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Sfogliando le pagine che narrano le storie di sport capita spesso di imbattersi in racconti di atleti che non hanno rispettato le premesse, che dopo aver rivelato precocemente il loro talento non sono mai riusciti a completare la loro crescita, vuoi per mancanza di motivazioni, di carattere, vuoi per il mancato rispetto delle durissime regole cui devono sottoporsi gli sportivi di alto livello nel corso delle loro vite, o vuoi ancora, semplicemente, perché alla fine proprio quelle doti donatigli da madre natura non erano sufficienti ad emergere; però ci sono quelle volte, quei casi, in cui scorrendo le righe di un resoconto dettagliato sulle vite di alcuni di loro si ha la netta sensazione che queste donne e questi uomini si siano trovati nel posto giusto ma al momento sbagliato, come fossero degli oggetti fuori dal tempo, in anticipo rispetto all’evoluzione dello sport in cui sono saliti anzitempo alla ribalta e per questo difficili da allenare, da collocare, da comprendere fino in fondo.

Uno di questi è sicuramente stato Aundray Bruce, talento precoce esploso con la divisa di Auburn University e scelto con la prima pick assoluta dai Falcons nel Draft 1988, un pass rusher moderno, a metà tra un defensive end e un linebacker, praticamente un EDGE Rusher, tipologia di giocatori che nelle classi dei prospetti che si affacciano annualmente al football professionistico è materia pregiata, ricercata ed inseguita da scout ed allenatori della National Football League come se fossero tutti impegnati in una moderna corsa all’oro; ma nel suo momento di massima gloria, sul finire degli anni ’80, il football non era ancora quello di oggi, viveva su equilibri e condizioni diverse, in attacco come in difesa, ed un difensore del genere in quel periodo storico era davvero fuori dagli schemi.

Nato a Montgomery, Alabama, il 30 Aprile 1966, tredicesimo di quattordici tra fratelli e sorelle, Aundray perse il padre all’età di un anno e venne di fatto cresciuto dai fratelli maggiori, in particolare Arthur e Sylverster, che avevano il compito di seguirlo mentre la madre Lucille si divideva tra i tre o quattro lavori necessari a sbarcare il lunario e mettere il cibo sulla tavola di una famiglia decisamente numerosa; amante del basket fin dalla tenera età emerse però piuttosto precocemente sul campo da football, vestendo con successo per cinque stagioni la jersey della George Washington Carver High School.

Con i Wolverines si laurea campione 4A dello Stato nell’anno da junior, poi la stagione successiva ottiene il premio come miglior giocatore del torneo e nel mentre si toglie la soddisfazione vincendo la gara delle schiacciate al All-Star Game dell’Alabama, cui era stato convocato dopo le sue buonissime prestazioni sul parquet; con in mano la borsa di studio per il football offertagli da Auburn decide di tergiversare spiegando al suo basketball coach, e mentore, Dan Lewis “amo troppo il basket per accettarla”, annulla la conferenza convocata per annunciare il suo commitment e cerca una scuola disposta a garantirgli, alle stesse condizioni, un posto nella squadra di basket.

Si fanno avanti Austin Peay, Jacksonville, Tennessee-Chattanooga, Alabama State, ma nessuna università di Division I, così Bruce decide di tentare il tutto per tutto e recarsi a Tuscaloosa per parlare con i dirigenti atletici dei Crimson Tide, convinto che una volta entrato nel campus sarebbe stato in grado di imporsi sia con la palla ovale che con quella a spicchi; ‘Bama però non è interessata a lui ne per il football, ne per il basket, e sulla via del ritorno si ferma a casa di Lewis per ricevere un consiglio, quest’ultimo alla domanda “arriverò mai in NBA?” risponde con poche semplici parole “figliolo, questa non è la strada giusta da seguire”, e così la scelta ricade su Auburn.

Nei Tigers Aundray fatica ad emergere nella freshman season, ma a partire dal sophomore year inizia a crescere in maniera costante abbinando alle ottime prove fornite durante allenamenti e partite i terribili scherzi cui sottopone tutti gli abitanti del campus, compagni di squadra, coach, semplici studenti, se non addirittura i visitatori, come quella volta che ad un raduno di cheerleader liceali seminò il panico nell’accampamento che avevano approntato su uno dei campi da football armato di machete; inutile dire che non finì benissimo “il coach mi convocò per fare colazione con lui il giorno dopo alle 6 del mattino; mentre lui la consumava io corsi su e giù sui gradini dello stadio per ore. Capii che avevo davvero esagerato, però se ripenso alle risate, ne è valsa la pena”.

