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Premessa fondamentale: è comprensibile.
Il caos che stanno goffamente fronteggiando i Los Angeles Rams è assolutamente comprensibile e non è mia intenzione schernirli o puntare il dito dall’alto del mio, del nostro senno di poi, perché tutto ciò è, ripeto, comprensibile.
Il loro presente è compromesso, il loro futuro è più che mai precario ed a rendere il tutto più amaro ci sta pensando un coro di «told you so!» che ci fa passare per veri intenditori di football americano e management sportivo, ma il fine ultimo dei grandi fallimenti non deve essere quello di farci sentire bene con noi stessi, ma di servire come esempio da evitare: l’operato degli ultimi anni del GM Snead incarna esattamente tutto ciò che una squadra non deve fare se vuole fondare una solida, ben ragionata ed “organica” dinastia.
Facciamo luce.

Dopo tredici stagioni di mediocrità nella più letterale accezione del termine, dal nulla i Rams hanno tirato fuori una stagione da undici vittorie resa possibile dal sopraffino acume tattico del genietto McVay, allenatore rookie in grado di raddrizzare immediatamente quel Jared Goff per cui il GM Snead si è figurativamente svenato: l’esplosione di Goff unita alla resurrezione di Todd Gurley ha regalato ai Rams qualcosa di completamente nuovo, qualcosa che fino a qualche mese prima era pura e semplice utopia, qualcosa nell’era Fisher sembrava essere un termine vuoto, irrealistico, non applicabile al football americano.
Entusiasmo.
Quei Rams apparentemente rifiutati dalla città di Los Angeles in un batter d’occhio si trasformarono in must see TV, in una macchina da punti in grado di rimembrare quel Greatest Show on Turf che tanto aveva riempito il cuore della loro vecchia casa, Saint Louis: passare da 14.0 punti a partita a poco meno che trenta in soli dodici mesi può inebriare anche la più razionale delle menti, figuriamoci una reduce da anni in cui il migliore in campo era consistentemente il punter.
Uno dei pochissimi principi che seguo ciecamente in quel tedioso susseguirsi di giornate chiamato vita, è il seguente: è sconsigliabile prendere una decisione se si è arrabbiati, è proibito prenderne una se si è felici.
Il GM Snead ed il front office dei Rams, purtroppo, non condividevano la mia stessa filosofia di vita e, come già detto più volte, quanto segue è pienamente comprensibile.

Offseason 2018, il momento del patatrac: consapevole del fatto che essere competitivi quando si ha il proprio quarterback ancora nel contratto da rookie è una rarità e che in quanto tale va sfruttata il più possibile, il GM Snead ha messo insieme una serie di mosse all’insegna di aggressività e mancanza di lungimiranza.
Permettetevi di elencarvele, poi ne discuteremo meglio.
Nel giro di qualche mese, Snead ha prima tradato per Marcus Peters ed Aqib Talib sacrificando prezioso capitale in sede di draft, dato un contratto annuale da 14 milioni a Ndamukong Suh, spedito una scelta al primo round del draft ai Patriots per Brandin Cooks e poi donato ad alcuni dei propri fedeli vassalli una serie di contratti oggettivamente impressionanti: quinquennale da 81 milioni a Cooks, quadriennale da 60 milioni a Todd Gurley – con ancora due anni di contratto da rookie -, quadriennale da 32.5 milioni a Rob Havenstein ed un misero sessennale da 135 milioni ad Aaron Donald.
Non sono ironico, ho usato consapevolmente il termine misero perché Aaron Donald non ha semplicemente prezzo: per quanto mi riguarda potrebbe pure richiedere il contratto di Dame Lillard che non avrei niente da ribattere in quanto è da anni il miglior giocatore di tutta la NFL e no, non sono disposto nemmeno ad iniziare una discussione.
Gli altri contratti menzionati, col senno di poi, si sono rivelati essere disastrosi, ma facciamo un passo alla volta.

