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L’orribile vicenda Floyd può essere vista come un tragico momento di cesura che ha scavato un solco incredibilmente profondo fra quello a cui ora possiamo riferirci come “prima” ed un “dopo” che si sta dipanando giorno dopo giorno dinanzi ai nostri occhi: questa rivoluzione – che spero riesca a condurre finalmente ad un vero cambiamento – sta avendo le proprie ripercussioni anche sulla National Football League, in particolar modo dopo il commento di mercoledì scorso di Brees che credo non ci sia bisogno di riportare.
Le parole del quarterback dei Saints, oltre ad aver alimentato un dibattito nel quale la parte “bianca e fiera” continua a non comprendere il succo del discorso, hanno sollecitato rabbiose e coese risposte da una consistente fetta della comunità afroamericana NFL: ciò è sfociato in un video su cui credo valga la pena spendere qualche centinaia di parole.

Ciò che mi ha colpito particolarmente di suddetto video, oltre alla potenza del messaggio, è l’autore del tutto, tale Bryndon Minter: se non sapete di chi stia parlando non vi biasimo, nemmeno io ero a conoscenza del suo nome.
Bryndon Minter è un impiegato NFL, un creative producer che, imbarazzato dal rumoroso silenzio del proprio datore di lavoro ha contattato Michael Thomas per chiedergli se volesse collaborare con lui alla realizzazione di tale, necessario, progetto.
L’imbarazzo di Minter è comprensibile, specialmente perché il silenzio radio della NFL si sarebbe protratto per chissà quanto se Brees non avesse detto ciò che ha detto: spingere un impiegato a giocarsi un lavoro che immagino possa essere “il suo lavoro dei sogni” la dice lunga su quanto, durante la decina di giorni fra l’omicidio di Floyd e la pubblicazione del video di Goodell, la lega abbia fatto il possibile per girarsi dall’altra parte e far finta di niente.
Anche se non lo condono minimamente, posso capire i perché di tale silenzio rifacendomi a quanto letto sul sempre più imbarazzante Internet nelle ultime settimane: prendere una posizione e condannare l’indifendibile innervosisce moltissima gente che “dal mondo dello sport vorrebbe solamente sport”.
La stupidità umana potrebbe tranquillamente spingere molti tifosi ad alienarsi dal mondo NFL in quanto lega che con il mea culpa che vedrete a breve “difende chi non rispetta l’inno”.
E questi, signori, sono potenziali milioni di dollari in meno.
Nonostante ciò, l’atto di coraggio di Minter, a mio avviso, non ha lasciato loro altra scelta se non quella di intervenire.

Non la miglior premessa, soprattutto considerando ciò di cui stiamo parlando, ma se non altro dopo anni di silenzio e sorridente oppressione, la lega ha finalmente preso una posizione, anche se… sì, c’è un anche se.
In tutta sincerità credo che coltivare speranze di veder giocare Kaepernick ora come ora abbia decisamente poco senso, soprattutto in luce del fatto che il suo ultimo snap risalga a circa quattro anni fa, ma considerata la fresca onestà intellettuale di un commissioner pronto ad erigersi come virtuoso e comprensivo progressista, non sarebbe stato il caso di menzionare il nome dell’ex quarterback dei ‘Niners nel video?

Dal secondo 25 al 34 Goodell si scusa “per non aver ascoltato i giocatori prima”: no Roger, il problema non sta sicuramente nel tuo non averli ascoltati in quanto non li hai proprio lasciati parlare, li hai silenziati e tirati su di forza dalla loro pacifica posizione di protesta su consiglio del personaggio dei reality show all’interno della Casa Bianca.
Ammesso che nella vita ci sia sempre l’opportunità di ricredersi e rettificare i propri errori, ciò che mi amareggia delle comunque incoraggianti scuse di Goodell è l’artificiosità del tutto, in quanto se al fattore “temporale” prima esposto sommiamo la voluta dimenticanza di menzionare Kaepernick le accuse di “video di circostanza” guadagnano legittima credibilità.
Ciò vuol dire che l’unico modo per dimostrare di prendere finalmente sul serio la questione razziale è trovare una squadra a Colin Kaepernick?
No, ciò sarebbe ancor più ridicolo del patetico workout organizzato tempo addietro, sarei soddisfatto se molto semplicemente la NFL permettesse ai suoi atleti di sfruttare la propria posizione/piattaforma per promuovere un cambiamento sociale che trascenda iniziative come il Play60 o l’immancabile Salute to Service – per piacere non accusatemi di essere contro i militari sennò ciao ciao sogno di lavorare seriamente nel mondo NFL.
Investimenti col fine di migliorare le condizioni di vita di milioni di bambini investendo su infrastrutture ed istruzione, permettere ai giocatori di portare in campo il loro credo senza temere ripercussioni ed un maggior interesse verso il mondo reale e l’attualità: per dimostrare serietà non occorre reintegrare Kaepernick, basterebbe semplicemente non rendere vano il suo martirio seguendo alcune delle opzioni appena menzionate.

