Come i New York Knicks sono sopravvissuti a vent’anni di disastri e si sono ritrovati alle NBA Finals, vincendole
Sto tornando dalla Liguria, un viaggio surreale, in radio passa Time dei Pink Floyd, non ho ancora capito se sto sognando tanto la situazione è surreale.
Nel 1970 e nel 1973, gli anni dei due unici titoli NBA della franchigia di New York non ero lontanamente nei pensieri dei miei genitori, sono attempato ma non così tanto. Il basket USA mi aveva sempre appassionato ma i primi ricordi risalgono al pleistocene, l’era pre internet, smartphone e affini.
La NBA in Italia la vedevi su Telepiu’ nemmeno Sky esisteva ancora, piu’che altro la leggevo su superbasket o qualche altra rivista specializzata. Le gesta di Jordan però arrivavano anche qui nel belpaese, tra una puntata e l’altra di NBA Action ed il mito del dream team aveva scaldato i cuori di molti appassionati alle olimpiadi di Barcellona.
Ero un diciottenne di bell’aspetto quando sulla strada di Damasco rimasi folgorato dai New York Knicks. Da come quel team con Riley, Ewing, Oakley, Mason, Starks, Harper e soci mettevano grinta e cattiveria sul parquet, brutti e cattivi in attesa di regalare alla città un anello che mancava appunto dal 1973. Sappiamo come andò, male, sopra 3 a 2 contro i Rockets di Olajuwon i Knicks persero 4 a 3 le ultime due partite a Houston, con una sanguinosa gara sei persa di soli due punti.
Pareva finita per New York, con l’addio di Riley e gli acciacchi di Ewing. Eppure nella stagione ridotta del lockdown, nonostante l’ottavo posto ad est il tema di Van Gundy (Jeff per gli sbarbati) i Knicks arrivarono sorprendentemente in finale con nuovi nomi tra cui spiccavano Sprewell, Houston, Johnson, Camby, Childs. Anche quella volta andò male, troppo forti gli Spurs dell’ammiraglio Robinson e del nuovo fenomeno Tim Duncan, 4 a 1 senza storia e tutti a casa. In quei Knicks giocava anche un certo Rick Brunson, ma questa è un’altra storia. Il mio amore per i bluarancio però crebbe ancora di piu’ dopo il tiro da 4 punti di Larry Johnson.
La stagione successiva i Knicks di Houston e Sprewell sculacciarono i ruggenti Raptors del duo Carter\McGrady al primo turno, gli eterni rivali degli Heat al secondo turno, ma furono fermati dai Pacers di Reggie Miller alle finali di conference.
Fu l’inizio della fine, a settembre 2000 uno Ewing oramai logoro fu spedito a Seattle, a dicembre Van Gundy rassegnò le dimissioni, per la prima volta dalla stagione 86-87 la squadra non si qualificò per i play off.
In Italia è la notte del 14 giugno 2026. Frost Bank Center, San Antonio. Il Garden è lontano duemila miglia, ma da qualche parte tra la Settima Avenue e il Bronx, qualcuno sta piangendo. Non di dolore. Per la prima volta in ventisette anni, di qualcosa che assomiglia a gioia, una gioia che avevano provato solo i nonni.
I New York Knicks sono alle NBA Finals, hanno vinto a San Antonio gara 5 e sono campioni NBA!!!! Dopo 53 anni la maledizione è spezzata.
Mi do un pizzicotto, time è sfumata, non è un sogno sarebbe troppo complesso da ricordare. Metabolizzo che i messaggi degli amici tifosi o simpatizzanti sono reali e che la barzelletta della NBA è campione grazie ad un gruppo di ragazzi straordinario, una squadra vera. Non ci avrei messo un euro ad inizio stagione, troppo forte OKC, Boston, forse pure Detroit. Quanto mi sbagliavo, quanto sono lontani i tempi di McDyess o scelte sanguinose al draft come Mike Sweetney (anche qui per i più giovani non è lo zio della corpulenta attrice).
È surreale, talmente strano che non ci credi, rileggilo ancora con me. I New York Knicks. Alle NBA Finals. Campioni!!! Non è un errore di stampa. Non è una simulazione NBA 2K. Non è una di quelle storie che cominciano con “in un universo parallelo”. È successo davvero, nella stagione 2025-26, con delle vittorie pazzesche in rimonta ai playoff e un’arroganza (e consapevolezza) ritrovata che nessun tifoso sopra i trent’anni avrebbe scommesso di rivedere in vita sua. Ma per meglio capire quanto vale questo momento, bisogna prima realizzare quanto profonda fosse la buca.
