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Comunque vada, il 2019 dei Bengals sarà un successo: non mi sono dimenticato circa 1500 parole passando ad una tanto immediata quanto banale conclusione, ma semplicemente ho espulso immediatamente un’osservazione che tenevo in corpo da gennaio, quando il front office ha deciso di porre fine una volta per tutte al tossico matrimonio con Marvin Lewis.
Ebbene sì, a volte semplicemente accorgersi di aver bisogno di un cambiamento può essere visto come una vittoria, in quanto i Bengals del ventunesimo secolo son ben lontani dal poter essere comparati a veri e propri disastri come i vecchi Browns, però condividono con loro lo stesso numero di vittorie in postseason, un avvilente e comico zero: l’impressione generale è che Cincinnati si trovi davanti ad una fase di transizione, o come va di moda chiamarla oggigiorno rebuilding, che è sicuramente iniziata con il licenziamento di Lewis, anche se sembra ben lontana dalla fine.

Per prima cosa, sorge spontaneo interrogarsi sul destino di Andy Dalton: nonostante un paio di ottime regular season accompagnate dall’immancabile one and done ai playoff, Red Rifle negli ultimi anni è stato spesso vittima di infortuni e dell’incompetenza generale di un front office e staff tecnico incapace di fornirgli la protezione adeguata o una difesa in grado di non imbarcare quaranta punti ad allacciata.
Quella che si appresta ad incominciare sarà una stagione molto strana per Dalton, in quanto le probabilità che sia l’ultima della sua tenuta a Cincinnati crescono inesorabilmente giorno dopo giorno: senza una direzione ben precisa è difficile condurre la propria squadra ad una stagione vincente in una division competitiva come la AFC North, pertanto di ragioni per credere che il quarto ed ultimo posto tocchi a loro ne abbiamo a volontà ed un’altra stagione nei bassifondi divisionali segnerebbe con ogni probabilità la fine della sua tenuta nella Queen City.

Considerando i vari talenti under center in uscita dalla fucina collegiale, Cincinnati avrebbe ben donde di tankare e guardare al futuro, peccato solo che ciò difficilmente avverrà con un allenatore al primo anno della propria prima esperienza da head coach: Zac Taylor, uno dei principali responsabili della rinascita Rams, tenterà in ogni modo di spremere ciò che rimane di Dalton e ricavare un’ultima buona stagione dal proprio quarterback, anche se ciò potrebbe andare contro il loro benessere sul lungo termine, in quanto la differenza fra un 7-9 con mancata qualificazione ai playoff ed un 3-13 con prima assoluta al draft è indubbiamente enorme.

Assodato che under center troveremo ancora una volta Dalton, sarà interessante vedere se nei momenti di difficoltà o nel garbage time al rookie Ryan Finley saranno date opportunità di farsi le ossa nel mondo NFL: finora in preseason l’ex NC State ha dimostrato buonissime cose, spingendo addirittura alcuni analisti a dichiarare che Cincy potrebbe essere più competitiva con lui a dirigere l’attacco piuttosto che con Dalton. Anche se ciò mi sembra ridicolo, prima di buttarsi anima e corpo alla ricerca di un quarterback nel prossimo draft, tenterei di dare a Finley ogni possibilità per esprimere il proprio potenziale e lasciare il front office ad interrogarsi dinanzi alla possibilità di aver già in casa il quarterback del futuro.
Ciò che appare piuttosto chiaro è che vedremo abbondanti dosi di Joe Mixon, running back che l’anno scorso ha avuto modo di imporsi come vero e proprio workhorse in grado di trascinare un attacco impoverito da una lunga serie di infortuni: la brillantezza di Mixon è fuori discussione, ma con una difesa del genere Cincinnati correrà il rischio di essere costretta troppo spesso a rinunciare quasi completamente alla dimensione terrena perché a corto di tempo per tentare di imbastire un’improbabile rimonta. A far rifiatare il numero 28 ci penserà ancora una volta il veterano Giovani Bernard, giocatore estremamente pericoloso soprattutto sul terzo down, ed i rookie Williams ed Anderson, giovani che prima di tutto dovranno riuscire a sopravvivere agli infiniti tagli estivi che precedono il rilascio del roster dei 53.

Il faro del passing game, ancora una volta, sarà lo sfortunato A.J. Green, perseguitato negli ultimi anni da costanti problemi fisici: un infortunio alla caviglia patito durante le prime fasi del training camp lo costringerà a perdere sicuramente almeno un paio di partite, e considerando quanto difficili siano stati i suoi ultimi anni interrogarsi su quanto abbia ancora da dare a questo sport, per quanto irrispettoso, sta diventando sempre più legittimo. A suo fianco troveremo l’altrettanto martoriato John Ross, senza dubbio il giocatore più veloce della National Football League, ma fino a questo punto autentico bust mai in grado di giustificare il fatto di essere stato selezionato con la nona scelta assoluta: i sette touchdown ricevuti incoraggiano, ma le 21 ricezioni su 58 targets sollevano più di qualche sopracciglio su un giocatore selezionato una scelta prima rispetto a Patrick Mahomes. A completare e tenere in piedi il reparto troviamo un motivatissimo Tyler Boyd fresco di rinnovo contrattuale e reduce da un’ottima stagione nella quale ha indubbiamente beneficiato dell’assenza di Green per veder finalmente crescere il numero di palloni a lui rivolti; a giocare qualche snap qua e là troveremo giocatori come Core, Malone e Tate, nomi semi-ignoti con ovvio potenziale ma di scarso appeal.

