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Super Bowl. Basta la parola. La pronunci e già capisci che si tratta di qualcosa di enorme. Sarà per quel prefisso “super”, che utilizzato dagli americani, già di per sé portati ad ingigantire tutto, diventa qualcosa di quasi mostruoso. Sarà perché in quella domenica, se si guarda un normale telegiornale, nell’immancabile servizio dagli States si sente sempre la solita frase: ”Oggi l’America si ferma per il Super Bowl”, senza fornire altra spiegazione se non “la finale del campionato di football”. Sarà perché quella domenica metti il Televideo, pagina Altri Sport, e trovi una paginetta che parla di football (di solito poco e male), e il giorno dopo trovi addirittura il risultato e il nome dell’MVP.

Il football, sport in Italia dilettantistico e quasi clandestino, conquista all’improvviso un piccolo spazio nella cronaca pubblica, per poi tornare nell’oblio per altri 365 giorni. Ma perché? Che cos’è questo Super Bowl?

Difficile spiegarlo. Sportivamente altro non è che la finale del campionato NFL, punto e basta. Ma se si va oltre ci si accorge che è molto, molto di più: è un pezzo d’America, una sorta di leggenda popolare, un rito collettivo che avvolge una Nazione, la celebra e la racconta. Non c’è niente di simile nel mondo dello sport, per lo meno tra gli eventi a cadenza annuale. Nulla che nel tempo si sia trasformato in una festa nazionale de facto come il Super Bowl. Quando gli amici calciofili mi chiedono che cos’è il SuperBowl, l’unico paragone che mi viene in mente è la finale di Champion’s League, ma subito mi viene da aggiungere: ” moltiplicata per 100”. Non c’è niente da fare, non capiscono.

E pensare che tutto inizio così…

packers…in modo molto meno epico di quanto si possa pensare. Era il 15 gennaio del 1967, al Memorial Coliseum di Los Angeles andava in scena il primo AFL-NFL World Championship Game. Di fronte i Green Bay Packers (NFL) e i Kansas City Chiefs (AFL). Un po’ di storia è qui doverosa. All’epoca vi erano due leghe pro negli USA, l’antica NFL e la più recente e rampante AFL. Quando l’8 giugno del ’66 i rappresentanti delle due leghe trovarono l’intesa per la fusione (resa effettiva nel giro di pochi anni), tra gli accordi fu inserita anche la creazione di una sfida tra i campioni NFL e quelli AFL, onde poter proclamare un’ unica squadra campione nazionale. La sede di Los Angeles fu stabilita soltanto un mese e mezzo prima della partita, e la data addirittura più tardi. La rivalità tra le due leghe non bastò a conferire all’evento un appeal tale da riempire lo stadio. Dei 94.000 posti disponibili al Coliseum, ben 33.000 rimasero vuoti nonostante il blackout televisivo nell’area di Los Angeles, e ci furono aspre critiche al prezzo dei biglietti (12 $). In realtà, a svuotare di fascino la partita fu la convinzione diffusa che nessun team della AFL fosse in grado di competere ad armi pari con un qualsiasi altro team della ben più blasonata NFL. Fu l’unica finale trasmessa in contemporanea da due network (NBC e CBS), l’Halftime Show consistette in una sobria esibizione delle marching band delle Università di Arizona e Grambling State. Sobria anche la cerimonia di premiazione. Talmente sobria che i due giornalisti chiamati a presentare e consegnare il trofeo, Pat Summerall (CBS) e George Ratterman (NBC), dovettero condividere un unico microfono.

Packers vs Chiefs dunque, con i primi costretti non solo a vincere, ma a stravincere, per confermare la superiorità della NFL. La pressione sui Packers fu tale che persino un duro come coach Vince Lombardi cadde in preda al nervosismo durante un intervista con Frank Gifford della CBS, tremando e aggrappandosi al braccio del giornalista. Non che i Chiefs stessero molto meglio, però. Avevano l’occasione per dimostrare che potevano competere alla pari con un team NFL, e anche questo comportava una pressione non da poco.

