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Eccellere nel football americano, anche per una sola partita, è molto difficile: riuscire ad avere la meglio su alcuni dei migliori atleti presenti su questo pianeta, riuscire ad essere almeno un passo avanti a milionarie menti pagate per trovare un modo per renderti la vita quanto più complicata possibile e riuscire a suscitare sincero interesse nella testa – o cuore, come preferite voi – di milioni di distratti tifosi sopraffatti da un numero inconcepibile di colleghi da definire e valutare è molto, molto difficile.
Figuriamoci quanto possa essere difficile eccellere per più di un decennio, soprattutto in un mondo del genere, un mondo in cui noi umani-consumatori ci assuefacciamo alla grandezza con vergognosa velocità – e facilità – arrivando a dare per scontato anche ciò che scontato non lo può essere da nessun punto di vista: per rimanere rilevante ai nostri occhi è necessario fare di più, sempre e comunque, anche se l’asticella è stata fissata ad un livello assolutamente inaccessibile al resto della popolazione.
Non è facile essere Tom Brady, non è facile essere Drew Brees e, oggi più che mai, non è facile essere Aaron Rodgers.

Viviamo in un mondo così profondamente ingiusto che buona parte di noi – me in primis – è stata in grado di definire come deludente una stagione terminata al Championship Game nella quale il giocatore preso in esame è stato “solamente” in grado di lanciare 26 touchdown a fronte di quattro intercetti: deludente perché «eh ma ha fatto stat padding contro squadracce come Raiders e Giants» oppure il sempiterno «si però il calendario era facile»… giustificazioni, se così le si può definire, universali da vomitare acriticamente addosso alla squadra sorpresa dell’anno.
Quando si parla di Rodgers, individuo appartenente ad una stratosfera di giocatori molto esclusiva, i criteri di valutazione tradizionali vengono criminalmente accantonati a scapito di un mai ben definito di più di cui tutti abbiamo parlato per mesi durante la scorsa stagione: certo, con un po’ di onestà intellettuale possiamo anche dire che pretendere costantemente di più da uno che ha sdoganato l’Hail Mary trasformandola – quasi – in routine potrebbe anche essere legittimo, ma definire il suo 2019 come “annata no” non ha mai avuto particolarmente senso.

Il 2020, ad onor del vero, non era partito sotto i migliori auspici in quanto tutti noi – e pure qui, me in primis – avevamo aspramente criticato i mancati interventi del front office su un receiving corp che Adams a parte sembrava poter essere considerato come vera e propria mancanza di rispetto nei confronti di uno dei più grandi talenti che abbiano mai calcato il gridiron: utilizzare la scelta al primo round per un quarterback, poi, ci ha dato carta bianca per redigere il De Profundis alla sua carriera a Green Bay o, stando a quanto detto da qualcun altro, alla sua carriera e basta.
Fa lo stesso se le mosse del front office hanno solamente dato prova di lungimiranza e di consapevolezza, in quanto dopotutto stiamo parlando di un quarterback selezionato al primo round da una squadra che under center poteva già vantare una leggenda pericolosamente vicina ai quarant’anni: la storia non è maestra di vita? Perché dobbiamo scagliarci contro la stessa mossa che ha contribuito a rendere Aaron Rodgers Aaron Rodgers?
La presunta malinconica offseason vissuta da Rodgers sembrava aderire perfettamente alla narrativa da noi creata, la fine di Rodgers era imminente, il suo miglior football era abbondantemente alle spalle, beati coloro che hanno avuto l’opportunità di godersi le sue imprese, dispiace invece per chi si è avvicinato troppo tardi alla disciplina che dovrà accontentarsi di YouTube: poteva andare peggio.

Mesi di chiacchiere, speculazioni, mal di pancia fittizi e dichiarazioni a mezza bocca uscite da bocche diverse da quella del numero 12 dei Packers sono stati velocemente gettati in un ripostiglio dopo sole quattro settimane di regular season in cui un Rodgers sorridente, spensierato e paurosamente tranquillo ha raccolto quattro vittorie, un rapporto touchdown:intercetti pari a 13:0, una percentuale di completi superiore al 70% e l’impressione che l’unica cosa di cui il futuro Hall of Famer avesse avuto bisogno in offseason fosse stato del tempo per affinare l’intesa con il proprio allenatore.
La brutta sconfitta rimediata contro i Buccaneers rappresenta l’unica nota stonata di una stagione altresì interpretata ai limiti della perfezione in totale sintonia con i propri skills players e, soprattutto, coaching staff; Rodgers è chiaramente ed indiscutibilmente il cuore pulsante dell’attacco di Green Bay, ma ricordate i tempi in cui era costretto a dare l’hand-off al proprio fullback per provare a convincere le difese avversarie a concentrarsi anche su un gioco di corse che definirlo come tale sarebbe suonato offensivo?
Sotto la sapiente guida di LaFleur il running game di Green Bay quest’anno è fra i più efficaci ed efficienti della NFL, davanti per yards guadagnate a partita a quelli di Rams e ‘Niners, squadre costruite su misura per correre: questo, molto probabilmente, era l’aiuto di cui Rodgers aveva veramente bisogno.
Certo, a volte i drop di MVS e soci possono risultare particolarmente antipatici e far suonare qualche campanello d’allarme, ma il dominio di Adams, l’esplosione di Tonyan e l’istituzione di un gioco di corse estremamente affidabile stanno permettendo a Green Bay di segnare più punti di qualsiasi altra squadra, compresi quei Chiefs contro i quali vorremmo vedere Rodgers e compagni giocarsi il Super Bowl.

