Metà stagione è trascorsa senza quasi nemmeno accorgersene, ed è già arrivato il momento di prepararsi al rush finale. Si avvicina il momento caldo del campionato, sono oramai lontane le partite dove gli ingranaggi andavano oliati al meglio per scrollarsi la ruggine di dosso e si sono già ben delineate sorprese e delusioni, tra le quali abbiamo trovato conferma della crescita di alcune franchigie che sembrano avere ritrovato la direzione giusta.

Teddy Bridgewater

Teddy Bridgewater

I Minnesota Vikings rientrano di diritto in questo elenco, se non altro perché nella prima metà di questo loro interessante percorso hanno offerto un football molto consistente, anche se non certo spettacolare. La costruzione di una squadra in grado di competere per i playoff sta proseguendo nella maniera corretta e sta dando ragione alla dirigenza, che ha dato in mano le redini della compagine ad uno degli allenatori più sottovalutati dell’intero panorama professionistico. Vale la pena ricordare il fatto che non molto tempo fa questa franchigia aveva tentato di accorciare la strada verso il successo assicurandosi i servigi di un nemico divisionale storico come Brett Favre arrivando ad un passo dall’accesso al Super Bowl, pur sapendo a priori che questo tipo di situazione – data l’età del mitico numero 4 – era di natura prettamente provvisoria, per cui sarebbe seguita una ricostruzione.

Queste considerazioni i Vikings le avrebbero fatte una volta giunto il più volte annunciato ritiro, sbagliando importanti valutazioni su un ruolo fondamentale trascinandosi stancamente tra una stagione perdente e l’altra, con la sola eccezione della qualificazione alla Wild Card ottenuta nel 2012, comprendendo molto presto che le risorse su cui la dirigenza aveva investito per la regia non erano affatto ciò che serviva per girare pagina ed avviare un ciclo che guardasse il futuro più a lungo termine. Christian Ponder fa parte di quella lunga lista di giovani quarterback aventi ottenuto una chiamata al primo giro solo ed esclusivamente per l’eccessiva richiesta nel ruolo che ha afflitto tante squadre, tutte fin troppo smaniose di scovare l’ipotetico franchise-qb, mentre invece la storia di Matt Cassell è ben conosciuta, così com’è nota la sua cronica mancanza di efficienza ad alti livelli.

Quelli di oggi sono i Vikings del nuovo ciclo, sfrattati dalla loro casa per la seconda volta nel giro di pochi anni, stavolta non per riparare il tetto del moribondo Metrodome, ma per attendere la finitura del nuovo e fantascientifico stadio che aprirà i battenti l’anno venturo. Sono i Vikings di Mike Zimmer, un uomo che ha dovuto attraversare enormi e tragiche difficoltà mentre si accingeva a spiccare il volo nel novero degli assistenti difensivi più brillanti della NFL, servendo Marvin Lewis nel modo più appropriato possibile trovandosi contemporaneamente costretto ad affrontare uno dei dolori più lancinanti che possano esistere in questo mondo, la perdita prematura della moglie. Sotto le sue direttive i Cincinnati Bengals sono cresciuti esponenzialmente, e si sono sempre classificati nella top ten di Lega per yard e punti concessi al passivo, un traguardo che se analizzata la storia precedente della franchigia non poteva certo passare inosservato.

A Minneapolis si è edificato seguendo due dei criteri essenziali del football: la difesa ed il quarterback.

Mike Zimmer

Mike Zimmer

Il reparto difensivo è stato adeguatamente ringiovanito, ed è probabilmente il motivo principale di questa positiva partenza di campionato. Gli schemi di Zimmer tendono a non essere attendisti riguardo allo sviluppo dell’azione, ma sono atti ad aggredire forzando le decisioni altrui, e questo ha provocato un netto miglioramento nel rendimento complessivo. La difesa è ben piazzata a livello statistico per yard concesse sia su corsa che su passaggio, e l’aspetto che salta maggiormente all’occhio sono i punti concessi, attualmente il secondo miglior risultato di tutte le partecipanti al campionato. E’ una difesa che Zimmer ha saputo traslare e plasmare, utilizzando sapientemente quanto aveva già trovato a roster e selezionando con cura rookie e free agent, trovando evidentemente il mix di talento da lui desiderato. Ed è una difesa che fino a questo momento ha tenuto strette per mano le sorti della squadra, alle prese con la lenta partenza da parte di un attacco che solo ora ha cominciato a girare come preventivato.