Con un roster del genere, chiaramente, vederli come Cenerentola non era più possibile e per la sorpresa di nessuno, Los Angeles ha annichilito la competizione navigando verso un perentorio 13-3: ai playoff, non senza qualche difficoltà e controversia, ebbero ragione su Cowboys e Saints – buone festività anche a voi tifosi di New Orleans! – e puff, dal nulla, eccoli al Super Bowl.
Il Super Bowl fra sbadigli, punt ed il peggior halftime show di sempre, vide il dissennatore Belichick assorbire la loro linfa vitale finendo così per inceppare quell’attacco dei sogni che, di punto in bianco, non era più in grado di contare su un Todd Gurley visto – a ragione – da molti come legittimo candidato MVP: ai playoff, per motivi all’epoca ancora non del tutto chiari, Gurley giocò poco e male, venendo scavalcato addirittura da un ben più efficace C.J. Anderson.
C.J. Anderson, per Dio!
Tredici-a-tre, vittoria Patriots, altri sbadigli: pazienza, sarà per l’anno prossimo… no?
No.

Di lì in poi, nulla sarebbe stato come prima.

Non tradendo la proverbiale aggressività, Los Angeles ricompensò precocemente Goff per le ultime due brillanti stagioni con un folle quadriennale da 134 milioni di cui ben 110 garantiti: a tirare con troppa convinzione la coperta solamente da una parte, qualcuno finisce ovviamente per restare al freddo.
Dentro Weddle, Matthews e Fowler, via Saffold, Sullivan, Barron e Countess.
Le perdite da evidenziare con la penna rossa sono quelle di Saffold e Sullivan, due pilastri della linea d’attacco, il cuore pulsante della squadra – McVay a parte – che ha permesso all’attacco di punire qualsivoglia reparto difensivo abbia incrociato il loro destino, Patriots a parte: questi addii, occultati dal clamore suscitato dalle acquisizioni di veterani di lusso come Matthews e Weddle, con l’abusato senno di poi si sarebbero poi rivelati fatali.
Detto questo, cimentiamoci nella scorsa stagione: l’attacco, stranamente, non gira come nel biennio precedente e Jared Goff rimembra inquietantemente il quarterback visto nel 2016, non il candidato MVP da 110 milioni di dollari garantiti che li ha trascinati fino al Super Bowl. Gurley, poi, non parliamo di Gurley: gli snap sono dosati con il contagocce, l’efficacia che lo ha reso un dio del fantasy football – finale di stagione 2018 a parte – sembra essersi trasformata in un ricordo da narrare con nostalgia e commozione ai nipoti, non come un qualcosa da ricompensare con quindici milioni all’anno e fra infortuni e sfortuna varia, nemmeno Cooks riesce ad esprimersi ai propri livelli.

Nel tentativo di raddrizzare una stagione compromessa dall’incredibile competitività della NFC, ecco che Snead eleva al quadrato la propria aggressività ed in quello che credo di poter definire momento di pura follia, spedisce due scelte al primo round a Jacksonville per lo scontentissimo ed a breve ricchissimo Jalen Ramsey: la mossa, però, non sortisce gli effetti desiderati e se proprio vogliamo essere fatalisti, gli dei del football puniscono questa mancanza di lungimiranza causando al forte cornerback un lapsus in copertura nei decisivi minuti finali di un testa a testa con i San Francisco 49ers che, ironicamente, costerà loro partita e qualificazione ai playoff.
Un solo anno dopo aver preso parte al Super Bowl preferito di ogni hipster, Los Angeles non ha nemmeno raggiunto la postseason, nonostante il talento presente a roster, nonostante tutti gli sforzi effettuati, nonostante i milioni investiti.
Che disastro.

