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1) IL NUOVO ROUGHING THE PASSER STA ROVINANDO IL SENSO DEL GIOCO

Le nuove regole predisposte dall’apposito comitato nel corso della offseason sono state create per preservare i giocatori da inutili colpi alla testa e prevenire infortuni garantendone una migliore salute sul lungo termine, e sulla questione non possiamo che trovarci d’accordo. Le modifiche apportate alle situazioni di kickoff, nelle quali sono stati tolti gli uomini di linea, nonché alle modalità di intervento in fase di placcaggio – dove non è più possibile iniziare il contatto con il cosiddetto crown of the helmet – hanno un fine ben preciso, quello di preservare il cervello sia di chi colpisce che di chi viene colpito, oltre che evitare infortuni assortiti in poco utili situazioni di ritorno di calcio.

Il nuovo roughing the passer ci ricorda tanto una nota corazzata di fantozziana memoria, perché l’ambito applicativo sfida severamente le leggi della fisica con l’aggravante di incidere molto negativamente sul risultato della partita, come il campo ha già sentenziato. In questo caso, contrariamente ai due sopra riportati, si sta semplicemente snaturando il gioco. La regola dice che il quarterback non può essere atterrato ponendo tutto il peso del difensore sopra esso durante la fase di caduta a terra, un esercizio assai arduo da svolgere proprio perché il presupposto per atterrare qualcuno è esattamente quello di creare una spinta verso il basso utilizzando il proprio peso. Chiedere ad un arbitro di quantificare quanto di quel peso si stia utilizzando è impossibile, e quindi ci si affida alle impressioni. Ovvio, c’è modo e modo di limitare i danni di una discesa del genere, fatto dimostrato che le penalità in materia esistevano anche prima, ma non si può chiedere ad un difensore che vive praticamente di quello di fare qualcosa che va nettamente contro qualsiasi logica.

I molteplici casi che hanno coinvolto Clay Matthews sono l’emblema più triste di questo avvio di stagione. Tre chiamate assurde, tre azioni difensive come tantissime se ne sono viste, una delle quali ha profondamente inciso sul risultato finale di uno scontro delicato non solo a livello divisionale ma pure di Conference, come quello tra Packers e Vikings, dove la pressione del biondo linebacker aveva portato ad un intercetto decisivo, poi annullato. Nessun risultato falsato nella gara contro i Redskins – il drive in questione non avrebbe comunque portato a punti – ma neppure nessuna evidenza di un fallo sostanzialmente inesistente, messo in discussione persino dagli ex-arbitri che fanno oramai parte integrante del commento tecnico delle gare.

Alla terza settimana di gioco il roughing the passer è niente meno che fallimentare. Persino i quarterback si sono fatti sentire, difendendo l’operato dei loro stessi placcatori chiedendosi cosa mai debbano fare, sottolineando che il gioco è violento per natura e che tutti, quando iniziano a praticarlo, ne conoscono più che bene le conseguenze. Matthews è soggetto ad una sorta di caccia alle streghe. Alberto Riveron, il coordinatore delle crew arbitrali, ha ufficialmente ammesso errori a posteriori, citando nello specifico il caso di Myles Garrett nella gara pareggiata tra Steelers e Browns, forse dimenticandosi che le direttive, ai suoi arbitri, le fornisce proprio lui stesso.

E’ un disastro dal quale si spera si possa tornare presto indietro.

2) MATT PATRICIA HA SFATATO UN VECCHIO MITO

Il nuovo head coach dei Lions ha sfidato con successo una vecchia legge non scritta della National Football League. Chiunque sia stato nello staff di Bill Belichick per poi tentare l’avventura da capo-allenatore altrove ha sempre fallito, come se il vecchio stregone si fosse tenuto qualche segreto per sé conservandolo per il primo scontro diretto utile, oppure ridendo maleficamente alle spalle di chiunque di questi personaggi venisse inesorabilmente licenziato nonostante le varie proclamazioni mediatiche, impegnate a costruire castelli in aria decretando il possibile successo Nfl dei vari Romeo Crennell, Josh McDaniels, Bill O’Brien, solo per il fatto di essere appartenuti alla cultura Patriots.

