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Bloomington in Indiana, Knoxville in Tennessee, Lubbock in Texas, Athens in Georgia, Gainesville in Florida… infine Los Angeles in California. Essi sono solo 6 nomi di alcune città in cui si sono giocate le partite più importanti della week 4 del campionato di college football. Scommetto che di queste 6, a meno che chi legga sia un grande appassionato di università americane, l’unica che suona familiare non può che essere solo LA, la città californiana comunque famosa in tutto il mondo per spiagge, cinema e caldo, non certo principalmente per il campus di USC.
A parte il caso dell’università dei Trojans, che hanno giocato in casa contro gli Oregon Ducks, o altri rari casi in cui le partite si disputano in più o meno grandi città, una delle differenze più grandi tra la NFL e la NCAA risiede proprio nelle posizioni geografiche delle squadre, che nel caso della NCAA riguardano ovviamente le sedi delle università stesse.
A parte il più famoso caso delle due squadre NFL di New York, che giocano nel vicino New Jersey in quel di East Rutherford, la maggior parte delle squadre della lega dei pro ha sede e stadio nei limiti nei confini delle città in questione, rendendo i marchi delle squadre facilmente associabili al nome del loro luogo d’origine.
In NFL ci sono due squadre di New York, due di Los Angeles, una di Chicago, una di Miami, una di Houston, una di Dallas, una di Philadelphia, una di San Francisco e così via, insomma. Nella NCAA ci sono sì casi di grandi città che hanno università al loro interno, come possono essere i casi di USC o UCLA a Los Angeles, la University of Miami che gioca a Miami Gardens o Vanderbilt che gioca a Nashville, giusto per citarne alcune, ma essi sono limitati.
La maggior parte di esse, invce, hanno sede in quelle che per definizione vengono chiamate molto semplicemente “college towns“, cittadine adibite molto spesso a null’altro se non che alla sede della propria università. Se da una parte ciò risulta abbastanza sorprendente, dall’altra si intuiscono facilmente le ragioni del perché le grandi università americane siano in alcuni dei posti più disparati d’America.

Per fare un esempio nel concreto dell’importanza delle università in queste piccole cittadine basta pensare a State College, cittadina della Penn State University. Il loro stadio da football ha posto per circa 106 mila persone, ma la popolazione totale del comune è di circa 40 mila persone. Nonostante ciò, lo stadio è sempre pieno.
Molti campus, in primis, soprattutto quelli delle Ivy League, sono molto storici e furono creati molto tempo prima che le grandi metropoli fossero costruite; inoltre, per molti di loro, trovare spazio dove costruire le proprie università in posti già ben insediati risultava poco conveniente sia a livello di costi che a livello di spazi.
Cittadine come Bloomington in Indiana o Knoxville in Tennessee erano invece perfette per costruire dei grandi campus universitari, sia per via dei soldi necessari sia per lo spazio a disposizione. In molti casi i confini delle college towns vanno poco oltre quelli delle università stesse, che oltre ad edifici del campus o delle loro squadre sportive hanno magari solo qualche casa, appartamento o negozio al di fuori.
Non che serva molto altro, perché quello è ciò che serve a chi vive fuori dal campus. Per tutti gli altri all’interno di esso si trovano hotel, ospedali, ristoranti, chiese e molto altro. Le college towns sono insomma luoghi nati e concepiti nella loro essenza per essere totalmente dipendenti dalle proprie università, che spesso risultano essere posti così grandi e pieni di edifici e strutture imponenti, ideali per mete di viaggio fuori dal comune all’interno degli Stati Uniti.
Con l’esplosione del football americano tra fine ottocento e inizio novecento le università hanno poi investito molto nello sport e nelle loro infrastrutture, con impianti come il Michigan Stadium, inaugurato nel 1927, che costituiscono tra i più grandi al mondo. Così, da quel momento in poi, sport e università sono stati due binomi imprescindibili, che tutt’ora convivono beneficiando gli uni dell’altro.
In America le università sono ovunque, di diverso livello, di diversa dimensione, durata e prestigio. Quelle delle città citate in precedenza rientrano tra le più importanti non solo nel panorama istituzionale, ma anche in quello del football americano. Nella week 4 è arrivata l’ennesima conferma di ciò, con alcune sorprese che sono arrivate nella giornata di sabato a scombussolare di nuovo il ranking.
A Bloomington, per cominciare con la migliore dello scorso anno, Indiana ha superato Northwestern per 29-23, in quella che è stata forse la prima vera partita sudata della stagione. Dopo un primo tempo convincente che però si è chiuso con un solo possesso di vantaggio, gli Hoosiers hanno dovuto far riferimento sul perno offensivo composto dai due running back Turbo Richard e soprattutto Lee Beebe Jr., protagonista di una serata da 24 portate con 203 yard corse e 1 TD, non statistiche da tutti i giorni, insomma.