Eccoci finalmente ai giorni nostri, eccoci qua a passeggiare fra le macerie di quella che sembrava essere una dinastia: via Littleton, Weddle, Matthews, Fowler, Zuerlein, Robey-Coleman, Gurley ed ora anche Cooks.
Gli ultimi due addii, in particolare, si sono rivelati alquanto dolorosi, in quanto Gurley e Cooks divoreranno ben 38 milioni di dollari in dead money che uniti ai 36 che percepirà Goff la prossima stagione ammontano a 74 milioni di dollari per un quarterback e due delle sue migliori armi… su cui non potrà più contare.
Tutto ciò senza dimenticare che Ramsey deve ancora mettere la propria firma sotto il tanto richiesto nuovo contratto e che, quasi sicuramente, questo nuovo contratto lo porterà a guadagnare intorno ai 20 milioni di dollari, se non di più: il coltello dalla parte del manico in questo caso lo ha lui, poiché Snead dopo aver sacrificato due scelte al primo round del draft per garantirselo dovrà obbligatoriamente accontentare ogni sua richiesta.
Oltre ad una situazione salariale disastrosa, Los Angeles non potrà nemmeno affidarsi al draft nel tentativo di colmare le lacune, o meglio, non a scelte al primo round per i prossimi due anni: i tre giocatori selezionati con le prime tre chiamate disponibili – 52, 57 ed 84 – saranno sottoposti fin da subito ad una pressione surreale, in quanto con ogni probabilità saranno costretti a produrre e convincere immediatamente, anche se molto probabilmente pure i colleghi dei round successivi dovranno trovare quanto prima possibile il modo per rendersi utili alla causa.

Ciò che abbiamo imparato dal loro fallimento, oltre al fatto che coprire d’oro un running back non è mai una buona idea in quanto la loro produzione è rimpiazzabile a prezzi ben inferiori, è che pagare bene e subito è sì positivo per i giocatori ed umanamente confortevole per noi tifosi, ma non è la strategia giusta per mettere le fondamenta ad una dinastia: Snead ha voluto accontentare troppo frettolosamente le proprie promesse con contratti esorbitanti affiancati da trade ultra-aggressive per rendere quanto più competitivo in quanto meno tempo possibile un roster che non ha mai avuto l’opportunità di svilupparsi organicamente.
L’all-in di Los Angeles, ad onor del vero, ha quasi pagato poiché avessero vinto il Super Bowl contro New England difficilmente saremmo qua a cantarne l’eulogia, ma a mio avviso tale prezzo per un solo Super Bowl rimarrebbe comunque incredibilmente alto e difficile da giustificare: potrei tranquillamente essere smentito, ma credo che ai Rams per riprendersi servirà su per giù almeno un lustro, un lustro nel quale il più grande talento di questa generazione invecchierà senza poter contare sulla giusta possibilità di essere competitivo.

La strada migliore, nonché più organica, per il successo rimane quella del draft, pavimentata da pazienza, lungimiranza e scrupoloso lavoro di scouting, in quanto tutte le vere dinastie sono nate da una serie di scelte azzeccate al draft: guardate i Chiefs, per esempio, i vari Mahomes, Kelce, Hill, Williams, Jones e Fisher furono tutti selezionati al draft per poi essere, gradualmente, affiancati da free agent come Mathieu, Schwartz e Watkins o figli illegittimi di trade come Clark.
Pensate ai Patriots di Belichick.
Pazienza, rischi calcolati e sviluppo organico dei propri giocatori.

Costruire una contender con pretese di ergersi a dinastia richiede tempo, e dopo questo disastro credo che nessuno per qualche anno emulerà quanto fatto da questa versione dei Rams, in quanto il 2020 si prefigura come anno di autentica passione per McVay ed i suoi ragazzi: al campo l’onere di smentirmi/ci.

 

Post By Mattia Righetti (471 Posts)

Mattia, 25 anni. Una versione più irsuta e povera di Larry David, ma il concetto è lo stesso. A volte Julian Edelman. Se non mi seguite su Twitter (@matiofubol) ci rimango male

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2 thoughts on “Come non costruire una contender: il caso Rams

  1. LA, luogo ideale per andare in vacCanza. Vay, McVay, vay… allenatore più sopravvalutato di sempre: tra i baby sono molto più bravi LaFleur e Shanahan (e a fare i pignoli pure Vrabel ha fatto le nozze coi fichi secchi…).

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