Chi ride oggi però è Matt Patricia, e non il suo ex-datore di lavoro. Sì, sono gli stessi Lions che si sono fatti rifilare quasi 50 punti dai Jets (!) in una partita più che surreale, e che domenica notte hanno dominato (sì, avete letto bene) i New England Patriots. Nonostante le feroci critiche rivolte al successore di Jim Caldwell sulla sideline di Detroit, Patricia ha scritto un copione difensivo magistrale che ha limitato a dir poco Rob Gronkowski ed approfittato della pochezza dei ricevitori dei Patriots, eseguendo molto bene le coperture sia sul profondo che nell’intermedio permettendo alla pass rush di fare il suo lavoro creando una tasca spesso scomoda per un Brady fermo a 133 yard e solamente il 53% di passaggi completati, con una meta ma pure con l’intercetto decisivo di Big Play Slay. La stessa difesa che, nelle prime due gare, aveva concesso la bruttezza di 78 punti complessivi.

Fermare quello che forse è il più grande quarterback di ogni epoca in quel modo è un traguardo favoloso, ma la rivoluzione culturale di Patricia sembra aver toccato in profondità anche il reparto offensivo, il quale da secoli non offre un gioco di corse degno di un qualsiasi rispetto costringendo sistematicamente Stafford a fare gli straordinari. Kerryon Johnson è stato, alla pari della difesa, il motivo della sontuosa vittoria dei Lions, diventando peraltro il primo giocatore di franchigia degli ultimi cinque anni a produrre una gara oltre le 100 yard. Grazie a Johnson, ai contributi di LeGarrette Blount ed agli scramble occasionali di Stafford il fatturato totale su corsa ha scritto 159 yard, un dato irreale per una squadra come Detroit.

Nella Motor City si annusa ancora l’aria del work in progress, ma il ritrovato equilibrio offensivo abbinato all’aggressività difensiva ne può fare una franchigia da osservare con attenzione. Forse si comincia a costruire finalmente qualcosa di serio, sotto le direttive di un head coach che vuole definitivamente cancellare quella leggenda urbana di cui sopra e portare i Lions ad un altro livello.

3) IL SUCCESSO DEI DOLPHINS E’ INASPETTATO, MA CONCRETO

Non sono trascorsi poi così tanti mesi da quando si discuteva più o meno dappertutto della necessità dei Dolphins di prendere delle precauzioni riguardanti la situazione di Ryan Tannehill, al rientro da un infortunio che faceva preoccupare per il ripristino delle sue condizioni fisiche precedenti, occorso nel momento in cui il giovane talento sembrava in procinto di sbocciare e svilupparsi in maniera adeguata. La discontinuità e la poca affidabilità della squadra in relazione a quanto fatto vedere l’anno passato – anche se, ripetiamo, la firma di Jay Culter non era certo stata consigliata dal medico – abbinata alla prevedibile retromarcia dei Bills e all’inconsistenza cronica dei Jets, aveva creato i presupposti per un’altra corsa solitaria dei Patriots in vetta alla Division, proprio lo stesso luogo dove i Dolphins hanno provvisoriamente piantato la loro banderuola nel momento in cui scriviamo, imbattuti e inaspettatamente concreti.

Al momento, il gioco corto/intermedio di precisione installato da Adam Gase per il reparto offensivo sta producendo i suoi buoni frutti. Parliamo di decisioni veloci dopo lo snap, fattore necessario per ridurre le possibilità di mettere le mani sul prezioso ginocchio sinistro del quarterback, ma tale ritmo si sposa anche bene con la filosofia di un coach che ha sempre preferito le traiettorie orizzontali a quelle verticali creando possesso, gestione del cronometro, ed opportuno riposo per la sua difesa. I Dolphins non hanno vinto nettamente nessuna delle tre gare sinora giocate, ma due le hanno comandate per sei degli otto quarti disputati ed una l’hanno rimontata senza farsi prendere dal panico. L’attacco ha usato tutte le sue armi, un gioco di corse produttivo nelle prime due giornate ed un ottimo sistema di lanci con punte di creatività nella terza, Tannehill sta lanciando con un rating di 121.8 approfittando dei tanti bubble screen disponibili per Albert Wilson e Jakeem Grant, due ricevitori attrezzati di apposite qualità atletiche per esplodere in campo aperto, un fattore che ha permesso continuità offensiva anche quando – come contro i Raiders – il backfield è rimasto ingabbiato. Questo ha messo i Dolphins nelle condizioni di non dover cercare a tutti i costi il lancio lungo per creare la giocata produttiva, in quanto gli stessi guadagni numerici possono pervenire con altre modalità.

