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ALVIN KAMARA

La netta affermazione dei Saints su Minnesota porta chiaramente un solo nome e cognome, reperibili sul documento d’identità del loro giocatore più forte. Nonostante il football americano sia lo sport di squadra per definizione ogni tanto è possibile fare un’eccezione e crediamo che ci si possa opportunamente fermare un istante e sostenere che Alvin Kamara abbia letteralmente distrutto da solo la difesa dei Vikings, eseguendo imprese storiche di grande rilevanza statistica oltre che senz’altro godereccia per qualsiasi suo possessore al fantasy football.

Sei mete su corsa costituiscono una tale rarità da dover andare indietro di novantuno anni per trovare qualcun altro in grado di offrire altrettanto, tornando ad epoche dove il football era radicalmente differente rispetto a quanto vediamo oggi e dove gli allora Chicago Cardinals schieravano il primo giocatore della storia in grado di fornire quell’identica quantità di touchdown utilizzando il gioco a terra, Ernie Nevers. Kamara è nel contempo diventato il secondo miglior scorer di franchigia grazie alle 21 segnature portate a termine durante il presente torneo, il nuovo totale è di 59 ed il primato assoluto di 72, firmato da Marques Colston, sarà facilmente superato in occasione della prossima annata a disposizione del multi-dimensionale running back.

Pur vestendo le scarpe ispirate dal Grinch, Kamara non ha rubato il Natale ma si è invece impossessato della totalità del palcoscenico dell’importante gara contro Minnesota, che ha solidificato la seconda posizione assoluta dei Saints nella griglia dei playoff in Nfc portandoli all’undicesima vittoria stagionale grazie ad una prestazione non umana che ha visto la sua firma su 36 dei 52 punti complessivi tenendo così il vantaggio su una Seattle dal bilancio esattamente identico, sulla quale New Orleans detiene il vantaggio nel tie-breaker delle gare vinte all’interno della conference permettendole di decidere da sé il proprio destino.

PITTSBURGH STEELERS

Non c’è nulla da eccepire, gli Steelers hanno giocato male, anzi malissimo, per tutto lo scorso mese. Quello occorso domenica pareva presentare tutti i connotati del crollo definitivo, lo spettro della quarta sconfitta consecutiva e del ridimensionamento a squadra in grado di battere solo le avversarie scarse si era fatto fin troppo largo nell’interpretazione esterna delle prospettive di squadra, ed i Colts parevano aver trovato il modo di dominare una partita fondamentale per il quadro complessivo della postseason della Afc.

Gli ingredienti per confezionare il disastro erano tutti ben presenti e chiari, il 24-7 di passivo a terzo periodo inoltrato suonava quasi come una resa, ma Pittsburgh ha saputo alzare la qualità del suo football – in particolare quello offensivo – proprio nel momento di maggior necessità di una stagione vissuta per lunghi periodi sull’onda dell’imbattibilità. Ben Roethlisberger ha riacceso l’attacco completando il 68% dei suoi passaggi per 244 yard e 3 mete nel solo secondo tempo, complici una protezione finalmente adeguata da parte della linea e mani sicure offerte dai vari Johnson e Smith-Schuster, in passato troppo spesso imputabili di alcuni palloni-chiave lasciati cadere a terra per mancanza della giusta concentrazione.

La prestazione offerta da Big Ben dovrebbe definitivamente mettere a riposo tutte le voci di calo fisico che hanno attorniato il futuro Hall Of Famer con sospetto sin dal rientro dall’operazione al gomito, il quarterback ha scagliato veri e propri missili creando passaggi da touchdown di 39 e 25 yard ed eseguito giocate con una ritrovata mobilità. Per tornare a pensare in grande è necessario che le strigliate figurative prese dai ricevitori possiedano un effetto che possa essere esteso oltre il fatto del dover sentire di rimediare ad una serie di brutte figure, ma che possa essere mutato nella necessaria motivazione per ricreare quell’atmosfera di compagine in grado di compiere un lungo tragitto all’interno dei playoff. E questa, più che difensiva, è una responsabilità che soprattutto l’attacco deve dimostrare di sapersi prendere da qui in avanti, sfruttando una serie negativa pesante ma occorsa in un momento non fatale della stagione, permettendo quindi di essere ancora in tempo per trarre le corrette lezioni in vista della frazione di campionato dove sbagliare non è più permesso.