Uno dei punti fermi dello schieramento difensivo è il nose tackle, ruolo intepretato alla perfezione da Linval Joseph, il quale sta mantenendo un rendimento non certo inferiore a nomi molto più conosciuti e pagati rispetto a lui. Se Minnesota difende così bene contro le corse lo deve soprattutto ad un giocatore che ha bisogno di due uomini di linea per essere spostato (con somma fatica) all’indietro, che occupa spazio annullando ogni varco per le corse centrali, che se messo in uno contro uno è destinato a vincere il duello in maniera praticamente sistematica, creando l’immediato collasso della tasca. Gli spazi Joseph li occupa, ma li crea pure, e di questo giovani atleti come Anthony Barr ed Eric Kendricks ringraziano sentitamente dato che i linebacker sono sempre tra i primi ad effettuare il placcaggio con diversi interventi dietro alla linea di scrimmage, riuscendo a tamponare al meglio il declino atletico di Chad Greenway.

Le secondarie presentano un colpitore violento e preciso come Harrison Smith, la cui presenza è fondamentale per mantenere intatta la componente intimidatoria nei confronti degli avversari, e si avvalgono di un mix tra esperienza e gioventù che fino a questo momento ha dato discreti risultati. Terrence Newman ha una decade di football alle spalle ma sta giocando ancora piuttosto bene, e Xavier Rhodes, un investimento molto alto (fu una prima scelta) sta cercando di diventare quel corner in grado di annullare il miglior ricevitore avversario, non senza qualche difficoltà. Il suo rendimento nel complesso è più positivo che negativo, ma questi alti e bassi non sembrano precludergli dei margini di miglioramento che la squadra si attende man mano che l’esperienza va accumulandosi.

Adrian Peterson

Adrian Peterson

Non dimentichiamo che questa è una squadra che ha ritrovato Adrian Peterson dopo le note vicende extra-sportive dello scorso anno. Il futuro Hall Of Famer è tornato con un impatto decisivo, come se mai avesse saltato una partita di football ufficiale, una forma strepitosa resa possibile solamente dalla sua enorme dedizione al lavoro e all’estrema cura del suo corpo. L’attacco ha faticato non poco ad ingranare, ma Peterson lo ha trascinato meglio che poteva nonostante una linea offensiva non certo eccelsa (complice l’infortunio in preseason di Phil Loadholt) rivelandosi indispensabile e completo, come al suo solito: dopo un esordio limitato ad una trentina di yard (la partita contro i 49ers è stata tuttavia sbagliata da tutta la squadra), il forte running back è tornato alle cifre abitudinarie proponendosi anche come ricevitore fuori dal backfield, e le sue 4.5 yard di media per portata hanno aiutato Teddy Bridgewater nel passare inerme alcuni momenti di stasi, per poi trovare il ritmo un poco alla volta.

Già, Bridgewater. Forse stavolta i Vikings ci hanno visto giusto, e la stabilità che il buon Teddy potrebbe dare al ruolo per i prossimi anni rappresenta tutto ciò che Zimmer ed il suo staff stavano cercando. Ancora gli manca la giocata spettacolare in profondità, non è temutissimo per i big play e la sua distribuzione rende bene in particolare modo nel raggio medio-corto, ma la sua attitudine tendente ad erigersi da protagonista nei quarti periodi delle gare, un elemento venuto prepotentemente fuori contro Chicago, ha messo in campo delle capacità di nervi saldi di non poco conto anche quando la situazione non è delle migliori. Di un quarterback capace di rimontare ci si può sempre fidare. E lui sembra un ragazzo a posto, conscio dei suoi attuali limiti e dei suoi possibili miglioramenti, lontano dall’eccessivo pompaggio che ragazzi come lui ricevono solo per perdersi per strada in maniera irrimediabile (se ci sei batti un colpo, Geno Smith…), pensando di essere qualcosa che in realtà non sono. Il suo rendimento deve essere più costante nell’arco dei sessanta minuti, alcune connessioni vanno aggiustate (in particolar modo quella con Mike Wallace) e deve mostrare una minor fretta di confezionare la giocata esaltante, che quando la partita viene condotta nel modo giusto prima o poi arriva da sola. Bridgewater deve affrontare ancora alcuni processi di maturazione ma ha già mostrato parecchi progressi in questa sua ancora breve esperienza professionistica, e le cose, all’attualità, sembrano davvero essere direzionate in maniera favorevole.