In difesa è evidente la crescita di Xavien Howard, e la cosa non è certo giustificata solo dai numeri. Sua la maggior parte del merito di aver sostanzialmente cancellato Amari Cooper dal campo (due ricezioni, 17 yard), suoi i due intercetti che hanno inciso positivamente sull’esito dello scontro con Oakland, sua la possibilità di svilupparsi fino a divenire un legittimo corner da prima fila continuando a mantenere questo livello di gioco, compiendo passi da gigante tra una stagione e la successiva di una carriera ancora nel pieno della sua alba. E nonostante le notevoli cifre concesse a Jordy Nelson, tra cui una meta di 66 yard, la difesa nickel adottata per la maggior parte dello svolgimento della gara di domenica ha tenuto botta, con una prestazione soddisfacente anche da parte del rookie Minkah Fitzpatrick, chiamato al non agevole compito di sostituire l’infortunato Reshad Jones.

Poi chiaro, se son rose fioriranno e presto capiremo se stiamo parlando di una striscia positiva d’inizio stagione o di qualcosa in più. Il fatto che domenica si incrocino le armi con New England ci darà certamente modo di comprendere il tutto molto meglio, in particolar modo dovendo fronteggiare una big in cerca di riscatto, cattiva come solo la squadra di Foxboro può essere.

4) I CHARGERS VORREBBERO MA NON AL MOMENTO POSSONO

L’attacco ci sarebbe anche, finché c’è il Signor Rivers la speranza è costantemente in modalità on, ma i Chargers si sono spesso ritrovati a dover rincorrere gli avversari suonando un disco già noto dodici mesi fa, quando si riversava più o meno nelle medesime condizioni di oggi. La chiave di lettura di tutta la questione è difensiva, ed il settore specifico riguarda le conversioni dei terzi down, un fattore che sta facendo crollare le resistenza fisica del reparto.

Purtroppo gli infortuni che hanno plagiato la franchigia nelle ultime due stagioni non sono stati d’aiuto, ed aggiungere il prestigioso nome di Joey Bosa alla lista senza nemmeno conoscere una precisa data di rientro – limitandosi a citare qualche momento di ottobre – non rappresenta esattamente il tipo di cura per il male che si deve sconfiggere. La resa difensiva nei terzi down è spesso dettata dalla pass rush, è una situazione dove spesso i coordinatori si concentrano nel mandare un maggior numero di uomini addosso al quarterback rispetto a quanti i bloccatori ne possano tenere, affrettandole decisioni e non permettendo alle tracce dei ricevitori di sviluppasi, l’esatto contrario di quanto ottenuto nella prima edizione della Battle Of Los Angeles, una gara mai veramente aperta.

Non è tanto una questione di sack in termini puramente numerici, quelli ci sono e sono sette in tre partite, e parte della soluzione del puzzle va affrontata tenendo conto che i Chargers hanno avuto il poco invidiabile lusso di affrontare Chiefs e Rams in due terzi delle occasioni in cui sono dovuti scendere in campo, ma Kansas City è parte della questione divisionale per cui, al di là di tutti, bisogna comunque essere preparati a fronteggiarli semmai si vorrà tentare di sopravanzarli. Le conseguenze dell’andare a concedere quasi metà dei terzi down tentati dagli avversari non possono che essere nocive se si debbono affrontare Mahomes e Goff nel giro di così poco tempo, con il problema di veder sopite delle potenzialità che includono delle ottime secondarie – nelle quali Derwin James si sta inserendo a meraviglia – ed una linea difensiva che a ranghi completi può far paura a chiunque.

