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Spesso dal cuore nascono le cose migliori, com’è successo a Macon, cittadina statunitense conosciuta con il nome di “The Heart of Georgia” in cui il 16 Aprile del 1948 è venuto alla luce Julius Adams, giocatore conosciuto con il soprannome di “The Jewel”, resistente come il platino, prezioso come l’oro, indistruttibile come un metallo pregiato, cose che ebbe modo di dimostrare nel corso della sua intera carriera durata per sedici anni, tutti rigorosamente vissuti con la divisa dei New England Patriots indosso.

Cresciuto nella Ballard Hudson High School si mise in mostra durante gli anni del liceo conquistandosi diverse righe sui giornali locali che gli aprirono le porte della Texas Southern University di Houston, dove giocò titolare fin dalla freshman season e concluse la carriera universitaria dopo quattro stagioni, con in tasca due nomine All-Conference nei First Team del 1968 e del 1970.

Giocatore in grado di coprire più ruoli sulla linea difensiva, nonostante provenisse da una piccola scuola con una marginale tradizione nel Football, riuscì ad attirare le attenzioni della franchigia di Boston che lo selezionò già all’inizio del secondo round, utilizzando la ventisettesima scelta assoluta e che gli consegnò pochi mesi più tardi lo starting spot in depth chart, come DT sul lato destro.

Esplosivo, capace di fiondarsi ripetutamente nel backfield a caccia del quarterback o del ball carrier, Julius non perde occasione per dimostrare di che pasta è fatto e al termine della rookie season è inserito nel UPI All-Rookie Team dando il via ad una crescita costante che nel giro di pochi anni lo porta ad essere un punto fermo della difesa di New England e il leader difensivo di un team che guida per diverse stagioni continuando ad inchiodare al terreno i quarterback avversari anche dopo essere stato definitivamente spostato all’esterno, nel ruolo di DE, posizione che ricopre a partire dal 1974.

Considerato tra i migliori lineman difensivi della lega dalla rivista Pro QB Magazine a metà degli anni settanta, ha un momento di difficoltà nel biennio 1978-79, quando dopo aver subito un infortunio che lo ha tenuto lontano dai campi per tutta la season ’78 viene utilizzato solamente in rotazione la stagione successiva, collezionando appena 2 apparizioni da starter in 16 partite disputate; nonostante questo Adams non fa mai mancare il proprio contributo ai Patriots e all’alba del suo secondo decennio da professionista continua ad essere un giocatore incredibilmente determinante, temuto da ogni lineman offensivo che se lo trovava di fronte sulla linea di scrimmage.

Eppure gli anni ottanta non furono sempre facili per Julius che faticò parecchio ad entrare nel sistema difensivo utilizzato da Ray Meyer, coach con esperienze in NCAA che cercò di variare gli schemi difensivi utilizzati da New England nelle annate precedenti; gli venne chiesto di giocare più come un outside linebacker che un DE, e di partire leggermente più distante dalla LOS, una mezza yard più indietro, in un periodo storico in cui invece qualsiasi DL amava partire a ridosso dello snap per anticipare la reazione degli avversari.

Schierato altresì all’interno quando il team scendeva in nichel formation, Adams pur se sul terreno di gioco continuava a mantenere invariato il suo valore a livello mentale stava patendo parecchio la situazione, a tal punto da meditare il ritiro al termine della stagione 1984, dopo che Meyer gli disse di essere diventato troppo lento e che non rientrava più nei suoi piani; con praticamente solo più l’annuncio ufficiale da fare, successe però la cosa che meno si sarebbe aspettato a 37 anni suonati, ovvero che nell’Aprile del 1985 il nuovo coach Raymond Berry lo contattasse personalmente e gli chiedesse di ritornare sui suoi passi per vestire un’ultima volta la maglia dei Patriots.