Chi avrebbe poi detto che i Vikings sarebbero stati sufficientemente efficienti anche senza il contributo di Cordarelle Patterson? Tra tutti i fattori intervenuti durante il campionato, questo era senza dubbio il meno preventivabile. Lui era l’uomo della giocata elettrizzante, che fosse offensiva o di special team poco importava, il fiuto per la endzone era di quelli di alta qualità. Quest’anno di lui c’è poca traccia, 10 yard ricevute in sette partite e zero big play spettacolari, presenze in campo sporadiche e pochissimi palloni lanciati in sua direzione. Dopo un’annata da rookie molto promettente Patterson ha perso il posto di titolare a discapito di Charles Johnson, e nonostante l’infortunio che ha inizialmente tenuto quest’ultimo ai box ad inizio del presente torneo non è più riuscito a risalire la depth chart della batteria ricevitori.

Stefon Diggs

Stefon Diggs

Demerito suo, ma merito anche della forte emergenza dell’esplosivo Stefon Diggs, così continuo in queste prime sue partite da pro tanto da far già parlare di possibile steal dell’ultimo Draft, nel quale fu solo il diciannovesimo wide receiver selezionato. Il quinto giro proveniente da Maryland ha registrato cifre folli, o meglio, al College era abituato a scriverle ma in tutta onestà proiettarle in ambito professionistico era tutt’altra impresa. Dopo aver saltato le prime uscite per infortunio, Diggs nel giro di un mese è diventato il miglior wideout a disposizione di Bridgewater, con il quale è stato creato un ottimo rapporto d’intesa tattica. Non solo il piccolo ma velocissimo ricevitore ha immediatamente acceso i fuochi artificiali in un attacco impantanato a lunghi tratti, ma le cifre raccolte (oltre 400 yard) se ripetute con questa costanza, potrebbero fargli sorpassare alcuni dei record che un certo Randy Moss stabilì in loco da rookie. Diggs ha l’abilità di riuscire a liberarsi dalle marcature grazie ai tagli improvvisi e al distacco che riesce a creare con la rapidità di piedi, e possiede il dono di creare la giocata – proprio come accaduto domenica scorsa contro i Bears – quando dopo tre quarti sostanzialmente all’asciutto ha demolito le secondarie quasi da solo segnando pure la meta del pareggio, ricevendo un passaggio di una decina di yard per poi girarsi da un lato mandando per le terre il difensore ed esplodere in campo aperto.

Pare giusto parlare di playoff per questa squadra? La risposta in questo istante è senz’altro positiva, specialmente se i prossimi test avvaloreranno tale tesi. Minnesota può contare sul fatto che Detroit e Chicago sono dei non-fattori in chiave postseason, e di poter disporre di ambedue gli incontri con i Packers per tentare di insidiarne il primato divisionale. Definire Aaron Rodgers in crisi seppure dopo una prova offensivamente misera come quella contro i Broncos pare fuori luogo, tuttavia i Vikings sono ad una sola vittoria di distanza da Green Bay con i playoff abbondantemente a portata di mano, in particolar modo qualora dovessero superare il difficile ostacolo rappresentato dai Rams che arriverà questa domenica.

Una qualificazione alla Wild Card con questa difesa ed un attacco in crescita non è un pensiero poi così lontano dalla realtà.

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