Rodgers, molto semplicemente, è stato messo nella posizione di non dover trainare da solo un attacco stagnante fondato sul principio che lo smisurato talento del suo braccio destro sarebbe stato in grado di mettere sempre e comunque i ricevitori in posizione di generare yards e muovere le catene vincendo il proprio uno contro uno senza quasi mai poter contare sull’aiuto dello schema: schemed open è probabilmente la locuzione in grado di generare il più grande sorriso possibile nel viso di ogni quarterback, allenatore e skills player poiché quando si verifica – molto probabilmente – vuol dire che qualcosa in quell’attacco sta girando per il verso giusto.
Sinergia ed unione di intenti con il proprio allenatore ci hanno regalato il miglior Rodgers dal 2011 ad oggi, un giocatore di un’onnipotenza così vergognosa da rischiare di risultare quasi antipatico, anche se odiarlo è oggi più che mai impossibile: dopo tutto quello che ha passato negli ultimi anni – fuori e dentro il campo – vederlo dominare a questi livelli non può che farci provare una sincerissima gioia che trascende tifo, antipatie e frustrazioni varie.

Numericamente parlando Rodgers sta vivendo un’annata migliore di quella del suo principale antagonista all’MVP, Patrick Mahomes, sotto quasi tutti i punti di vista, anche se personalmente ritengo che i numeri non siano in grado di descrivere accuratamente il livello su cui Rodgers si è espresso finora: io, in quanto Mattia, mi ritengo più spaventato dall’attacco dei Packers che da quello dei Chiefs – soprattutto quello degli ultimi Chiefs – nonostante la batteria di ricevitori a disposizione di Mahomes sia indiscutibilmente migliore e più esplosiva principalmente a causa della sicurezza con la quale Rodgers sta scendendo in campo domenica dopo domenica.

La fiducia reciproca presente fra lui e LaFleur fa apparire i Packers come una squadra sempre e comunque in controllo che, esclusa la già citata parentesi di Tampa Bay, ha sistematicamente demolito ogni forma di opposizione incrociata: anche senza Adams Rodgers ha trascinato i Packers a convincenti vittorie su squadre del calibro di New Orleans e Tennessee o su reparti difensivi arcigni come quelli di Chicago e San Francisco.
Nonostante una difesa non sempre brillante Green Bay è consapevole di poter vincere contro qualsiasi squadra ed ora, ad un passo dal poter avere la certezza di giocare il proprio football a casa propria per tutta la durata dei playoff, appare più che mai palese il fatto che Aaron Rodgers non sia stato protagonista di nessunissimo calo ma che il problema fosse chiaramente ambientale: con il senno di poi spiace realizzare che con ogni probabilità il quarterback più talentuoso della storia NFL sia rimasto vittima di un coaching staff non in grado di valorizzarlo e testardamente convinto che il suo talento avrebbe dovuto, da solo, trascinare consistentemente Green Bay fino in fondo.

Il football è uno sport in grado di essere esaltato, o frustrato, dalle condizioni meteorologiche e sinceramente vedere Rodgers dipingere football sul candido tappeto di neve che ha arrogantemente coperto il manto erboso di Lambeau Field ha suscitato in me un’epifania secondo la quale discutere ancora su chi meriti di più l’MVP ha ufficialmente perso qualsivoglia senso: a mettere fine all’entusiasmante testa a testa fra Mahomes e Rodgers non ci ha pensato la poco esaltante prestazione del Super Bowl MVP in carica contro i poco esaltanti Atlanta Falcons, ma la commovente prova di Rodgers che ha incapsulato in sessanta minuti di gioco ogni singolo motivo per il quale a febbraio vincerà il suo terzo MVP in carriera.
Condizioni difficili nelle quali stabilire il ritmo con il proprio gioco aereo? Per gli altri forse, per Rodgers no.
L’avversaria ama correre al fine di bruciare il cronometro e sfiancare la difesa avversaria? Bene, scappiamo via immediatamente per poi, una volta sopra, rubare una pagina dal loro libro e dissanguarli con efficaci corse.
Bisogna muovere obbligatoriamente le catene? C’è Davante Adams.