GREEN BAY PACKERS

Nel Wisconsin sembra funzionare proprio tutto: Aaron Rodgers sta confezionando quella che sembra essere sempre più vicina ad essere un’annata da Most Valuable Player scrivendo numeri irreali con una facilità demoralizzante per gli avversari, Davante Adams ha confermato la sua appartenenza all’èlite del suo ruolo, le giocate del backfield fioccano come la neve che spesso ricopre il Lambeau Field a dicembre e la difesa…la difesa, reparto sinora completamente sottovalutato per via della sempre presente potenza mediatica dettata dal numero dodici, ha messo in piedi uno spettacolo che ha ridotto in cenere le potenti armi a disposizione dei sempre pericolosi Titans.

Il trattamento riservato a Tennessee è stato quello delle grandi occasioni, con sole 260 yard di total offense concesse a fronte delle quasi 400 di media normalmente prodotte, 14 punti contro i 31.1 abituali, e soprattutto la prima partita stagionale con più di un intercetto a carico di Ryan Tannehill, nemmeno in grado di toccare il 50% di completi per sole 121 yard ed un solo passaggio da touchdown. L’idea delle possibili ambizioni dei Packers sta proprio qui, nel dimostrare di poter essere una compagine completa e diversa nelle specifiche oggi richieste per poter vincere il Super Bowl. Le migliori squadre sono, come noto, basate su attacchi potenti e presentano difese che spesso devono semplicemente limitarsi a contenere i danni, si gioca per segnare di più rispetto a quanto si possa subire e i titoli arrivano lo stesso, chiedere informazioni a Kansas City per una migliore idea su quanto appena sostenuto.

L’attuale edizione di Green Bay rende invece le proiezioni ancora più ottimistiche. L’attacco è semplicemente devastante, con Rodgers a completare 21 dei 25 passaggi tentati effettuando giocate che altri colleghi possono solo sognare nelle notti più dolci, Adams a scrivere cifre esorbitanti per l’ennesima circostanza dell’anno con 142 yard ricevute e 3 mete, ed il rookie A.J. Dillon a ricevere il doppio degli snap rispetto ad Aaron Jones senza problema alcuno, per una coppia che ha fruttato 218 yard e 2 touchdown in combinata. Se tutto questo viene abbinato ad una difesa che ha costretto Derrick Henry a correre per 23 volte per ottenere 98 yard più che sudate (10 yard la corsa più lunga di serata), che porta quintali di pressione grazie ai due Smith, e che presenta defensive back in grado di rompere le traiettorie aeree con eccellente puntualità il discorso cambia, perché allora non si gioca più per segnarne 40 e prenderne 30, ma si rischia di dominare da qui al giorno della disputa della finalissima, evento per il quale i Packers non possono che essere i favoriti della Nfc.

Patrick Mahomes è avvisato.

HONORABLE MENTION: ANDY DALTON

Il Red Rifle texano è tornato, ed i Dallas Cowboys sono improvvisamente tornati di attualità per un posticino nei playoff nonostante il ridicolo svolgimento delle vicende nella Nfc East. Dalton ha comandato le operazioni di un attacco che ha superato le 500 yard di total offense lanciandone 377 per vie aeree con tre passaggi vincenti ed un intercetto, ricavandone un rating di 134.7 individuando ogni possibile matchup a favore dei suoi ricevitori. Il quarterback non si è perso d’animo dopo un inizio difficile che ha visto Dallas sotto per 14-3, ha confezionato passaggi di 50 e più yard per tre singoli ricevitori ed ha punito ogni tentativo di blitz chiamato da Jim Schwartz, portando a punti cinque serie di giochi consecutive dal secondo quarto in poi giocando un football dominante, eliminando gli Eagles dalla corsa alla postseason.

WORST

DWAYNE HASKINS

Una settimana cominciata con attenzioni non esattamente desiderate provenienti da fattori esterni al campo di gioco è terminata in maniera oramai inevitabile, dapprima con la seconda retrocessione stagionale in panchina e quindi con il nemmeno tanto sorprendente taglio giunto a poche ore da una prestazione che definire putrida potrebbe non bastare. Dwayne Haskins si iscrive così nel lungo elenco dei disastri commessi da Washington nel ruolo di quarterback dal 1995 ad oggi, ennesima disgrazia occorsa alla posizione più importante del gioco e che mai ha dato la necessaria stabilità ad una franchigia meritatamente ridicolizzata per le sue scelte dirigenziali.