La speranza, questa volta, è quella che la lega sia veramente interessata alla questione e che, nonostante le titubanze appena discusse, sia possibile inserire gli anni a venire nel “dopo” di cui vi ho parlato nell’introduzione: ciò che mi fa ben sperare è il colloquio che ha condotto al rilascio del video di Goodell, colloquio descritto dal sopracitato Minter come “vero” e “ruvido”, una rara occasione per parlare faccia a faccia con richiesta onestà con uno degli uomini più potenti d’America.
Ho seri dubbi che la disuguaglianza razziale e la violenza delle forze dell’ordine siano destinate a svanire nel nulla dopo le proteste – perlopiù pacifiche – delle ultime settimane, pertanto sarà interessante osservare la reazione della lega alle prime, inevitabili, espressioni di dissenso di settembre: tenterà ancora di obbligare i propri atleti a seguire un ridicolo protocollo prepartita?
Ascolterà ancora i “consigli” di un Presidente incapace di comprendere che l’inginocchiamento altro non sia che un modo per farsi ascoltare, non la sostanza della protesta contro un inno ed una bandiera che non c’entrano assolutamente nulla con l’intera questione?
Il football americano è prima di tutto un business capace di generare dal nulla miliardi di dollari, pertanto posso capire la visione poco romantica dei vari Jerry Jones per i quali inginocchiarsi rappresentava un rischio che sarebbe potuto costar loro diversi milioni di dollari, ma considerata l’eccezionalità e la storicità dell’intera vicenda credo che pure questa visione rischi di passare in secondo piano, in quanto reprimere nuovamente le proteste dei giocatori rischierebbe di creare una frattura insanabile fra quest’ultimi e la lega suscitando uno sdegno nell’opinione pubblica che potrebbe avere ripercussioni sugli ascolti… e non solo.

Dopo anni di errori e spallucce, la NFL ha compiuto un primo – seppur goffo – passo che definire necessario sarebbe un eufemismo e, nonostante la ben motivata disillusione, mi piace pensare che le ispirate parole con cui molti giocatori hanno invocato cambiamenti e giustizia sociale non siano poco più che urla del deserto, ma il primo sintomo di un cambio di mentalità ora più che mai indispensabile.
In una lega prevalentemente di colore nella quale il futuro è in mano a giovani afroamericani come Lamar Jackson, Patrick Mahomes e Deshaun Watson, assicurarsi che la faccia di questi giocatori sia associata a qualcosa di ben più serio che spot commerciali ha decisamente senso, anche perché con consapevolezza, sensibilità ed empatia in costante aumento obbligarli a aderire alla filosofia shut up and dribble potrebbe rivelarsi essere l’idea più controproducente in assoluto: lasciateli parlare, fatevi garanti della loro libertà di espressione, lasciate che si trasformino in qualcosa di più che semplici atleti diventando così punti di riferimento per milioni di giovani afroamericani in cerca di direzione.
Stimolate il dialogo, promuovete il dialogo, difendete il dialogo facendo il modo che esprimere la propria opinione su quanto stia accadendo non sia un eroico atto di coraggio, ma l’unica opzione di una nuova normalità.

Il primo passo è stato fatto, ma aspetterò pazientemente l’inizio della regular season per emettere un verdetto definitivo sull’autenticità delle scuse Goodelliane, in quanto dipenderà solo ed esclusivamente dalla coerenza sul lungo termine.
Tutto ciò è il minimo che si possa fare per non uccidere nuovamente i vari George Floyd.

Post By Mattia Righetti (375 Posts)

Mattia, 24 anni. Una versione più irsuta e povera di Larry David, ma il concetto è lo stesso. A volte Julian Edelman. Seguitemi su Twitter @matiofubol

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