Chiaro, l’assenza di Bosa è un’attenuante perché sia lui che Ingram provocano raddoppi anche in contemporanea con tutti i benefici che ciò comporta, e qualcuno di quei terzi down, con l’ex-Ohio State in campo, sarebbe potuto terminare diversamente. La realtà parla differentemente, e con gli otto tentativi su undici convertiti dai Rams diventa davvero impossibile chiedere di più a delle gambe non in grado di reggere quei ritmi. C’è poi l’annosa questione degli special team, con il punto addizionale – per carità, non decisivo – mancato da Sturgis e la meta generata da un punt bloccato, aspetti impossibili da sottovalutare ricordando che sono gli stessi ad aver impedito ai Chargers di giocare i playoff durante la stagione scorsa.

Il rinvio a giudizio è d’obbligo, ma al momento l’altra sponda di L.A. non sembra in grado di primeggiare come si preventivava.

5) I VIKINGS CONFERMANO CHE IL FOOTBALL NON E’ UNA SCIENZA ESATTA

Passano poche ore da quando una determinata squadra viene decretata come la peggiore della Lega, poi arriva la domenica successiva ed il tavolo viene ribaltato assieme a tutto ciò che vi si trova sopra. Il football è eccezionale soprattutto per la sua capacità di non poter essere previsto con precisione – ragione per la quale Brady e Belichick non hanno vinto dieci titoli fino a questo momento – il non cacciarsi nei guai dando qualcosa per scontato anche nelle situazioni più ovvie è una lezione che non abbiamo imparato, e per lo spettacolo va senz’altro bene così.

Nella stessa settimana in cui i Browns hanno vinto non dovrebbe sorprendere null’altro, però se ti chiami Vikings, covi sogni legittimi di Super Bowl e ti fai sculacciare dagli stessi Bills già pronti ad esaminare i candidati per la prossima prima scelta assoluta significa che o l’impegno è stato sottovalutato o che parecchio è andato storto. La performance complessiva, con particolari additamenti verso la fase offensiva, è quella più probabile per giustificare la debacle casalinga di Minnesota, che va peraltro a complicare da sé un percorso che vede pochissimi giorni di riposo in vista del l’odiato (dai giocatori) giovedì notte, con la prospettiva di uno degli scontri-chiave della regular season (leggasi Rams) a gettare ancora maggiori pressioni per portare a casa una vittoria e non perdere troppo terreno.

Che cosa è andato storto allora? Anzitutto la prestazione complessiva della linea offensiva, che ha lasciato passare un’esagerata quantità di pressione creando una quindicina abbondante di situazioni dove Kirk Cousins ha dovuto affrettare le decisioni od è stato impossibilitato ad effettuarle, nonché motivazione principale per i fumble persi nelle prime due serie giocate, che hanno messo tutto il reparto fuori ritmo e generato un’inerzia negativa che ha perseguitato i Vikings per tutto il pomeriggio domenicale. La prestazione opaca di Cousins si spiega certamente con la pressione ricevuta, ma anche con il piano partita e le decisioni effettuate: le esigenze di gara e le assenze hanno portato ad uno squilibrio offensivo testimoniato dai 55 tentativi di lancio effettuati, ma il dato più importante di tutti sono le 36 conclusioni scagliate tra la linea di scrimmage e le dieci yard successive, sintomo sì della fretta di liberarsi del pallone ma anche di un attacco fin troppo conservativo – Cousins ha prodotto nemmeno 7 yard per lancio in situazioni di tranquillità – che non ha ritenuto opportuno osare pur essendo sotto di 17 punti già nel primo quarto.

La difesa merita di essere giustificata solo in parte, i due turnover hanno sicuramente posto i Bills in una situazione di campo assai favorevole ed allargato le opportunità di segnare, ma le sviste non sono certo mancate. Josh Allen ha messo in serie difficoltà i linebacker con le su corse (spettacolare il gesto atletico con cui ha saltato Anthony Barr), i lapsus che hanno portato al touchdown di Croom e ad una ricezione più corsa di Ivory per 55 yard sono atipici per una difesa normalmente attenta a questo tipo di situazioni, e gli aggiustamenti che hanno rimesso le cose a posto nel secondo tempo sono arrivati troppo tardi.