Haskins ha rappresentato il nuovo fallimento di Dan Snyder, che nella sua selezione non solo ha messo il becco ma ha pure forzato la decisione nei confronti dell’allora head coach Jay Gruden, assumendo la forma di un giocatore chiaramente impreparato a gestire la vita professionistica al di là dell’alta posizione di scelta. Quel potenziale intravisto al college ora lo svilupperà qualcun altro, possibilmente in grado di andare oltre una gara che ha visto l’ex-Ohio State giocare in maniera tragica, con 14 su 28 per 154 yard e due intercetti per i quali non si è decisamente capita la sua personale lettura dell’azione.

Si possono trovare tutte le scusanti del mondo a partire da una gestione non eccelsa del ragazzo e dal fatto che un nuovo regime di allenatori possa avere in mente un’idea completamente diversa rispetto a quanto già presente a roster, ma quando un attacco rende in maniera decisamente migliore quando vi presenziano giocatori come Kyle Allen e Taylor Heinicke e si susseguono le voci che rappresentano un giovane poco dedito alla preparazione settimanale allora entra sicuramente in gioco molto altro, rendendo le scelte operative più che giustificabili. Ennesima brutta figura di Washington in fase di valutazione della posizione di regista, ma pure ragazzo molto immaturo e bisognoso di un bel bagno di umiltà prima di poter sostenere qualsiasi idea di appartenenza ai rigidi ranghi del professionismo Nfl.

HOUSTON TEXANS DEFENSE

Una stagione iniziata sotto i pessimi auspici dei disastri combinati da Bill O’Brien si sta concludendo secondo le previsioni più pessimistiche. La ciliegina sulla torta è una sconfitta che lascia spazio ad ampie critiche per una difesa che ha concesso ai Bengals 540 yard di total offense con Brandon Allen al timone di comando ed autore di 371 yard su passaggio, ovviamente un massimo di carriera, e due passaggi da touchdown. Cincinnati ha stabilmente campeggiato tra i peggiori attacchi della lega ma ciò non ha impedito alla squadra di Zac Taylor di collezionare la prima vittoria in trasferta degli ultimi venti tentativi, e di dominare offensivamente effettuando un solo punt in tutto il pomeriggio portando a segno ben 37 punti, miglior produzione di tutto l’anno, nonostante le assenze di Burrow, Mixon e Boyd.

Rimane preoccupante la latitanza in termini di pass rush, i Texans sono diciottesimi per sack portati a segno e ventitreesimi per quarterback hits, e nonostante i Bengals possedessero una delle peggiori linee offensive di tutto il panorama professionistico Allen ha potuto disporre di ben 2.34 secondi di media per lancio, senza mai essere atterrato dietro la linea di scrimmage. La difesa contro le corse ha elargito 7.3 yard di media e due mete a Samaje Perine, cui si è aggiunto il prezioso contributo di Giovanni Bernard in un backfield notoriamente improduttivo per un totale di 169 yard percorse a terra, ampiamente sopra gli standard della franchigia dell’Ohio. La tattica offensiva predisposta da Taylor ha funzionato con preoccupante puntualità inserendo diversi giochi nati da ricezione corta e conseguente ricerca di spazi aperti fruttando quattro giochi di 28 o più yard, una parte significativa del 126.5 di rating con cui il quarterback di riserva ha concluso il miglior pomeriggio agonistico della sua vita.

La situazione texana può essere ben idealizzata da una serie di cocci lasciati a terra da tempo, i quali più che essere ricomposti hanno necessità di essere spazzati via per ricominciare tutto daccapo. L’eredità di O’Brien non permette di fruire di scelte alte e ciò sarà sicuramente dannoso per una difesa che deve ricostruire tanti dei suoi settori, in particolare le secondarie, e decidere come agire nei confronti dell’uomo-immagine del reparto, J.J. Watt, l’ultima bandiera d’orgoglio di un reparto che ha fatto acqua ovunque.

PHILADELPHIA EAGLES

Con i playoff in palio gli Eagles hanno estratto una delle loro peggiori prestazioni stagionali, facendosele letteralmente suonare da una concorrente divisionale nel momento più importante dell’anno. Tutta l’inerzia positiva portata dall’avvento di Jalen Hurts sotto il centro è stata spezzata da una gara cominciata con un provvisorio vantaggio di 14-3 al quale è seguita una prestazione offensiva erronea ed inefficace, che ha portato a soli tre punti per tutto il resto della gara.