Nel caso Tyler Eifert non riuscisse ad evitare terribili infortuni pure quest’anno, il ruolo di tight end sarà ricoperto dalla scelta al secondo round Drew Sample, anche se più che per rimpiazzare lo sfortunatissimo numero 85 l’ex Washington è stato selezionato per le sue abilità nel blocking: il duo Eifert-Sample sarebbe in grado mandare in confusione qualsiasi difesa vista la complementarità del loro gioco, senza dimenticarsi del gigantesco Uzomah, vera e propria arma da red zone.
Il reparto sul quale sono state investite più risorse, la linea d’attacco, si affaccia alla regular season in una condizione decisamente difficile: Jonah Williams, tackle scelto al primo round dell’ultimo draft, perderà con ogni probabilità tutta la stagione, mentre la guardia titolare dello scorso anno Alex Redmond sarà costretto a saltare le prime quattro giornate per squalifica, aprendo così le porte per una maglia da titolare a giocatori come John Jerry ed il rookie Michael Jordan. Il posto lasciato vacante da Williams verrà occupato da Cordy Glenn, mentre a dare lo snap a Dalton ci penserà il sophomore Billy Price, anche lui in questo momento alla presa con diversi acciacchi fisici; a completare il reparto plausibilmente troveremo John Miller e Bobby Hart, entrambe opzioni sicuramente non esaltanti.

A farci preventivare un’altra annata deludente ci pensa soprattutto il reparto difensivo, reparto a lunghi tratti ridicolo durante la scorsa stagione: nessuno ha concesso una percentuale di terzi down convertiti e numero di yards aeree subite maggiori delle loro e solamente i putridi Raiders e Buccaneers hanno permesso agli avversari di mettere più punti a tabellone.
Sarà un peccato vedere il sempre ottimo Geno Atkins gettare alle ortiche l’ennesima annata di una carriera che con un po’ più di successi di squadra potrebbe legittimamente valergli ad un busto a Canton, ma tant’è; a completare la linea difensiva troveremo ancora una volta Carlos Dunlap, altro buon giocatore vittima dell’incompetenza di chi gli sta attorno, affiancato da Andrew Billings e Sam Hubbard, giovani di buone speranze vogliosi di invertire il trend generale che si è andato a delineare negli ultimi anni: alle loro spalle nella rotazione troviamo anche Jordan Willis e Carl Lawson, altri giovani intriganti che per un motivo o per l’altro non sono ancora riusciti a ripagare Cincinnati della fiducia datagli.
Il reparto con ogni probabilità più povero di talento è il corpo linebacker, in quanto nonostante il buon innesto del veterano Preston Brown, Nick Vigil e Jordan Evans non sembrano possedere il talento necessario per essere titolari in questa NFL, luogo nel quale ad un linebacker è oramai chiesto di difendere i passaggi come un vero e proprio cornerback.

Ciò che trovo più inspiegabile è come una secondaria a mio avviso ricolma di talento giochi costantemente così male: dopo aver dimostrato di avere tutto il necessario per diventare uno dei migliori cornerback di questa generazione, William Jackson III è inspiegabilmente regredito mettendoci davanti agli occhi un’involuzione che a primo acchito mi verrebbe da imputare, ancora una volta, all’incompetenza che lo circonda. In attesa del ritorno di Dennard, ad occupare il lato opposto del campo troveremo l’oramai annacquato Dre Kirkpatrick, punto debole da anni, ed alle sue spalle neo-arrivati come B.W. Webb e Tony Lippett lotteranno per incrementare il numero di snaps giocati.
I safety, anche questi a mio avviso giocatori ricolmi di potenziale, saranno Jessie Bates III, autore di un’eccellente prima stagione nonché spesso e volentieri unica nota lieta dell’intero reparto, e Shawn Williams, veterano che a questo punto della carriera sta giocando per assicurarsi un ultimo contratto prima di appendere casco e scarpini al chiodo.

A guidare gli special teams troveremo anche quest’anno il kicker Randy Bullock ed il punter Kevin Huber, solidi ed affidabili veterani in grado di svolgere il loro lavoro senza particolari problemi, mentre il return game per il momento sembra ancora una volta in mano ad Alex Erickson, giocatore in grado di ritagliarsi un costante spazio nel roster grazie proprio alle sue abilità in questi ruoli.

Come potete vedere il 2019 non sembra profilarsi come anno particolarmente esaltante per Cincinnati, ma sono convinto che dopo quasi trent’anni dall’ultima vittoria a gennaio i tifosi siano disposti ad aspettare un altro anno prima di un deciso ritorno alla competitività: ciò di cui possiamo essere sicuri è che la prossima stagione sarà un crocevia fondamentale per il futuro prossimo – e non solo – di Cincinnati, in quanto un tanking deciso potrebbe sì essere difficile da sopportare e digerire, ma potrebbe altresì portare quel quarterback in grado di permettere a tutta l’organizzazione di compiere il definitivo salto di qualità mai avvenuto durante l’era Dalton.
Vada come vada, il semplice fatto di non dover essere più costretti ad assistere all’incompetenza di Marvin Lewis domenica dopo domenica, dovrebbe già rappresentare un’enorme vittoria per ogni tifoso: per un altro tipo di vittorie, però, temo sarà necessario pazientare ulteriormente.

Post By Mattia Righetti (323 Posts)

Mattia, 24 anni. Una versione più irsuta e povera di Larry David, ma il concetto è lo stesso. Ogni tanto credo di essere Julian Edelman.

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