Ammettiamo le nostre colpe, suvvia. Era il mese di agosto, piena preseason, ed anche noi, pensando ai possibili sviluppi della NFC East per il presente campionato, ci eravamo iscritti al club di coloro che pensavano  all’ennesimo fallimento sul filo di lana dei Dallas Cowboys.

I risultati degli ultimi anni, tuttavia, parlavano da soli, e mai hanno deposto a favore del team di Jerry Jones. Questa stagione aveva il sapore dell’ultima occasione per Jason Garrett, un coach che nonostante il talento a disposizione non è mai riuscito a traghettare la squadra ai playoffs nonostante le promettenti partenze di quasi ogni campionato passato alla guida dei texani, ivi comprendendo un record di 5-9 nel mese di dicembre, l’aspetto maggiormente indiziato per gli insuccessi di una franchigia che da tre anni non riesce a mettere il naso più in là di un semplice 8-8.

ROMOWITTNonostante si continuasse a parlare del fatto che il presente anno potesse rappresentare il canto del cigno per Garrett in caso di nuovo fallimento, e si perseverasse nell’additare la difesa dei Cowboys come la peggiore della Lega (in America lo sostenevano sostanzialmente tutti i siti sportivi più importanti) o nel dare Tony Romo per finito, durante il training camp Dallas osservava il tutto in religioso silenzio, usando le critiche come motivazione per zittire tutti quando il momento giusto sarebbe giunto, e assecondando furbescamente quelle che erano le idee che i media avevano sparpagliato in giro riguardo le prospettive della squadra.

Un’idea definitiva sui Cowboys, proprio a causa dei loro crolli invernali, non era possibile farsela se non attendendo, appunto, gli sviluppi delle loro prestazioni nel famigerato mese di dicembre, ovvero il mese corrente.

Indicazioni solo parziali erano difatti giunte da una partenza consistente – il che, tuttavia, non costituiva una novità – ottenuta grazie ad una striscia di sei affermazioni consecutive, tra cui una più che convincente vittoria in quel di Seattle facendosi beffa del rumorosissimo impianto dei Seahawks, ma il vero test si sa, è quello che i giocatori e lo staff che li gestisce debbono affrontare in un momento particolarmente delicato dell’anno, dove gli infortuni si sono già abbondantemente accumulati, e chi ha avuto la fortuna di non farsi male gravemente deve stringere i denti e dare il meglio di sé con la qualificazione per i playoffs in palio.

Chiunque si sia fatto trarre in inganno dal confronto con Philadelphia del Giorno del Ringraziamento, gara nella quale Dallas ha registrato una delle peggiori prestazioni dell’anno con l’aggravante di trovarsi dinanzi al pubblico amico, si è dovuto rimangiare le parole davanti alla capacità di reazione nel secondo confronto con gli Eagles, avvenuto nell’ultimo Sunday Night. Phila è stata a tratti dominata, e proprio quando si è rifatta sotto andando brevemente in vantaggio dopo il 21-0 iniziale, ha nuovamente perso le redini del confronto. Difficilmente i vecchi Cowboys avrebbero potuto rimettere in piedi una situazione di questo genere.

Tony Romo, che spesso ha giocato il ruolo del capro espiatorio, sta disputando un’altra eroica stagione tenendo a bada i gravi problemi alla schiena (sono anni che gioca con infortuni assortiti senza lamentarsi, ma quanti gliene hanno reso merito?) grazie a fastidiose iniezioni di antidolorifici. Sembra un quarterback più maturo, che ha finalmente compreso come evitare di recare danno alla propria squadra  lanciando intercetti deleteri, e sta conducendo la squadra con giudizio nel momento clou della stagione. L’attacco da lui condotto deborda di armi, avendo il lusso di poter schierare colui che è a tutti gli effetti il miglior running back della NFL, un DeMarco Murray finalmente lontano dagli acciacchi fisici (problema alla mano a parte, che lo lascia in forte dubbio per domenica prossima contro i Colts), ed un ricevitore tanto caldo nel temperamento caratteriale quanto puntuale nel registrare giocate enormi come Dez Bryant, che ha massacrato Philadelphia con 3 mete in un sol colpo proprio domenica, portando a 13 il suo bottino stagionale con ancora due partite da disputare.

