Questo pezzo è stato pubblicato sulla newsletter Tiro Libero su Substack.
Il 15 marzo 2026, sul finire del terzo quarto di una partita contro Indiana in cui ha già segnato 31 punti, Giannis Antetokounmpo atterra male dopo una schiacciata e lascia il campo sorretto dai compagni. Dopo gli esami strumentali il comunicato ufficiale dei Bucks riferisce di un’iperestensione del ginocchio sinistro con edema osseo. Nonostante le indiscrezioni parlino di un danno meno grave del previsto, la squadra dichiara la stella ellenica out for the season. Nei giorni successivi Giannis asserisce di essere pronto a rientrare in campo, mentre la dirigenza del Wisconsin resta ferma sulla decisione iniziale. La disputa finisce sul tavolo dell’ufficio investigativo della lega, chiamato ad accertare come Milwaukee abbia gestito l’infortunio della propria stella nell’ottica di un possibile tanking.
Tre mesi dopo, i Bucks hanno ceduto Antetokounmpo ai Miami Heat. Nessuno ha trovato la notizia sorprendente, perché l’episodio dell’infortunio (vero o presunto) era l’ultima puntata di una telenovela iniziata nel maggio 2025 con l’espressione della volontà del giocatore, filtrata alla stampa senza una presa di posizione ufficiale, di cercare fortuna altrove nonostante un contratto in scadenza oltre due anni più tardi.
Giannis è stato scelto dai Bucks con la quindicesima chiamata al Draft del 2013. Ha firmato tre rinnovi contrattuali nel 2016, nel 2020 e nel 2023. Ha ripetuto per anni di amare la franchigia con cui ha vinto due premi di MVP e l’anello nel 2021. Ma dal titolo in poi, Milwaukee ha vinto una sola serie di playoff e i malumori del greco hanno iniziato a trapelare, fatti circolare dall’entourage del giocatore con un ritmo sempre più incalzante. Dopo un tira e molla di oltre un anno fatto di rumors e smentite a ciclo continuo, Milwaukee ha finito per cedere il suo miglior giocatore dalla posizione negoziale peggiore possibile: tutti sapevano che doveva venderlo, per cui il prezzo lo avrebbe fatto chi comprava.
Questa vicenda apre alla domanda su che cosa sia diventato un contratto di una superstar NBA. Sulla carta, è un accordo che vincola tra loro due soggetti, un giocatore e una franchigia, per una durata concordata. Nella pratica, è lo strumento con cui ciascuna delle due parti misura quanta leva ha sull’altra, e nel recente passato i giocatori hanno imparato a usarla come e meglio delle franchigie.
Il dibattito pubblico su questo tema confonde con regolarità due fenomeni che non hanno nulla in comune.
Quando Kevin Durant lasciò Oklahoma City per Golden State, nell’estate del 2016, il suo contratto era scaduto. Aveva onorato ogni anno dell’accordo e il sistema gli riconosceva il diritto di scegliere dove proseguire la sua carriera. Lo stesso vale per le tre Decision di LeBron James (quella di Miami, quella di Cleveland e quest’ultima di Philadelphia) così come per ogni free agent che ha inseguito un contesto migliore, un contratto più remunerativo, una città più gradita.
La free agency è il momento in cui il vincolo si scioglie per entrambe le parti e dove ogni scelta è legittima, comprese quelle antipatiche. Durant che va a rinforzare la squadra da 73 vittorie che lo aveva appena eliminato può essere considerata una decisione discutibile sul piano competitivo (non per chi scrive, ndr). Sul piano contrattuale è invece inattaccabile, e chi accusa questi giocatori di infedeltà chiede in sostanza che il lavoratore rinunci a un suo insindacabile diritto.