La discesa negli inferi: da Ewing a Isiah Thomas
C’era stata un’epoca in cui i Knicks contavano. Patrick Ewing, il centro dalle spalle enormi e dal jumper impossibile da difendere, aveva tenuto in piedi una franchigia per quindici anni. New York aveva perso le Finals nel 1994 contro Houston, che ha i capelli grigi ricorda ancora il rimbalzo di Hakeem, e poi di nuovo nel 1999 contro quegli stessi Spurs di Popovich, in una serie lampo da cinque gare disputata su una stagione dimezzata dallo sciopero dei giocatori. Ma almeno i Knicks combattevano. Almeno c’era una storia da raccontare.
Poi Ewing se ne andò, nell’estate del 2000, ceduto a Seattle in uno scambio che sembrava necessario ma che aprì una voragine. Nelle nove stagioni successive la franchigia centrò l’obiettivo playoff solo in due circostanze, nel 2001 e nel 2004, segnando il periodo più buio nella storia sportiva dei Knicks.
Buio non è la parola giusta. Buio suggerisce assenza di luce. Quello che vissero i tifosi newyorchesi in quei dieci anni fu qualcosa di più attivo, più doloroso: una sequenza sistematica di decisioni sbagliate, una catena di errori che sembrava quasi studiata nella sua coerenza.
Il nome che torna sempre, il vero personaggio shakespeariano di questa storia, è quello di Isiah Thomas. Hall of Famer con i Detroit Pistons degli anni Ottanta, uno dei migliori point guard della storia, Thomas diventò presidente delle basketball operations dei Knicks nel 2003 e trasformò il Garden in un esperimento sociologico sulle conseguenze di avere troppo denaro, poco cervello e zero competenza. Nelle quattro stagioni intere in cui Thomas fu presidente o capo allenatore, i Knicks non raggiunsero mai i playoff né finirono meglio che quarti nella propria division, nonostante avessero spesso il monte ingaggi più alto di tutta la lega. Tra le altre cose la gestione di Isiah costò anche un’azione legale per molestie sessuali da circa undici milioni di dollari.
In quel decennio si alternarono sulla panchina Jeff Van Gundy, Don Chaney, Lenny Wilkens, Larry Brown e Isiah Thomas stesso senza che nessuno riuscisse a risollevare le sorti della squadra. I Knicks della metà degli anni Duemila si appoggiavano su giocatori come Stephon Marbury, Steve Francis, Jamal Crawford ed Eddy Curry, nomi che ai tifosi di quella generazione provocano ancora tremore alle palpebre e una grattatina agli epididimi.
Marbury, in particolare, è diventato una figura mitologica nell’epopea delle catastrofi newyorchesi. Talento autentico, carattere impossibile. Un giocatore che sembrava fatto apposta per incarnare la contraddizione dei Knicks di quegli anni: abbastanza bravo da farti sperare, abbastanza caotico da farti disperare. Risultato buy out nel 2009, nel mentre si era cercato di dare serietà alla gestione assumendo Donnie Walsh e provando a portare a New York il seven second or less di Mike D’Antoni ma anche in questo caso l’esperimento non diede i frutti sperati.
L’era dei fuochi di paglia: Amar’e, Carmelo e Porzingis
Dopo questo decennio surreale, tragicomico e troppo brutto per essere vero, nel 2010, qualcosa si mosse. La direzione sportiva, ripulita dalla gestione Thomas, si mise a inseguire i grandi nomi della free agency estiva. L’obiettivo era LeBron James. Come andò lo sappiamo tutti: LeBron scelse Miami con la buffonata di “the decision”, Wade e Bosh, e i Knicks dovettero accontentarsi di Amar’e Stoudemire, firmato per cento milioni di dollari. Non era LeBron. Ma era comunque un All-Star capace di attaccare il ferro in modi che Madison Square Garden non vedeva da anni.