Errori, questi, che squadre come i Rams fanno pagare ad un prezzo molto più caro, per cui la capacità di reazione di Minnesota sarà al centro dell’attenzione in prospettiva di questa delicatissima sfida.

6) I RAIDERS SEMBRANO UN LUNGO PROGETTO DI RICOSTRUZIONE

Nelle teorie di molti questa squadra avrebbe dovuto ricominciare da dove aveva lasciato due stagioni fa, e l’assunzione di Gruden, che tornava dopo anni sul luogo del delitto, aveva generato una sceneggiatura sicuramente eccitante. La partenza, come testimoniato dallo 0-3 che oggi campeggia accanto al nome della squadra in classifica, s’intuisce non essere stata delle più entusiasmanti, ed i Raiders sono quanto di più lontano ci possa essere da una compagine competitiva, facendo cadere i presupposti per pensare che i playoff siano un obiettivo raggiungibile.

Immaginiamo una certo tasso di difficoltà nel dover lavorare con una tale pressione addosso in termini di risultati da mostrare con immediatezza, e di certo ad Oakland si è creato un ambiente non facile da gestire se non altro perché si era creato una sorta di automatismo mentale secondo il quale la presenza di Gruden, le sue direttive, le sue idee chiare, sarebbero stati fattori determinanti per riportare i Raiders in alto in breve tempo. Le prime uscite ci raccontano invece di un’inesorabile discesa verso gli inferi della Nfl, con il fastidio di dover giustificare ad ogni conferenza stampa tutto ciò che non è andato bene sul campo, e soprattutto fuori.

Allora, con tutta probabilità, viene da pensare che quelle aspettative sia il caso di calibrarle meglio. Jon Gruden è da considerarsi come tutti gli allenatori al primo anno in una nuova realtà, non conta quanto tempo avesse già allenato qui o quanto entusiasmo avesse già generato nel Black Hole, quanto dimostrato dal campo indica che i Raiders non sono pronti a riprendere quel vecchio discorso così presto. Sembra più una squadra ancora in cerca d’identità, che deve gestire lo shock dell’aver ceduto Mack e sopportare ogni settimana chi rimarca le grandi prestazioni del numero 52 dei Bears, che deve rispondere ad alcune scelte discutibili e riguardanti l’età media del roster, gestioni problematiche esemplificate dal dentro-fuori di Martavis Bryant, firme-fantasma come quella di Brandon LaFell, ed un numero eccessivo di penalità – soprattutto tra gli special team – che indicono negativamente sulla posizione di partenza media dei drive nero-argento, bloccata sulla linea delle 22 yard.

L’attacco è il sesto miglior produttore di yard ed il venticinquesimo per scrittura di punti a referto, due dati fortemente contrastanti tra loro e indicativi della poca efficienza di un attacco troppo propenso al turnover o alla mancata conversione che costringe al field goal. Carr è fermo a due mete e cinque intercetti, numeri pesanti anche se non di sua totale responsabilità. Amari Cooper sembra sempre meno una prima scelta Nfl con il passare delle stagioni. La difesa patisce delle stesse problematiche di un anno fa, non c’è nessun playmaker incisivo (c’era…), non ci sono turnover sufficienti, e la pass rush – pur con l’aggravante di qualche infortunio di troppo – è tutt’altro che decisiva. L’intero reparto ha mostrato la tendenza al crollo nel quarto periodo.

Lo scenario per un campionato più lungo del previsto sembra proprio essere già scritto a dovere.

7) AI 49ERS NON CONVIENE SPENDERE RISORSE ECCESSIVE PER UN ALTRO QUARTERBACK

Jimmy G ha appena salutato questa stagione, decretando con molta probabilità la fine delle speranze playoff degli sfortunati 49ers. In queste ore si sta correndo per mettere in atto il piano B, ma la soluzione a breve termine è indubbio che risieda già a San Francisco, ha già giocato qualche partita nel 2017 senza entusiasmare, ma è l’unico in grado di conoscere il sistema Shanahan senza dover passare intere notti sopra al tablet.