La superstar che firma un contratto pluriennale, spesso il più lungo che il regolamento gli consenta, e poi ne forza la rottura dall’interno quando il progetto tecnico smette di piacergli sta facendo qualcosa di diverso. Qui il vincolo non è scaduto. È stato scelto, sottoscritto, incassato, e poi trattato come una zavorra di cui liberarsi. La distinzione conta perché la retorica della fedeltà tradita permette di liquidare come moralismo qualsiasi critica alle forzature dei contratti in corso, che sono una questione di tutt’altra natura.
Durant nel 2016 è uscito da una porta che il sistema gli aveva aperto. In altri casi, quella porta le superstar se la sono costruita.
Un repertorio, varie sceneggiature
Gli esempi disponibili negli ultimi anni compongono un repertorio articolato di tecniche ormai note a ogni front office.
La forma più semplice della forzatura è la dichiarazione diretta. Il 28 gennaio 2019 l’agente di Anthony Davis comunica a ESPN che il suo assistito vuole essere ceduto, con un anno e mezzo di contratto ancora da onorare: la lega lo multa, e per cinque mesi i Pelicans hanno in rosa un giocatore che non possono schierare senza imbarazzo o reintegrare senza umiliarsi, finché a giugno arriva la cessione ai Lakers, che l’entourage di AD aveva indicato fin dal primo giorno tra le mete gradite.
L’indicazione delle preferenze fa parte del meccanismo: una franchigia non investe il capitale di giocatori e scelte richiesto per una trade di questo tipo senza una ragionevole garanzia che la superstar rinnovi una volta arrivata, e la lista, fatta filtrare dall’agente, segnala dove quella garanzia esiste e prosciuga le offerte di tutti gli altri. La contro-prova arriva da Toronto, che pochi mesi prima aveva comprato Kawhi Leonard dagli Spurs ignorando la sua preferenza per le squadre di Los Angeles: una stagione sola, quella del titolo, poi la firma con i Clippers appena la scadenza di contratto lo ha permesso. La scommessa dei Raptors è riuscita nell’unico modo che poteva giustificarla, per tutti gli altri resta il promemoria di cosa si compra senza garanzia: un affitto.
Quattro anni più tardi Damian Lillard prova a utilizzare lo stesso strumento a un livello superiore, con una richiesta che ha una destinazione unica, Miami, e il suo agente che contatta le altre squadre interessate per scoraggiarle dal fare offerte. La lega risponde con un memo inviato a tutte le trenta squadre, minacciando sanzioni per qualsiasi caso in cui un giocatore lasci intendere che non onorerebbe il contratto in caso di trade verso una destinazione sgradita. Portland lo manda così a Milwaukee, dove in breve tempo Lillard rompe equilibri di squadra e tendine d’Achille, finendo per essere tagliato e tornare nell’Oregon da figliol (non troppo) prodigo.
Nessuna clausola può obbligare un giocatore a essere sé stesso al cento per cento, e la differenza tra un atleta motivato e uno scontento può valere decine di milioni di dollari di valore contrattuale per una franchigia. Ben Simmons ha portato questa logica alla conclusione estrema: se il rendimento è una leva, la sua assenza è la leva massima. Dopo la serie contro Atlanta del 2021, quella della schiacciata rifiutata nel finale di gara 7, Simmons chiede la cessione e smette del tutto di presentarsi agli appuntamenti di squadra. Salta il training camp, la preseason e l’inizio della stagione. Philadelphia lo multa e lo sospende, lui oppone motivazioni di salute mentale davanti alle quali ogni contromossa della franchigia diventa indifendibile in pubblico. Dalla serie contro Atlanta alla deadline successiva, per quasi otto mesi, il contratto quinquennale da 177 milioni firmato nel 2019 resta appeso nel vuoto. A febbraio 2022 i Sixers lo scambiano con Brooklyn. Da lì in poi il percorso di Simmons arriverà in pratica al capolinea, fermato da una schiena che diventerà il tema dei suoi anni successivi.