Poco prima della scadenza del mercato 2011 i Knicks conclusero uno scambio con i Denver Nuggets per portare Carmelo Anthony a New York, cedendo in cambio Danilo Gallinari, Wilson Chandler, Raymond Felton, Timofej Mozgov e scelte future. Il sacrificio di Gallinari, forse il miglior talento italiano della storia NBA, rimane una ferita aperta per chi segue il basket italiano. Il prezzo per avere Melo a febbraio fu folle, quando sarebbe potuto arrivare in estate per molto meno. Ma era un giocatore generazionale, e New York lo voleva, subito!!
Con Carmelo e Stoudemire, New York tornò a fare rumore. Nel 2011 tornarono i playoff , che mancavano dal 2004, sebbene NY fu subito ridimensionata dagli odiati Celtics. Walsh lasciò. L’esperimento di D’Antoni con Melo point forward generò una stagnazione del gioco. Arrivò Linsanity, quella follia di due settimane del febbraio 2012 in cui Jeremy Lin divenne la storia più improbabile della lega. Ma la squadra non era mai abbastanza. Stoudemire aveva le ginocchia che facevano le bizze. Carmelo era un finalizzatore straordinario e un costruttore di squadre mediocre. Gli anni di Carmelo erano Shangri-La rispetto a quello che era venuto prima, ma anche rispetto a quello che sarebbe venuto dopo.
Nel 2013 iniziò l’era di Steve Mills ed arrivò Phil Jackson, undici anelli da allenatore, e l’idea grandiosa di riportare il triangolo offensivo nel basket moderno. Phil era cotto e l’esperimento fu un disastro quasi comico: il triangolo era un sistema pensato per Jordan e Kobe, non per un gruppo di veterani in declino in una lega che stava diventando sempre più votata alla velocità e al tiro da tre. Carmelo fu spedito a Oklahoma City nell’estate del 2017. Jackson fu esonerato.
In mezzo a tutto questo caos, però, accadde qualcosa di strano e a modo suo bello. Nel 2015, i Knicks avevano il quarto pick nel draft. La folla al Barclays Center, casa del draft quella sera, fischiò la scelta: un ragazzo lettone di diciannove anni, sette piedi e un pollice, che quasi nessuno nel mainstream americano conosceva.
Kristaps Porzingis era il suo nome, e lui confessò di aver sognato di diventare un Knick. I fischi si trasformarono in adorazione nel giro di pochi mesi. Porzingis era il futuro. Alto, atletico, capace di tirare da tre e difendere. Era il tipo di giocatore attorno cui costruire. E i Knicks, fedeli alla propria natura, lo sprecarono.
Il 6 febbraio 2018 Porzingis si accartocciò sul parquet con una rottura del legamento crociato, e qualcosa si ruppe anche nella narrazione del futuro dei Knicks. Sarebbe stato ceduto nel 2019 in un’operazione che liberava spazio salariale, spazio che poi non servì a nulla, perché tra gli altri obiettivi dichiarati Kevin Durant e Kyrie Irving scelsero Brooklyn (e anche qui ci sarebbe da scrivere).
Per farla breve provo a elencare un giocatore rappresentativo per ogni anno, tra stelle e flop dal 2000 al 2022:
2000, Patrick Ewing, C, ultima stagione a NY, poi ceduto a Seattle. Fine di un’era
2001, Allan Houston, SG, solido, uno dei pochi punti fermi ma con un contratto folle
2002, Latrell Sprewell, SF, rendimento in calo, squadra in crisi
2003, Antonio McDyess, PF, Flop, gravi infortuni, non rese quasi nulla
2004, Stephon Marbury, PG, talento enorme ma personalità difficile, inizio di un rapporto tormentato
2005, Jamal Crawford, SG, buon scorer ma squadra disastrosa
2006, Stephon Marbury, PG, flop totale, conflitti con lo staff, rendimento minimo
2007, Zach Randolph, PF, flop, problemi comportamentali, poco impatto
2008, Eddy Curry, C, flop clamoroso, pagato moltissimo, sparito per infortuni e problemi fisici
2009, David Lee, PF, uno dei pochi positivi dell’era buia, doppia doppia quasi ogni sera
2010, Amar’e Stoudemire, PF, stagione d’esordio fantastica, portò speranza
2011, Carmelo Anthony, SF, arrivo a febbraio via trade, subito protagonista
2012, Tyson Chandler, C, difensore dell’anno NBA, stagione straordinaria
2013, Carmelo Anthony, SF, top scorer NBA, miglior stagione coi Knicks
2014, Andrea Bargnani, C/PF, flop, il grande rimpianto italiano, spesso infortunato e poco incisivo
2015, Jose Calderon, PG, flop, limitato atleticamente, non adatto al ritmo NBA moderno
2016, Kristaps Porziņģis, C/PF, il nuovo prototipo di lungo, già All-Star in divenire
2017, Carmelo Anthony, SF, ultimo anno tormentato, poi ceduto a OKC
2018, Tim Hardaway Jr., SG, flop, contratto pesante, rendimento discontinuo
2019, Kristaps Porziņģis, C/PF, ceduto a gennaio, rapporto con la società rotto
2020, Julius Randle, PF, primo anno da vero leader, inizio della risalita
2021, Julius Randle, PF, anno All-Star, trascinò i Knicks ai playoff dopo 8 anni
2022, Kemba Walker, PG, flop, problemi fisici, mai integrato, tagliato a stagione in corso
I flop più clamorosi in assoluto forse sono stati Eddy Curry e Andrea Bargnani, probabilmente i simboli peggiori dell’era buia dei Knicks.