C.J. Beathard, per ovvie ragioni, non può fare ciò che faceva Garoppolo ma può essere un buon traghettatore fino alla fine di una stagione dove il focus passa al gioco di corse e alla difesa, gli unici fattori che possono realmente incidere per tentare ciò che apparentemente risulta impossibile. Un record di 1-4 nelle cinque gare da titolare prima della trade con New England non depone esattamente a favore, tuttavia i Niners una squadra competitiva lo sono anche, ed in teoria da un anno all’altro anche i giocatori meno dotati di talento possono crescere ed imparare dai propri errori e sfruttare le occasioni che si pongono di fronte a loro. In fondo, se dessimo così tutto per scontato guardando solamente alle gerarchie, magari oggi Kirk Cousins sarebbe ancora una riserva.

Beathard non avrà scritto statistiche significative (55% di completi, 4 mete, 6 intercetti) ma non si è mai tirato indietro da colpi e botte, dimostrando di poter tenere il campo almeno dal punto di vista caratteriale. Ha un training camp in più sulle spalle, e non può essere a nostro modesto avviso peggiore dell’alternativa che i Niners pare stiano scrutinando in queste ore, Tom Savage, che qualora venisse firmato è più probabile che si ritrovi a fare la riserva di Beathard medesimo se non altro per garantire un minimo di profondità a roster. Sempre che Shanahan non decida di promuovere Nick Mullens dalla practice squad.

La peggiore delle ipotesi è che si torni alle difficoltà dello scorso anno, anche se il backfield possiede tutto sommato un buon ventaglio di opzioni – salute di Breida permettendo – ma in fondo San Francisco non ha nulla da perdere, ed è senz’altro preferibile provare un’opzione interna piuttosto che investire un giocatore del futuro (ovvero una scelta) per assicurarsi dei registi che non farebbero in ogni caso tutta questa differenza, e ricercabili nei quarterback già bocciati in queste prime settimane (Peterman), che debbono far posto alle nuove sensazioni (Taylor), o che hanno già esperienze di lavoro con il coach in questione (RGIII) magari per migliorare il potenziale risultato di una o due vittorie.

8) L’ATTACCO DEI COWBOYS NECESSITA DI INTERVENTI URGENTI

Sono trascorse tre partite dall’inizio del campionato, e potremmo scommettere una buona parte delle nostre fortune sul cocente senso di delusione che sta attraversando la mente di Jerry Jones. Di certo l’attacco frontale agli Eagles non voleva partire con un 1-2 iniziale che rimette in discussione le prospettive iniziali, poi le partite sono tante e tutto è apertissimo, ma i problemi offensivi sono più che evidenti e le soluzioni da reperirsi in merito sono più che urgenti, dato che parliamo di uno degli ultimi attacchi di Lega per yard e punti.

La motivazione principale ci pare essere il conto da pagare per il momento di transizione generato dall’assenza di Dez Bryant e Jason Witten, il primo senz’altro problematico caratterialmente e non sempre totalmente devoto alla causa ma in ogni caso incisivo in termini di impatto sul gioco aereo, il secondo si è invece ritirato come uno dei migliori tight end mai scesi in campo senza che il management reperisse una valida alternativa ad un evento che era da programmarsi più adeguatamente, se non altro vista l’età del buon Jason. Per il momento non può esserci soddisfazione per le decisioni prese per il roster offensivo, siano esse firme di free agency, scelte, o sviluppo di personale già in precedenza presente. Sostituire un Hall Of Famer non è compito facile, ma questa situazione vede un vuoto pressoché totale dati i contributi finora offerti da Geoff Swaim, unico tight end attualmente a referto nelle statistiche, mentre la batteria dei ricevitori è costretta a sperare in una rapida crescita del rookie Michael Gallup, dato che il nuovo acquisto Allen Hurns sta producendo una ventina di yard a gara, Terrance Williams non mostra segnali di progresso, e Deonte Thompson, prima tagliato e poi richiamato all’ordine, non è né un ricevitore primario e né una soluzione a lungo termine.