La richiesta di trade può anche diventare una strategia di carriera. Jimmy Butler collauda il metodo a Minnesota nell’autunno del 2018, trasformando un allenamento in un comizio: domina i titolari giocando insieme alle terze linee, urla al general manager Scott Layden «You fucking need me» e concede subito dopo un’intervista a ESPN in cui spiega per filo e per segno perché la squadra sia allo sbando, costringendo la dirigenza a cederlo ai Sixers. Sei anni dopo, a Miami, mette in scena la versione aggiornata della sceneggiatura: davanti al rifiuto di Pat Riley di estendergli il contratto, accumula tre sospensioni in un mese con cinque milioni di dollari in stipendi trattenuti, dichiara di aver perso la gioia di giocare e ottiene la cessione ai Warriors con annesso rinnovo biennale da oltre 110 milioni. La gioia, a quelle cifre, è tornata in fretta, anche se la permanenza nella baia ha portato zero trofei e un crociato rotto.
James Harden porta la frequenza al limite con tre richieste in meno di tre anni. A Houston si presenta al training camp della stagione 2020-21 in ritardo e in condizioni fisiche approssimative, annunciando di voler essere scambiato; il 12 gennaio dichiara davanti ai giornalisti che la squadra non è abbastanza forte e che la situazione non si può aggiustare. È la sua ultima partita con i Rockets, perché viene ceduto ai Nets il giorno dopo. Tredici mesi dopo, vuole già andarsene da Brooklyn: evita la richiesta formale per paura del contraccolpo d’immagine, ma rende ben note le sue preferenze e finisce a Philadelphia in cambio di Ben Simmons. Nel giugno 2023 esercita la player option da 35,6 milioni e nello stesso giorno richiede una nuova trade, la terza in meno di tre anni. Quando i Sixers non trovano l’accordo che lui si aspettava, si presenta a un evento Adidas in Cina e dichiara: «Daryl Morey is a liar». Pochi mesi dopo è ai Clippers.
In tema di rapidità nel cambiare idea, Kevin Durant non è da meno del suo illustre ex compagno. Nell’estate del 2021, KD sigla un’estensione quadriennale con i Nets per 198 milioni di dollari. Il 30 giugno 2022, a meno di un anno da quella firma, chiede la cessione. Il suo ragionamento, esplicitato al media day di fine settembre, è il seguente: «Mi ero impegnato per quattro anni con l’idea che avremmo giocato con quel gruppo, ora che non c’è più mi sento tradito». Il gruppo a cui si riferisce era il trio con Kyrie Irving e James Harden, che nel frattempo si era disgregato tra il rifiuto del vaccino di Irving e la fuga di Harden verso Philadelphia. Peccato che da nessuna parte nel contratto comparisse una clausola che subordinasse la permanenza di Durant alla presenza degli altri due (anche perché tale clausola non sarebbe ammissibile). Alla deadline del febbraio 2023 Durant ottiene la cessione ai Suns, poi il nuovo trasloco in direzione Houston e i recenti rumors di un interesse per un ennesimo ricollocamento altrove. Il pentimento (delle squadre che lo prendono, ndr) è l’unica clausola che lo segue a ogni firma.
E qui si torna ad Antetokounmpo, che è l’evoluzione più raffinata del repertorio perché elimina l’unico costo residuo delle casistiche precedenti: la responsabilità. Giannis non ha mai varcato la soglia della richiesta esplicita, ma ha lasciato che fossero le indiscrezioni, i silenzi, le assenze e infine l’indagine sulla gestione del suo ginocchio a costruire una situazione in cui i Bucks non hanno potuto fare altro che cederlo. Un logoramento a cui Milwaukee ha contribuito con le proprie mani, con la giostra degli allenatori dopo l’addio a Budenholzer e la cessione di Jrue Holiday nello scambio per Lillard, che una fonte interna dei Bucks ha indicato come l’errore che ha cambiato tutto.
Milwaukee, del resto, il copione lo conosceva già. L’unico altro giocatore con più di un MVP mai ceduto dai Bucks era Kareem Abdul-Jabbar, partito per Los Angeles nel 1975 dopo aver chiesto la cessione. Mezzo secolo dopo, la stampa americana ha passato un anno a chiedersi quando sarebbe arrivata la richiesta formale di Giannis, senza capire che era diventata superflua.