Il seme di una rinascita: arriva Brunson
Il 2022 sembrò un anno qualunque. Leon Rose, ex agente di giocatori, aveva preso le redini della presidenza sportiva. Tom Thibodeau (ex assitente di Van Gundy nel 1999) in panchina. Nella free agency estiva, i Knicks firmarono Jalen Brunson che Dallas non aveva confermato per quattro anni e centoquattro milioni di dollari, una cifra che il mercato considerò un overpay, un altro dei soliti errori newyorchesi.
Brunson era cresciuto nelle palestre di Villanova. Suo padre Rick aveva giocato per i Knicks negli anni Novanta ed aveva perso la finale del 1999. Jalen non è un atleta straordinario, gli scout lo giudicano da sempre basso, poco atletico, poco veloce.
Ma ai Mavs mostra qualcosa di speciale, quando più conta, ai playoff e senza Doncic. È un giocatore che vive di angoli, di passi laterali, di letture fulminee delle difese. Lui vuole i Knicks ed i Knicks vogliono lui, per motivi diversi lui perchè vuole dimostrare che può essere il leader che tutti stanno snobbando ed i Knicks perchè lo vedono come uno dei pezzi di un puzzle da montare, se non puoi avere una superstar allora prendi ciò che di meglio il mercato ha da offrire.
Tutto quello che i Knicks avrebbero fatto in seguito, dall’acquisizione di Josh Hart nel 2023, di OG Anunoby ad inizio 2024, dalla trade di cinque prime scelte per Mikal Bridges e da quella per Karl-Anthony Towns a ridosso del training camp 2024, sarebbe stato costruito attorno a Brunson, per massimizzarne i punti di forza e coprirne le debolezze.
Rose costruì la squadra con la pazienza di un orologiaio svizzero e l’audacia di un giocatore d’azzardo. Barrett e Immanuel Quickley furono mandati a Toronto a gennaio 2024 per OG Anunoby, il difensore che i Knicks cercavano disperatamente. E poi Randle, mai davvero amato dal Garden, finì nel pacchetto che portò Karl-Anthony Towns da Minnesota.
Hart arrivò da Portland per Cam Reddish, una ex top-10 pick che nel frattempo aveva smesso di giocare in NBA. Mitchell Robinson fu scelto dai New York Knicks nel Draft NBA 2018, al 36° posto assoluto del secondo giro. Deuce McBride fu preso al secondo giro del draft 2021, trentaseiesima scelta assoluta. Le storie migliori dei Knicks di questa generazione sono storie di pazienza e intuizione, non di grandeur sprecata.
La più costosa fu quella di Mikal Bridges. Cinque prime scelte consegnate ai Nets per un ragazzo atletico, difensore di elite, compagno di college di Brunson e Hart a Villanova. Il prezzo fece urlare mezza lega. Ma Rose pagò, in silenzio perché aveva una visione.
Ma torniamo a Brunson perchè la sua è una storia straordinaria. Scelto con la chiamata 33 al draft del 2018, in quattro stagioni ai Dallas Mavericks di Luka Dončić, aveva iniziato da riserva per poi diventare titolare e protagonista nel 2021-22, quando i Mavs raggiunsero le finali di conference.