Lasciata da parte la vena goliardica Bruce vede le sue prestazioni crescere ulteriormente di livello, l’unico problema che si presenta è quello riguardante lo scarso impegno che mette quando Auburn affronta avversari abbordabili, tanto che più di una volta i suoi teammate devono riportarlo sui binari della partita dicendogli chiaramente “Aundray, abbiamo bisogno di te”, e questo, molto probabilmente, come ammesso da diversi suoi ex coach universitari, è sempre stato il suo più grande limite; eppure, nonostante queste battute a vuoto riesce ad emergere, a mostrare tutta la sua forza sul terreno di gioco, tanto che il suo talento si mostra nella sua interezza in una partita della sua senior season, 1987, contro Georgia Tech, conclusa con 9 tackles, 3.0 sacks, 1 fumble forced, 1 fumble recuperato e 3 intercetti, uno dei quali ritornato in touchdown.

Con un biglietto da visita del genere Aundray si presenta al Draft con la nomea di “nuovo Lawrence Taylor” ma a differenza della stella dei Giants il ragazzo originario dell’Alabama non vive il football come una vera e propria ragione di vita e dopo essere stato il primo nome chiamato sul palco del New York Marriott Marquis, causa anche l’enorme carico di aspettative nei suoi confronti, inizia ad avere già problemi con i Falcons nel training camp immediatamente successivo, “dopo quel giorno la cosa più pazzesca per me fu scoprire quanti fratellastri, sorellastre, cugini che avevo visto forse una sola volta nella mia vita, avessi“; in difficoltà nello studio del playbook, costretto a dividersi tra i ruoli di linebacker e defensive end senza trovare una definitiva collocazione, spesso soggetto a quei vuoti mentali che lo portavano ad estraniarsi dalle partite e dei quali aveva già “sofferto” ad Auburn, la strada si fa sempre più in salita, e a stretto giro di posta cominciano ad arrivare le prime critiche, che con il passare del tempo diventeranno sempre più numerose.

Dopo quattro anni e 62 partite disputate con Atlanta nell’offseason del 1992 si trasferisce ai Raiders con i quali, dividendosi tra Los Angeles ed Oakland, giocherà per sette stagioni, collezionando 89 presenze, appena 7 da titolare, prima di chiudere all’alba dei 32 anni la carriera da professionista, ritirandosi dalle scene al termine della season 1998; autore di 275 tackles, 32.0 sacks, 9 forced fumbles e 3 fumble recuperati in NFL, è riuscito anche a scrivere il suo nome nel box score di una partita, il 10 Dicembre del 1995 contro gli Steelers, quando ha bloccato un punt di Jeff Jaeger riportandolo in endzone.

Attualmente allenatore della linea difensiva presso la Faulkner University della sua Montgomery, in Alabama, Bruce, che nel ’88 fu scelto prima di Hall of Famer del calibro di Tim Brown, Michael Irvin, Randall McDaniel, in una recente intervista ha spiegato: “il mio gioco non era colpisci, colpisci, colpisci, e boom, fai la giocata, ma invece era attacca con velocità il backfield o il portatore di palla e boom, a quel punto colpiscilo; questo era il mio gioco e semplicemente loro non lo volevano, cercavano altro. E’ stato così frustrante che per i primi due anni in NFL non ho detto una sola parola durante gli allenamenti. Mi ritengo comunque una persona fortunata, non molti partono da una situazione complicata come la mia e riescono ad arrivare a realizzare i propri sogni.”

Per molti, tra i quali anche alcuni esperti, Aundray è stato un precursore dei vari Von Miller, Jadeveon Clowney, Myles Garrett, un giocatore in anticipo sui tempi, per altri, la maggior parte degli appassionati e un buon numero di addetti ai lavori invece solamente un bust, uno dei più grandi bust nella storia della NFL.

Post By Andrea Cresta (421 Posts)

Folgorato sulla via del football dai vecchi Guerin Sportivo negli anni '80, ho riscoperto la NFL nel mio sperduto angolo tra le Langhe piemontesi tramite Telepiù, prima, e SKY, poi; fans dei Minnesota Vikings e della gloriosa Notre Dame ho conosciuto il mondo di Playitusa, con cui ho l'onore di collaborare dal 2004, in un freddo giorno dell'inverno 2003. Da allora non faccio altro che ringraziare Max GIordan...

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