Dall’altra parte del tavolo
Raccontata così, sembra che la bilancia penda tutta dalla parte delle superstar, che hanno imparato come uscire da contratti sgraditi conservando le condizioni economiche che li avevano convinti a sottoscriverli. Alle squadre resta il conto degli errori di valutazione, che perseguita chi li ha commessi e spesso anche i suoi successori. È una conclusione che regge finché non si guarda meglio.
La notte del 1° febbraio 2025 i Dallas Mavericks cedono Luka Doncic ai Lakers in uno scambio che scuote l’intera lega. Nessuna richiesta, nessun segnale, nessuna trattativa preventiva con l’entourage del giocatore. Doncic ha venticinque anni, ha portato la franchigia alle Finals otto mesi prima, ma viene informato a cose fatte come chiunque altro. La ragione principale, per quanto è dato ricostruire, è che Dallas non voleva impegnare gli oltre 330 milioni di dollari che il futuro supermax dello sloveno avrebbe richiesto in un atleta che aveva dimostrato lacune nella leadership e nella cura del corpo. Nessuna superstar di quel livello e di quell’età era mai stata scambiata così, e la reazione della lega intera, giocatori compresi, è stata di puro sbigottimento. Il commento più lucido lo pronuncia proprio Antetokounmpo: «Nobody is safe».
A giugno 2026 i Celtics costruiscono attorno a Jaylen Brown l’offerta con cui provano a strappare Antetokounmpo a Milwaukee, aggiungendo due prime scelte non protette. I Bucks preferiscono il pacchetto di Miami, ma tre settimane più tardi Brown cambia comunque indirizzo e finisce ai Sixers per una contropartita molto più misera. Brown è nel prime della sua carriera, è stato MVP delle Finals due anni prima e ha chiuso l’ultima stagione al sesto posto nelle votazioni per l’MVP, portando la squadra sulle spalle fino al secondo posto a Est in regular season. Eppure, è stato ceduto in cambio di Paul George, un trentaseienne con problemi fisici e poco altro. La ragione della scelta di Boston sta nell’aritmetica del contratto collettivo, dove i limiti del second apron pesano più delle tasse, tra scambi vietati, eccezioni salariali precluse e scelte future congelate. La riconoscenza, qui, non ha giurisdizione.
Lo strumento che Dallas e Boston hanno usato non ha un nome perché non è uno strumento. È il funzionamento ordinario dello sport professionistico americano, costruito su un impianto in cui l’atleta compare come una voce di bilancio e su cui ha ben poco controllo. Il Draft assegna i diritti su un ventenne a una città che non ha scelto. Le trade spostano persone dall’altra parte del continente tra una partita e l’altra, a volte anche durante. I vincoli contrattuali iniziano da subito. La rookie scale fissa per i primi anni uno stipendio che il giocatore non negozia, la restricted free agency consegna alla squadra il diritto di pareggiare qualsiasi offerta sul primo rinnovo. Un giocatore NBA arriva alla prima scelta davvero sua dopo quattro o cinque anni, quando il contesto in cui il sistema lo ha collocato ha già scritto una parte del suo destino. E anche qualora dovesse diventare una superstar, il meccanismo del salario massimo gli impedisce di farsi pagare quanto potrebbe valere su un mercato libero.
Il modello originario costruito dalle franchigie regge ancora, e quando decide di esercitarsi è più brutale di qualsiasi richiesta di trade.
La franchigia pentita ha inoltre opzioni tecniche che può utilizzare sulla gestione dei contratti sgraditi, come il waive-and-stretch (il taglio del giocatore, con il residuo garantito spalmato sui bilanci per il doppio degli anni rimasti), il buyout (la risoluzione concordata in cui il giocatore rinuncia a una quota del garantito per potersi accasare altrove), o il salary dump (la cessione del contratto sgradito a chi ha spazio salariale, con scelte al Draft allegate come incentivo).