demarco-murray-demeco-ryans-philadelphia-eagles-dallas-cowboysE’ un attacco equilibrato, che riesce a miscelare nel modo più opportuno le corse ed i passaggi. Murray detta i tempi e permette di imporre il gioco di corse, aprendo un ventaglio di soluzioni che sta a Romo posare conseguentemente in opera. Per questo aspetto, va dato un giusto riconoscimento ad una linea offensiva che sta rendendo in maniera straordinaria, soprattutto grazie ai frutti del Draft. La trincea è fortissima nel creare opportunità per le corse grazie alla precisa applicazione degli schemi di bloccaggio ed alle capacità atletiche dei singoli, e talvolta concede a Romo addirittura sei o sette secondi di tempo per lanciare, o trovare un diversivo qualora saltino le prime due opzioni.

E’ il giusto risultato per gli sforzi di un management spesso criticato, che ha invece dimostrato lungimiranza e corretta comprensione dei problemi di squadra, rivoltando la linea offensiva nel giro di quattro anni di Draft, spendendovi ben tre prime scelte. E visti i rispettivi rendimenti, è corretto sostenere che Dallas non potrebbe disporre di questa efficienza offensiva senza i contributi del possente Tyron Smith, una colonna portante, del centro Travis Frederick, troppo sottovalutato, e del rookie Zack Martin, un’acquisizione che potrebbe aver sistemato il reparto per anni data la capacità del soggetto di giocare molteplici posizioni nel fronte.

La difesa non propone chissà quali superstars, ma sta rendendo molto meglio del previsto nonostante Jones abbia peccaminosamente sovrastimato il valore di Brandon Carr e Morris Claiborne, che del reparto dovrebbero essere i capisaldi, ma che mai hanno dimostrato di valere i sacrifici economici conseguiti dalle loro firme. Il reparto ha beneficiato del passaggio da Monte Kiffin e Rod Marinelli, un fervido credente dei fondamentali della 4-3 ed esattamente contrario a tutti quegli schemi creativi che si vedono oggigiorno in giro per la Lega, nonché coach riuscito a spremere al meglio il non eccessivo talento a sua disposizione.

Il settore ha risposto come meglio poteva agli infortuni, su tutti quello occorso a Sean Lee durante gli allenamenti pre-stagionali, nonché quello che ha tolto di mezzo Justin Durant a campionato in corso, va inoltre dato atto a Jones di aver scommesso positivamente sul punto di domanda enorme che circondava il re-inserimento di Roland McClain nel mondo del football professionistico, e nonostante la squadra non sia ben posizionata riguardo le yards concesse di media ad apparizione, è importante notare come sia intercetti che turnovers siano in doppia cifra, un aspetto molto importante che ha aiutato a sopperire alla mancanza di una pass rush consistente.

travis-frederick-zack-martin-nfl-preseason-baltimore-ravens-dallas-cowboys1-850x560Tutti aspettavano Dallas al varco in una partita che valeva la stagione, con la NFC East in palio ed una nuova credibilità da costruirsi in chiave post-season, e la squadra ha risposto con una prestazione complessiva di grande spessore che ora permette ai Cowboys di gestire il proprio finale di campionato controllando la propria sorte, essendo infatti sufficiente una vittoria per agganciare la matematica vittoria divisionale con un turno di anticipo. Lo spettro di un altro 8-8 è abbondantemente scongiurato, e non sembra proprio che il destino abbia in serbo un altro clamoroso crollo natalizio per questa squadra, che sembra aver tratto le giuste lezioni dalle brutte figure del passato.

Si dice che dove non arriva il talento intervengono il cuore e la determinazione. A Dallas possiedono sia l’uno che l’altro, ed ora che vedono nuovamente il traguardo, le indicazioni dicono che stavolta non cadranno poco prima di varcarlo.

 

 

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