Finì con i Packers largamente vincenti (35-10), ma con i Chiefs che crollarono solo nel secondo tempo, dimostrando che forse la AFL, come qualità di gioco, era sì ancora distante dalla NFL, ma non vi erano milioni di anni luce. Il Qb dei Packers Bart Starr fu il primo MVP, anche se l’immagine che resta di quella partita è la straordinaria ricezione ad una mano del TE Max McGee, il primo Td della storia del SuperBowl.

Non ci sono molte altre immagini di quella partita. Ma non perché non vi furono altre giocate altrettanto spettacolari o importanti, ma semplicemente perché…i network pensarono bene di utilizzare quei nastri per registrarci sopra altre cose. Incredibile ma vero, nessuno immaginava che il Super Bowl sarebbe diventato quello che è oggi, e i nastri all’epoca erano parecchio costosi, quindi si doveva risparmiare riutilizzandoli più volte. La ricezione di McGee e il primo Td su corsa di Jim Taylor (sempre dei Packers) erano le uniche azioni che si erano salvate. Solo la NFL Films, presente con una piccola crew a bordo campo, aveva conservato una quantità di materiale visivo maggiore, seppur non la partita nella sua interezza.

Solo nel gennaio del 2011 la CBS ha ritrovato in Pennsylvania una registrazione più ampia della partita, e ha sottoposto la pellicola ad una delicata operazione di restauro. Tale nastro è ancora oggi la più completa versione di quel match, seppur manchino l’Halftime Show e la maggior parte del 3° quarto.

Joe Namath, l’uomo del destino

joe-namathParagonato a ciò che è oggi, gli aneddoti sul primo SuperBowl della storia fanno sorridere. Uno stadio vuoto per 1/3? Due network a trasmetterlo e le immagini sono andate perdute? Un’ organizzazione così misera?

Eppure, se il Super Bowl è diventato ciò che è oggi, molto lo si deve anche a quei 30 minuti di eroica resistenza dei Chiefs. Perché un evento sportivo, una finale soprattutto, per imporsi nell’immaginario collettivo deve avere un elemento essenziale: l’incertezza sul risultato. La sfida AFL-NFL risultava un Davide contro Golia dall’esito scontato, una sorta di formalità per i campioni NFL. Ma quei 30 minuti giocati alla pari convinsero tutti i team AFL che il muro non era così invalicabile.

E a crederci più di tutti fu soprattutto Joe Namath, una specie di uomo del destino nella storia del football. Uno che spinse la NFL a trattare la fusione con l’AFL. Eh sì, perché la NFL, sin dalla fine della prima guerra mondiale aveva dominato lo scenario del football a stelle e strisce, e le varie leghe alternative che provarono a sfidarla fallirono miseramente. Ma la AFL era diversa. Possedeva risorse economiche in grado di garantirne la sopravvivenza, aveva firmato un contratto televisivo, e si era ritagliata una vetrina in grado di attrarre i migliori prospetti dai College.

Quando Namath, alla fine della stagione ’64 uscì da Alabama, fu sommerso di offerte, al punto che per lui si scatenò una vera e propria asta tra NFL ed AFL. Nello stupore generale, la spuntò quest’ultima, e Namath indossò la divisa dei New York Jets. Pete Rozelle, leggendario commissioner NFL, intuì il pericolo che tali aste avrebbero potuto ripetersi sempre più spesso, con la conseguente lievitazione abnorme dei costi legati al personale, e propose alla AFL la fusione.

Namath aveva dunque già il suo posto nella storia, ma non si accontentò. “Broadway”, come era soprannominato, era un tipo ribelle, amava la bella vita e non faceva esattamente la cosiddetta “vita da atleta”. Ma il suo talento era cristallino. E il 12 gennaio del 1969 guidò i Jets nella finale contro i Baltimore Colts, all’Orange Bowl di Miami, la prima finale battezzata col nome “SuperBowl”, e accompagnata dal numero romano III. I nomi di SuperBowl I e II furono assegnati “postumi” ai due NFL-AFL World Championship Game precedenti.