Riuscirà Indiana a replicare l’impresa titanica della scorsa stagione e arrivare imbattuta fino alla fine?
Per Hoover e i suoi l’inizio di stagione è buono, seppur la condizione generale sembrerebbe essere decisamente inferiore rispetto a quello dello scorso anno con Fernando Mendoza. I test importanti che arriveranno più avanti potranno tuttavia dare più indicazioni sullo stato di forma di Indiana, che in Ohio State, Michigan e USC più avanti troverà decisamente più filo da torcere rispetto alle partite contro avversari di gran lunga più abbordabili capitate finora.
A Knoxville è andato in scena il big match di giornata, che ha visto ancora una volta i Texas Longhorns protagonisti di una vittoria contro una squadra del ranking, avendo superato per 20-17 i Tennessee Volunteers (nonostante il field goal calciato durante College Gameday sia stato realizzato questa volta da un ragazzo di Tennessee). Manning non ha brillato, ma si è fatto comunque trovare pronto in una partita che in famiglia aveva un ruolo importante, visto che lo zio Peyton è stato invece il QB di Tennessee prima che approdò in NFL ad inizio secolo.
A far la differenza sono stati i 2 TD di Raleek Brown e i 5 sack del LB Colin Simmons, che ha guidato la difesa ad una prestazione importante contro una squadra come quella dei Vols spesso rampante in attacco. Con le grinfie Texas rimane quindi attaccata al primo posto nel ranking, ma di sfide importanti in calendario ce ne saranno ancora, in primis quella contro Florida tra due settimane, che è balzata all’ottavo posto del ranking.
Già, perché a Gainesville, casa dei Gators, arriva forse la sorpresa più inaspettata della giornata, non tanto per l’esito finale di vittoria dei Gators contro Ole Miss, che poteva essere nelle corde di Florida, quanto più per il risultato di 52-28, che ha evidenziato un dominio della squadra di Gainesville contro una difesa dei Rebels che di lavoro, per le prossime partite, ne avrà parecchio da fare. Mississippi scende così al nono posto mentre Florida, come detto, le balza subito davanti all’ottavo.

Così, dopo essere stata fuori dal ranking ad inizio stagione, Florida arriva all’ottavo posto. L’ultima volta che era arrivata così in alto nel ranking era il 2020.
Poche le sorprese arrivate invece dai campi di Athens, Lubbock e West Lafayette, dove rispettivamente Georgia, Texas Tech e Notre Dame hanno regolato senza problemi Oklahoma, Sam Houston e Purdue. Nelle retrovie del ranking si è giocata Oregon contro i padroni di casa USC al Coliseum di Los Angeles, dove i Ducks, di rabbia e di ripresa si sono aggiudicati la vittoria per 41-27 con i Trojans.
Il successo è arrivato nonostante il grave infortunio al QB dei Ducks Dante Moore, che è stato portato fuori dal campo per un forte colpo alla testa subito da uno scontro poco leale col difensore di USC Desman Stephens. La riserva di Moore, Raiola, ha chiuso benissimo la giornata con 289 yard lanciate e 2 TD. Il karma non ha punito solo USC in questa giornata, tuttavia. Ad Ann Arbor Michigan perde la prima stagionale per un lancio preso in endzone all’ultimo secondo di Iowa, uscendo anche definitivamente dal ranking delle top 25.
La figura peggiore l’ha fatta tuttavia Penn State, che è riuscita a sprecare un vantaggio di 17-0 in casa contro Wisconsin, che con coraggio ha ribaltato il risultato portando a casa una vittoria per 24-20 totalmente insperata che proietta ancora una volta Ohio State ed Indiana ad essere le due protagoniste indiscusse della Big Ten, salvo una ripresa clamorosa dei Ducks da qui a fine stagione.
I Nittany Lions infatti, con questa sconfitta, escono dal ranking e si pregiudicano molto la stagione, ancora lunga, visto che le partite più impegnative sono ancora a calendario.
La prossima week di college football vedrà in campo meno big match, ma attenzione a non perdersi Alabama contro Mississippi State, Iowa contro Ohio State e, soprattutto, una partita molto riconosciuta pur che non riguardi due università, quella tra Navy e Air Force. Ne parleremo.

Amante degli Stati Uniti, a cui ho dedicato un blog, e dei suoi sport, passo volentieri il tempo scrivendo articoli sulla NFL e sul campionato di college NCAA, oltre che sul basket femminile.


One thought on “Texas vince lo scontro SEC contro Tennessee, Florida regola Ole Miss nella week 4 di college football”