destinato alla mediocrità e, soprattutto, a sprecare il sempre encomiabile lavoro del reparto difensivo; emblema di questi Steelers è la continua scelta di giocare quarti down lanciando la palla al buon Najee Harris che starà può dimostrando una certa abilità nel rompere tackle ma che non può in alcun modo essere visto come il go-to-guy in situazioni del genere.
La AFC North è un girone di ferro – attualmente Browns, Ravens e Bengals hanno perso solamente una partita a testa – e Pittsburgh con un attacco del genere non ha speranze di raggiungere i playoff: sono troppo talentuosi per non vincere qualche partita qua e là dandoci l’idea di “esserci ancora”, ma non illudiamoci, gli Steelers versano in una situazione terribilmente complicata.

Lo voglio dire sottovoce affinché resti confidenziale, ma questi Chargers mi stanno cominciando ad impressionare: l’attacco gira che è un piacere, Herbert è restio all’errore e incline alla big play mentre la difesa, finalmente al completo, sembra essere consistentemente in grado di contenere gli attacchi avversari grazie ai propri playmaker.
Stiamo pur sempre parlando dei Chargers, a loro basta un giorno per vanificare il lavoro di un anno, ma dopo la vittoria contro i Chiefs si vede che qualcosa in loro è cambiato: ah, la consapevolezza di potersela giocare contro chiunque…

Lo sapete benissimo che in un articolo del genere non posso esimermi dalle doverose osservazioni sui quarterback rookie e lasciatemi dire che ammirare questi giovinastri dirigere un attacco NFL mi ha permesso di apprezzare al meglio stagioni come quella appena messa insieme da Justin Herbert: signori, è totalmente normale che un rookie annaspi, perda partite, commetta errori e dia l’idea di essere “inadeguato”, è quanto fatto da Herbert ad essere totalmente anormale, non dimentichiamolo mai.

Trevor Lawrence, dopo due settimane da dimenticare, sta dando timidi segnali di risveglio grazie anche alla scelta di Urban Meyer di affidarsi con maggior convinzione a James Robinson: chi l’avrebbe mai detto che il miglior modo per mettere a proprio agio un quarterback rookie sia non costringerlo a lanciare 40/50 volte a settimana?
Zach Wilson, reduce dalla prima vittoria da professionista, contro i Titans in un solo pomeriggio ci ha messo davanti ad ogni singolo motivo per il quale i Jets lo hanno selezionato con la seconda scelta assoluta e con un paio di lanci – fra cui quello in profondità per Corey Davis – da fenomeno assoluto ha dato ai martoriati tifosi un valido motivo per guardare al futuro con un timido sorriso: una vittoria non può cambiare la narrativa attorno ad un giocatore ed una franchigia, ma è indubbio che Wilson dopo una partita del genere possa aver recuperato parte dell’autostima persa a settembre.

Non credo di essere in grado di esprimermi su Trey Lance e Justin Fields, entrambi hanno giocato decisamente troppo poco, anche se Fields, proprio come Wilson, è reduce dalla prima vittoria da professionista, motivo per cui magari ne riparleremo fra qualche settimana: la cosa che appare chiara è che entrambi i coaching staff coinvolti non siano composti da sprovveduti che hanno deciso di non lanciarli immediatamente nella mischia per antipatia nei confronti dei tifosi.
Mac Jones, invece, si trova in una situazione così paradossale che commentarla con serietà è difficile: una settimana l’Internet lo incorona come l’erede di Tom Brady salvo poi ritrattare tutto la settimana seguente definendolo come possibile problema dei Patriots.
Jones, esattamente come ogni rookie, vivrà alti e bassi che non devono in alcun modo plasmare un giudizio nelle nostre menti in quanto è totalmente normale che prestazioni brillanti ed efficienti siano intervallate da partite da tre intercetti: l’importante è non perdere di vista il fatto che si stia parlando di un rookie e che in quanto tale non basta una serata migliore rispetto a quella di Brady per definirlo come “nuovo Tom Brady”.
Restiamo razionali.

Non mi riferirò a loro come sorpresa, mi sembrerebbe irrispettoso, ma permettetemi di dire che non mi sarei mai immaginato degli Arizona Cardinals così dominanti: certo, il recency bias aiuta e non poco visto che il nostro stato atteggiamento nei loro confronti è assai diverso dopo la vittoria contro i Rams rispetto a quella ben meno brillante arrivata contro i Jaguars, ma signori, che Cardinals!