Su Prescott ci sentiremmo di sostenere che la giuria è ancora in fase di delibera, ed il motivo riguarda la necessità di tracciare una linea di confine tra le sue responsabilità e quelle della linea offensiva, un compito assai arduo. L’attenuante c’è, ed è rappresentata dall’imprevista indisponibilità di Travis Frederick, per molti il miglior centro della Lega e direttore di una delle migliori trincee che si possano trovare in circolazione, i dati pro-Prescott quindi riguardano l’enorme ed inusuale pressione che sta arrivando dal mezzo e l’eccessiva differenza qualitativa delle armi offensive a disposizione della fase aerea, due aspetti che sottolineano l’impossibilità di fare chissà quali miracoli, pur considerando gli errori da lui compiuti. Oltre alla crescita del già citato Gallup, un’interessante area di miglioramento è rappresentata da Tavon Austin, un giocattolino schierabile in più posizioni e da sempre capace di eseguire più compiti su un un campo di football, fino a questo momento utilizzato in un terzo degli snap offensivi totali e comunque già responsabile di un paio di mete e giocate a lunga gittata. Aumentarne il coinvolgimento potrebbe già rappresentare un passo verso la risoluzione del problema.

9) A SEATTLE URGONO DECISIONI SU EARL THOMAS

La situazione di Earl Thomas è senz’altro differente da quella di Le’Veon Bell, se non altro perché il safety dei Seahawks è regolarmente in campo e sta saltando gli allenamenti per preservarsi la salute, accettando tutte le conseguenze economiche del caso. Il quadro non è destinato a diventare più bello: circostanze di questo tipo non sono nuove e sempre più giocatori nelle prossime offseason faranno i loro scioperi per chiedere maggiori garanzie sui loro accordi in scadenza, ma continuare a farsi reciprocamente del male distraendo l’unità dello spogliatoio non conviene a nessuna delle parti coinvolte, ed il fatto è già stato abbondantemente dimostrato.

Molte franchigie hanno agito appena prima del kickoff, chi per rinnovare i propri richiedenti, chi per scambiarli, evitando tutte le possibili noie derivanti dall’utilizzo del franchise tag, ovvero la prossima destinazione di Thomas qualora la faccenda non si sbloccasse. La soluzione non è facile da reperire ed è pure difficile schierarsi da una parte piuttosto che dall’altra, perché ci sono motivazioni valide per comprendere le azioni di entrambe. Se, tuttavia, a Seattle ci sono già idee chiare sul da farsi nel lungo termine, al management conviene eseguire il prossimo passo, e farlo in fretta. Thomas ha 29 anni ed è in scadenza di contratto, di sicuro non giocherà sotto il tag vedendosi diminuire le possibilità di un accordo più lungo quando avrà già compiuto i trenta, e più la sua ingombrante presenza a Seattle si estenderà, meno controvalore riceverà la squadra per un suo possibile scambio a stagione inoltrata.

L’analisi della situazione dimostra che conviene agire adesso, e prendere il massimo ottenibile sul mercato, rappresentato da una scelta futura. Oppure venire incontro ad un giocatore che non mostra segni di cedimento e che anche domenica ha inciso con le sue giocate, e dargli ciò che desidera dopo anni di sacrifici ed acciacchi assortiti. La via di mezzo no, i Seahawks potrebbero venirne fuori danneggiati in qualsiasi caso.