Consapevole del fatto che vincere l’MVP non porti bene a chi coltiva pretese di Lombardi, ritengo però necessario che l’incredibile stagione vissuta da Aaron Rodgers trovi un posto nella storia e che, soprattutto, nessuno dia per scontata per un solo minuto la grandezza di un giocatore senza eguali: pazienza se il numero di vittorie di Green Bay è inferiore a quello di Kansas City, pazienza se l’MVP porta sfortuna, pazienza se il fatto che una vittoria di Rodgers eliminerebbe quel fattore novità che tanto ci piace se si parla di MVP, il Most Valuable Player del 2020 è indiscutibilmente lui, il quarterback dei Green Bay Packers, Aaron Charles Rodgers.

Post By Mattia Righetti (478 Posts)

Mattia, 25 anni. Una versione più irsuta e povera di Larry David, ma il concetto è lo stesso. A volte Julian Edelman. Se non mi seguite su Twitter (@matiofubol) ci rimango male

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9 thoughts on “Aaron Rodgers ed un (probabile) MVP che sa di rivincita

  1. Ho il sospetto che il 12 dei Packers preferisca questo premio all’anello mentre il 15 dei rossi faccia il ragionamento inverso, più Brady-like.
    Se Tampa dovesse incrociare Rodgers a gennaio temo che i formaggiari si ritroverebbero in lacrime…

    • Tampa mina vagante sei playoff.
      NFC piu incerta rispetto ad AFC.
      Auguro a Rodgers l’anello, mahomes avra tempo.

  2. Il QB più talentuoso della storia???????!!!!! Con un solo anello???? Non esageriamo…..

    • Brutta cosa non aver visto giocare Montana, ma coll’anagrafe c’è poco da fare 😉

  3. Mattia Righetti i giudizi vanno ponderati un po’ meglio. Altrimenti uno passa come hai atto tu in una stessa pagina dal “definire deludente AR 2019” all’esagerato “AR è il QB più talentuoso della storia NFL”. Il football è un po’ più complesso e complicato di come lo descrivi e i risultati dipendono da molti fattori. Bisogna capirli prima di scriverne.
    Come ha scritto qualcuno prima di me … l’anagrafe ha il suo perché… anche nei commenti sul football.

  4. Penso che l’MVP a Rodgers sia sacrosanto quest’anno. Detto questo è l’esempio lampante di come nel football il gruppo valga molto di più del singolo è il singolo può primeggiare solo se sorretto dal gruppo. So bene che sembra una ovvietà, ma molta stampa ci porta a valutare il singolo stand alone, senza capire che anche il QB più talentuoso della storia (mettete voi il nome che preferite, a me ste classifiche non interessano) senza una difesa di un certo tipo, un gioco di corse che tolga pressione è un kicker che la butta tra i pali quando conta (senza Vinarieri, Brady avrebbe 3 SB in meno, per esempio), rimane solo un prospetto.

  5. Aggiungo che il concetto di MVP americano c’entra poco col concetto di “miglior giocatore” che abbiamo in Europa. Most Valutable è l’ingranaggio fondamentale di un macchinario che funziona, un concetto che noi in Italia (e Europa) fatichiamo immensamente a capire.
    Ecco perché, prendendo come esempio il basket, Giannis Antetokumpo ha vinto l’MVP ma nell’intervista ha dichiarato che il miglior giocatore della NBA è LeBron; nessuno si è scandalizzato di questa affermazione, perché sono due cose diverse. Altro esempio: Kobe Bryant è stato per 10 anni indiscutibilmente il miglior giocatore della NBA, ma ha vinto un solo titolo di MVP: in America nessuno si scandalizza per questo, perché è ben radicato che MVP non significa miglior giocatore o giocatore più talentuoso.

    • Vero, difatti il greco è l’MVP più scarso della storia della NBA (al pari di Westbrook): 100% fisico, livello collegiale per il resto.

      Lebbros discorso a parte: s’è sempre ritrovato le squadre cucite su misura dal suo agente. Quando stava a Cleveland con un roster di scappati di casa combinava poco anche lui. Ricordiamo che spende 10 milioni di dollari/anno per la salute (1,5 solo di personal trainer). E’ naturale che se hai la palla in mano il 90% delle azioni il tuo peso all’interno della squadra è decisivo (il 10% in cui James non ha la palla è il tempo che passa in panchina).

      Ad ogni modo Rodgers è e rimane un passatore supremo, su questo non si discute. Ha l’unico difetto di essere un po’ umorale (se litiga col coach o ha le sue cose… addio).

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