Arizona, dall’alto di un netto 4-0, ci dà sufficienti motivazioni per vederli come la miglior squadra della NFL grazie ad un attacco in alcuni momenti onnipotente nel quale la brillantezza di Kyler Murray viene sfruttata nel migliore dei modi da una batteria di ricevitori incredibilmente ben assortita, anche se ciò che più mi ha impressionato finora è paradossalmente il gioco di corse: il duo Edmonds-Conner funziona alla grande ed anche per questo motivo le difese avversarie sono costantemente tenute sulle spine, concentrarsi solo sulla pass defense contro questa coppia non è possibile e nell’incertezza avversaria Murray ci sguazza.
La difesa, spesso fresca e adeguatamente riposata, è in grado di estromettere dalla partita gli attacchi avversari – guardare gli esempi offerti dagli scontri con Titans e Rams per maggiori indicazioni – e con un kicker finalmente affidabile Arizona sembra essere in possesso di una squadra profonda, talentuosa e terribilmente bilanciata che può contare su quello che al momento è il giocatore più in forma della lega, Kyler Murray.
Maneggiate il mio entusiasmo con le proverbiali pinze, solo una settimana fa mi spellavo le mani sui Rams – immediatamente riportati sulla terra proprio dai Cardinals -, con un campione di partite così ridotto è facile fiondarsi su conclusioni avventate e terribilmente non aderenti alla realtà, ma ho come l’impressione Arizona stia compiendo quel salto di qualità che l’anno scorso aveva interessato i Buffalo Bills.

Non posso concludere senza qualche parola sui Kansas City Chiefs: il record è quello che è, l’ultimo posto in AFC West altro non è dovuto che al ridotto numero di partite e… rilassatevi.
I Chiefs al momento sono annoiati e per provare a rendere un po’ più interessante l’autunno hanno deciso di partire con l’handicap, un po’ come quando il fratello maggiore per immotivata magnanimità concede un vantaggio di trenta metri al fratellino in una gara di velocità, salvo poi surclassarlo comunque finendo così per umiliarlo in modo ancor più doloroso: domenica contro Philadelphia hanno dato prova di tutta la loro abbagliante forza marciando per il campo senza alcun tipo di difficoltà e mettendo punti a tabellone in ogni modo possibile.
Teneteli sempre e comunque presenti ogni volta che volete parlare di squadre da titolo.

Post By Mattia Righetti (498 Posts)

Mattia, 25 anni. Una versione più irsuta e povera di Larry David, ma il concetto è lo stesso. A volte Julian Edelman. Se non mi seguite su Twitter (@matiofubol) ci rimango male

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3 thoughts on “NFL: cose che abbiamo imparato dopo un mese

  1. Ciao Mattia,anzitutto grazie per i tuoi articoli ed approfondimenti sempre arguti. Volevo chiederti un’opinione sulla difesa della squadra di football! L’anno scorso dominante, quest’anno dominata! Meno male che l’attacco quest’anno è più sveglio sennò il record era 0-4!!! Dubito che Chase Young e Montez Sweat si siano imbrocchiti di colpo, così come la secondaria (ci sta che gli allenatori delle squadre avversarie abbiano preso contromisure però……). Che ne pensi? Problema di concentrazione o schemi da rivedere??? Grazie mille per la tua attenzione e disponibilità! Un saluto
    Silvano

    • Dal punto di vista schematico non credo di aver le competenze necessarie per risponderti, ciò che posso dirti è che al momento la secondaria stia faticando veramente tanto e che per questo motivo il pass rush non è in posizione di prendere in mano le partite come spesso l’anno scorso.
      Rivera, per dirti, si è lamentato della mancanza di sincronia ed in alcuni momenti anche di rabbia (effort, più che rabbia): tanti sono giovani giovani giovani e per questo motivo credo abbiano bisogno di qualche parola d’incoraggiamento – più o meno gentile – e di tempo. Sono troppo talentuosi per giocare così e credo che andrà tenuto d’occhio: manca Kerrigan, purtroppo, manca la sua leadership.
      In definitiva credo miglioreranno, anche perché peggio di così…

      Grazie per il commento e buona serata ;)

  2. I Ravens mi sembrano cresciuti parecchio nel gioco aereo, i WR sono coinvolti di piú e meglio.
    Un mio amico, tifoso sfegatato Steelers, mi ha detto che per il post Roethlisberger la franchigia punterâ decisa su Deshaun Watson.

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