10) JOSH ALLEN E’ LA GRANDE SORPRESA DELLA SETTIMANA

Pensiamo al contesto, e c’è solo da farsela addosso: essere rookie, giocare la prima vera partita da starter, doverlo fare a Minneapolis contro una difesa fortissima ed un pubblico rumorosissimo, entusiasta per le rosee prospettive dei Vikings nei riguardi della possibile cavalcata in direzione Super Bowl. I Bills hanno confezionato uno dei più grandi upset degli ultimi tempi, e Josh Allen, lo stesso quarterback che dalle dichiarazioni dello staff s’intuiva essere non pronto a calcare un campo di gioco, ne è stato l’indiscusso protagonista. Il contesto comprende anche la situazione offensiva dei Bills: un pacchetto ricevitori lontanissimo dall’essere entusiasmante, l’assenza di LeSean McCoy, ambedue ingredienti che parevano raffigurare un cervo atterrito dinanzi ai fari del mezzo che gli si sta per schiantare addosso, un disastro annunciato.

Certo, c’è da considerare che i Vikings ci hanno messo parecchio del loro per perderla giocando un primo quarto che pareva non potersi materializzare nemmeno nei loro incubi più reconditi, e che Allen, da buon rookie, ha comunque effettuato degli errori rischiando di camminare sul filo del rasoio, perché ciascuno dei tre fumble commessi per aver tenuto palla troppo a lungo o per non averla protetta adeguatamente, trucchetti che arrivano con l’esperienza, avrebbe potuto partorire delle conseguenze negative sprecando gli immani sforzi di una squadra che ha tirato fuori la prestazione dell’anno.

Detto questo però è anche corretto riconoscere il nuovo status di eroe locale di Allen, un giocatore che ha ridato istantanea speranza agli affezionati di Buffalo misurandosi adeguatamente contro condizioni avverse, ed attenzione, non stiamo dicendo che la cosa debba necessariamente continuare così perché da sgrezzare c’è comunque parecchio, ma tra lo spettro di una stagione surreale, magari capace di eguagliare le poco invidiabili imprese dei Browns e la prospettiva di un campionato involutivo rispetto al 2017 ma comunque contenuto nei limiti della decenza, passa una grossissima differenza.

Altri dati interessanti: Allen ha completato il 70% dei suoi passaggi – ivi considerando anche un paio di drop di Kelvin Benjamin – ed ha interpretato al meglio un playbook comprensibilmente conservativo, cauto nel non esporre troppo la matricola ai rischi del mestiere così presto ed intelligente nello sfruttamento delle tracce corte, che hanno prodotto parecchio dopo la ricezione. La linea ha concesso quasi tre secondi di tempo per lanciare, un tempo migliorabile ma comunque sufficiente per permettere un minimo di selezione del ricevitore, Allen si è tolto dalla pressione in più di qualche situazione grazie alla mobilità, e la produzione offensiva è arrivata senza sfruttare la sua miglior qualità, il braccio da vero e proprio bomber.

Magari sarà una stagione avara di soddisfazioni in termini di vittorie, ma continuando di questo passo i Bills potrebbero trovarsi già avanti rispetto al programma stilato. Un vantaggio di non poco conto, quando serve mettere mano in tanti altri settori del roster.

Post By davelavarra (474 Posts)

Davide Lavarra, o Dave e basta se preferite, appassionato di Nfl ed Nba dal 1992, praticamente ossessionato dal football americano, che ho cominciato a seguire anche a livello di college dal 2005. Tifoso di Washington Redskins, Houston Rockets, L.A. Dodgers e Florida State Seminoles. Ho la fortuna di scrivere per questo bellissimo sito dal 2004.

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One thought on “Ten Weekly Lessons Week 3: upset e grosse grane arbitrali

  1. D’accordo su tutto.
    I miei Dolphins, mascherando abilmente i problemi di fondo, hanno comunque vinto tre partite e… la quarta la dirà lunga su tutto il campionato, almeno in caso di vittoria. Il calendario finora è stato benevolo e gli infortuni incominciano a essere pesanti, vediamo…
    Sulla questione del roughing the passer sono basito: ho già visto numerose chiamate cervellotiche, ma le ultime fatte a Clay Matthews hanno del ridicolo davvero.
    Spiace per Garoppolo e sono contento per i QB Allen e Rosen (quest’ultimo non ha brillato nel poco che ha giocato, ma Bradford andava giustamente fermato!). La sconfitta dei Vikings invece è la dimostrazione lampante del fatto che la NFL sia meravigliosamente competitiva.

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