Dallas ha segnato in cinque drive consecutivi approfittando di una difesa che ha concesso una partita da oltre 100 yard a due differenti ricevitori avversari, permettendo a Dalton di confezionare la sua miglior partita dell’anno. Hurts ha commesso errori importanti che sono costati di più rispetto alle uscite precedenti, lanciando un doloroso intercetto sulle 17 yard di Dallas in posizione per segnare e con lo scarto nel punteggio ancora ridotto a 13 lunghezze, in un momento dove gli Eagles erano sostanzialmente obbligati ad illuminare il tabellone, per poi perdere nuovamente il pallone in redzone nel possesso successivo.

A soli tre anni dalla conquista del Super Bowl gli Eagles sono diventati una compagine da quattro vittorie alla quale rimane soltanto l’onore da salvare, impresa che tenteranno nell’ultimo scontro divisionale dell’anno contro Washington, con il potenziale sgambetto ai rivali rimasto quale unica motivazione per chiudere dignitosamente il campionato. E’ un epilogo inatteso, che comporterà un grosso lavoro nella pausa dalle operazioni sul campo dove urgono valutazioni sulla posizione di quarterback, soluzioni per il ruolo di wide receiver evitando che in futuro lo stesso venga affidato a mezzi sconosciuti, e decisioni per una secondaria che nonostante l’acquisto di Darius Slay è ventesima per yard concesse in una difesa che si ritrova penultima per turnover recuperati.

HONORABLE MENTION: LAS VEGAS RAIDERS

In un modo o nell’altro i Raiders sembrano trovare ogni strada necessaria per giungere ad una dolorosa sconfitta. Gli uomini di Gruden si sono scavati la fossa con le loro stesse mani perdendo definitivamente l’orientamento per la postseason, la rocambolesca sconfitta contro Miami giunge a coronamento di un periodo che ha portato ad una sola vittoria (peraltro miracolosa) nelle ultime sei partite, ed ora quei playoff che parevano essere saldamente nelle mani di Derek Carr e compagni fino e metà novembre sono definitivamente terminati nel dimenticatoio anche per quest’anno, rendendo ancora più frustrante il gigantesco contratto di cui l’attuale head coach è titolare. Si dovrà ripartire a lavorare dalla sinistra tendenza a perdere gare contro squadre di caratura evidentemente inferiore, ma anche sulla cronica assenza di disciplina, fatto che ha maturato la sciocca penalità che ha dato nuova linfa vitale ai Dolphins allo scadere del quarto periodo in una gara fondamentale per la qualificazione al prosieguo della stagione.

Post By davelavarra (474 Posts)

Davide Lavarra, o Dave e basta se preferite, appassionato di Nfl ed Nba dal 1992, praticamente ossessionato dal football americano, che ho cominciato a seguire anche a livello di college dal 2005. Tifoso di Washington Redskins, Houston Rockets, L.A. Dodgers e Florida State Seminoles. Ho la fortuna di scrivere per questo bellissimo sito dal 2004.

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5 thoughts on “Best & worst of the Nfl: week 16 edition

  1. Vedere giocatori del calibro di Watt e Watson in una squadra senza ne capo ne coda è incredibile.
    Riguardo ai Raidersi chiedo quando lo strapagato Gruden che non voleva Mack, paghi x tutti e venga cacciato

    • Potrei sbagliarmi ma secondo me Las Vegas sta al fooball NFL come Roma sta alla Serie A italiana: città dove non si vince una mazza e se del caso trattasi di miracolo.
      Gruden è lì da poco e ha un contratto blindato, difficile si levi di torno a breve.
      Carr quest’anno ha preso un sacco di botte: vedo il problema più di squadra che di coaching (come Watt ha ben spiegato nel suo sfogo pubblico).

      A proposito di Watson (che non mi piace particolarmente ma ammetto essere di un’eleganza unica), starebbe bene a New Orleans come erede del pensionando Drew. Chissà se riusciranno a combinare in cambio di scelte… Houston ha comunque un’intera cultura da costruire, oltre alla squadra, e due superstar non bastano.

    • Mah, temo sia affezionato alla città/tifoseria e voglia restare. Stile Joe Thomas.
      D’altra parte le contender in difesa sono coperte, nel ruolo… non ho idea di chi se lo possa permettere, sinceramente.

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