Avevo deciso che non sarei tornato, che non avrei mai più giocato per Meyer, ma poi è arrivato Raymond, e Raymond Berry è il motivo per cui sono qui, pensava che mi fosse rimasto qualcosa da dare” e così effettivamente fu, perché in quel magico ’85 Julius sostituisce dopo poche settimane l’infortunato collega Toby Williams e diventa uno dei protagonisti della cavalcata della franchigia bostoniana verso il Super Bowl XX, collezionando 5.0 sacks e offrendo delle ottime prestazioni nelle tre vittorie ai playoffs della squadra.

Primo ed unico team a raggiungere il Grande Ballo dopo aver collezionato tre successi fuori casa, quei Patriots si arresero ai Chicago Bears dei Walter Payton, 46-10, nell’atto finale al Louisiana Superbowl ma per molti di loro fu comunque un momento memorabile dopo anni vissuti lontano dai riflettori, in un periodo in cui New England riusciva difficilmente a centrare l’obiettivo postseason, con appena quattro apparizioni in tre lustri.

È stato emozionante arrivarci, abbiamo dovuto lottare fino in fondo per arrivarci. La metà della squadra ha avuto un virus intestinale il giorno della partita. I ragazzi non stavano bene ma siamo usciti sul campo e abbiamo giocato al meglio delle nostre capacità. Io mi sono ammalato il giorno dopo, ma in ogni caso quei Bears erano superiori a noi quel giorno, han meritato di vincere” raccontò diciotto anni dopo alla vigilia di un giorno altrettanto speciale, quello in cui suo figlio Keith sarebbe sceso in campo per giocare un altro Super Bowl, il XXXIX, tra le fila dei Philadelphia Eagles e proprio contro la squadra in cui aveva sempre giocato suo padre.

Anche in quest’ultima occasione andò male ai membri della famiglia Adams, che resta comunque una delle pochissime ad aver visto due membri di generazioni diversi giocare in un match valido per la conquista del Vince Lombardi Trophy, a differenza di papà Julius però Keith non aveva una promessa da mantenere una volta terminata la partita e qualsiasi fosse stato il risultato; la promessa che molti anni prima quel signore che lo stava ammirando sul terreno di gioco dell’Alltel Stadium di Jacksonville aveva fatto a sua madre Pat, ovvero di godersi finalmente il meritato e tanto atteso viaggio di nozze a 15 anni dal loro matrimonio.

Nella sua carriera da professionista esemplare interamente dedicata al football The Jewel aveva sacrificato moltissime cose, compresa la luna di miele con la moglie Pat, e solo dopo aver appeso casco e paraspalle al chiodo, salvo la toccata e fuga durante lo sciopero della stagione 1987 quando ritornò in campo per 10 partite, riuscì a dedicarsi completamente alla sua famiglia e al suo ranch in Georgia.

Inserito negli All-Decade Team 70s e 80s, vincitore del Jim Lee Hunt Memorial Award come miglior difensore di New England nel 1980 e nel 1982, in un epoca in cui le statistiche non erano rilevate in maniera ufficiale dalla NFL viene accreditato di aver messo a segno 75.5 sacks in carriera, secondo Patriots all-time alle spalle del Hall of Famer Andre Tippett; dedicatosi all’allevamento dei tori Black Angus una volta conclusa la carriera, ha anche ricoperto il ruolo di assistent coach in diversi licei della Georgia, ritirandosi dalle scene solo pochi anni prima della sua morte, avvenuta il 24 Marzo 2016.

Post By Andrea Cresta (422 Posts)

Folgorato sulla via del football dai vecchi Guerin Sportivo negli anni '80, ho riscoperto la NFL nel mio sperduto angolo tra le Langhe piemontesi tramite Telepiù, prima, e SKY, poi; fans dei Minnesota Vikings e della gloriosa Notre Dame ho conosciuto il mondo di Playitusa, con cui ho l'onore di collaborare dal 2004, in un freddo giorno dell'inverno 2003. Da allora non faccio altro che ringraziare Max GIordan...

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