I bookmakers, vista anche la facilità con cui i Packers si sbarazzarono dei Raiders nella finale dell’anno precedente, davano i Colts vincenti di 18 punti, ma Namath, da bravo spirito ribelle, se ne infischiò, e subito dopo la vittoria dell’AFL Championship cominciò a provocare il Qb rivale, Earl Morrall, sostenendo che in AFL vi erano almeno 4 Qb più forti di lui, tra cui ovviamente sé stesso e il suo back up, il 38enne Babe Parilli.

Ma si superò tre giorni prima della partita, quando in un locale di Miami, spinto dalle provocazioni di un tifoso Colts e dall’alcool, dichiarò pubblicamente:” Vinceremo la partita. Ve lo garantisco”. Roba che spinse l’allora HC dei Jets, Weeb Eubank, a dire: “Fossi stato presente, gli avrei sparato”.

Ma in realtĂ  Namath aveva semplicemente dato voce alla speranza di tutti i compagni di squadra, che analizzando i filmati avevano capito di potersela giocare sul serio contro i Colts. E non solo se la giocarono. La dominarono.

Finì 16-7, coi Colts a segno solo nel finale, quando ad uno spento Morrall subentrò un giovane che avrebbe fatto parlare di sé in futuro, un tale Johnny Unitas. Namath fu perfetto nel guidare l’attacco, e pur non mettendo a segno neanche un Td pass in tutta la partita fu premiato come MVP.

Avevano vinto i Jets, e con essi la AFL. E vinse il Super Bowl, divenuto, grazie all’impresa dei Jets, uno spettacolo sportivo “vero”, con in più la capacità, tipica del football, di creare e portare alla ribalta storie e personaggi, elevando il tutto a leggenda.

Il resto sarà un crescendo rossiniano, una storia fatta di miliardi di dollari, ascolti televisivi record, star della musica, giocatori fantastici e mediocri, giocate passate alla storia, eroi in campo e a bordo campo. Dal primo Super Bowl giocato quasi in clandestinità allo spettacolo planetario che è oggi.

Grazie anche Joe Namath e a quei primi 30 minuti di resistenza dei Chiefs.

Post By Gerrki (65 Posts)

Folgorato dal football Usa all'età di 11 anni (era il lontano 1992), tifoso di 2 diversi tipi di Dolphins (quelli di Miami e quelli di Ancona), ha iniziato a scrivere su Play.it nel 2012. Appassionato di sport a 360°, di quelli che durante le Olimpiadi trasferiscono la propria residenza davanti alla Tv, considera il football lo sport di squadra per eccellenza, e una straordinaria fucina di storie di eroi ed antieroi. Che ogni tanto prova a raccontare!

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10 thoughts on “La leggenda del Super Bowl: le origini

  1. Bella veramente, non sapevo quanto fosse sottostimata la prima finale tanto da non avere una registrazione televisiva completa. Gran bel articolo!

  2. Unitas non partì titolare perchĂ© aveva avuto un brutto infortunio all’inizio dell’anno e quindi per tutta la stagione passò molto tempo in panchina.
    Scusate la precisazione.

  3. Precisazione doverosa e graditissima. Concentrato su altri aspetti, ho trascurato di approfondire Unitas perchè non era il “personaggio principale” della storia. Chiedo venia e ringrazio per la precisazione.

  4. si veramente bello il pezzo…. le registrazioni sovrapposte… non lo sapevo!
    in epoca di youtube ha del pazzesco!

  5. Di nulla.
    Ripensandoci avevo il timore di sembrare arrogante…:-)
    Riconfermo la bellezza dell’articolo,
    e anche Io sono rimasto sconvolto sulla storia dei nastri cancellati.
    Mi ricordo che anche il Monday Night all’inizio ebbe dei problemi, sostituito con un telefilm per il poco pubblico…

  6. Complimenti per l’articolo! Mi piacerebbe ne scriveste altri e piĂą approfonditi sulle successive edizioni del Superbowl fino ai giorni nostri. Grazie!

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