Una squadra che smonta il roster per perdere e migliorare la propria posizione al Draft fa poi su scala di intera organizzazione ciò che si rimprovera ai giocatori scontenti, ossia trattenere la prestazione per convenienza strategica attraverso il tanking. Intanto continua a incassare biglietti e diritti televisivi, consumando gli anni migliori dei giocatori sotto contratto, che si ritrovano vincolati loro malgrado a un contesto di mediocrità.
La prossima frontiera
Le penalità esistono per entrambi, ma il sistema le esprime in valute diverse. Quando la franchigia sbaglia, paga in dollari e in flessibilità: contratti-capestro come quelli di John Wall, Zach LaVine o Bradley Beal vanno onorati fino in fondo anche se i loro infortuni e cali di rendimento ne hanno condizionato il valore di mercato. Quando il giocatore forza, paga in moneta reputazionale: a ogni richiesta di Harden, Butler o Durant, gli eventuali acquirenti sanno che tipo di giocatore si metterebbero in casa, e l’appetibilità di chi ha già forzato una volta decresce a ogni giro.
Allo stesso modo, le coperture raccontano che nessuna delle due puntate è davvero nuda. Il giocatore ha il contratto garantito come assicurazione: Beal ha incassato ogni dollaro del supermax mentre Wizards e Suns sprofondavano, senza restituire in cambio un rendimento congruente. Di contro, le franchigie hanno la crescita delle valutazioni, che da quindici anni premia i proprietari a prescindere dai risultati sportivi: i Bucks di oggi valgono multipli dei Bucks che Giannis trovò al suo arrivo, con o senza altri anelli in bacheca. Le due scommesse possono fallire entrambe senza che nessuno finisca in rovina. Il conflitto vero è un altro: chi controlla l’uscita, e in quale momento.
Se il sistema tratta i giocatori come asset, i giocatori che forzano gli scambi ne hanno studiato il meccanismo, individuato il punto debole e lo hanno rigirato contro chi lo aveva scritto. La richiesta di trade porta il modello del giocatore-asset alla sua conclusione logica: il giocatore passa dal subirne la condizione a esercitarla in prima persona. Decide lui quando il proprio valore va monetizzato altrove, decide lui quando la voce di bilancio deve cambiare colonna. I più forti hanno capito che dentro un sistema di leva reciproca vince chi ha la leva più lunga nel momento giusto, e una superstar scontenta a contratto in corso ne ha una che nel tempo ha imparato a esercitare con forza crescente.
Le franchigie hanno risposto sull’unico terreno che controllano, quello regolamentare: il nuovo contratto collettivo del 2023, con i suoi apron e le sue penalità a scalare, rende più costoso accumulare superstar e più prezioso il controllo degli accordi lunghi. Un contratto al massimo riduce oggi il numero di squadre in grado di assorbirlo, e con esso il numero di destinazioni disponibili a chi volesse forzarne una. Il repertorio si è espanso finché la leva individuale cresceva. Se sta cambiando di segno per ragioni scritte nel contratto collettivo, la sua prossima puntata è meno prevedibile di quanto le precedenti facciano pensare.
Sullo sfondo resta sempre il contratto, che di questa storia è il protagonista più dei giocatori e dei proprietari, i quali si comportano entrambi come attori razionali dentro le regole scritte per il gioco. Un documento che fotografa i rapporti di forza al momento della firma, e resta valido finché quei rapporti non cambiano. Una cosa che nell’NBA di oggi succede sempre più in fretta.
Questo pezzo è stato pubblicato sulla newsletter Tiro Libero su Substack.
Ex pallavolista ma con una passione ventennale per il basket NBA e gli sport americani in generale. Tifoso dei Mavericks, di Duke e dei ’49ers, si ispira a Tranquillo e Buffa ma spera vivamente che loro non lo scoprano mai.