Brunson è stato una scelta che ha cambiato il destino della franchigia. Ha fatto parte dell’All-Star Game per due volte come membro dei Knicks e ha contribuito a portare la squadra ai playoff in ogni stagione. In regular season ha mantenuto medie di almeno 24 punti, 6.2 assist e il 47.9% dal campo in ciascuna delle sue campagne a New York. Ma per quanto straordinario fosse in regular season, Brunson è stato ancora più dominante in postseason. In 34 partite di playoff coi Knicks ha mantenuto medie di 30.2 punti, 4 rimbalzi e 7 assist, con il 45% dal campo, giocando circa 40 minuti a partita.
Al di là delle prestazioni memorabili come i 47 punti contro i Philadelphia 76ers al primo turno dei playoff 2024, con 10 assist in Gara 4, (record assoluto di punti in una singola partita di playoff nella storia dei Knicks, superando Bernard King che ne aveva segnati 46 contro i Detroit Pistons nel 1984) sono altre le caratteristiche che ben descrivono l’uomo Brunson.
Nel luglio 2024, Jalen ha accettato un’estensione contrattuale di quattro anni del valore di 156.5 milioni di dollari, cifra significativamente inferiore rispetto ai 269.1 milioni a cui avrebbe potuto aspirare. In totale, Brunson ha lasciato sul tavolo circa 113 milioni di dollari cui avrebbe avuto diritto da regole salariali, qualcosa di tutt’altro che scontato nella NBA di oggi.
Il motivo era chiarissimo: la decisione consente ai Knicks di rimanere sotto il secondo livello del salary cap, una soglia che limita drasticamente la possibilità di effettuare scambi, firmare nuovi giocatori e utilizzare le scelte di draft.
La scommessa si è rivelata vincente: i Knicks sono campioni grazie in larga parte al contratto scontato di Brunson, e la sua decisione potrebbe avviare una nuova tendenza tra le superstar NBA che capiscono le realtà del team-building moderno.
Un altro anedoto che descrive l’uomo riguarda le sneaker. Le scarpe di Brunson e Kobe Bryant, una storia che viene da lontano. Brunson ha un legame profondissimo con Kobe, che va ben oltre il campo. La madre di Jalen, Sandra, era compagna di stanza al college della sorella di Kobe, Sharia, ed entrambe giocavano a pallavolo per la Temple University. Il padre Rick, ex giocatore NBA, aveva affrontato Bryant 13 volte in carriera.
L’incontro cruciale avvenne a Natale 2014. I Lakers erano a Chicago, dove Rick lavorava come assistente allenatore. I Brunson portarono il quattordicenne Jalen alla partita, e fu un momento indimenticabile. Bryant non giocò quella sera, ma regalò a Brunson un paio di Nike Kobe 9 rosse che avrebbe dovuto indossare in campo. Brunson le usò per il torneo natalizio della sua high school, la Stevenson, e la squadra vinse il torneo.
Da allora non ha più smesso di indossare le Kobe. E quando Nike gli ha proposto una linea signature tutta sua, la risposta è stata sorprendente. Le discussioni interne sono arrivate al punto in cui Brunson ha praticamente detto: “Mi rifiuto, non voglio una signature mia. Lasciatemi indossare le Kobe per il resto della mia carriera.”
Negli ultimi due anni Brunson ha debuttato con Kobe shoes in colorway player-exclusive che omaggiano suo padre, i Villanova Wildcats e New York City. Il primo modello andato in vendita al pubblico è stato la Kobe 6 PE “Statue of Liberty”, al debutto durante le Finali di Conference contro i Pacers.
La sneaker community ha largamente approvato la scelta di Brunson: è molto più raro e prestigioso essere uno dei volti principali della linea Nike Kobe che avere una propria signature, dato che ci sono già più di 20 giocatori NBA con linee attive, la maggior parte delle quali non ha un impatto significativo sull’industria della moda sportiva.
In sostanza, Brunson ha rinunciato a soldi sia sul campo che ai piedi, e ha vinto su tutti e due i fronti.
Jalen è entrato nella leggenda del basket NBA e dei Knicks partendo dall’essere considerato una scommessa rischiosa (arrivò come seconda scelta da free agent, non una superstar conclamata) a diventare il giocatore più importante nella storia recente dei Knicks e ora campione NBA.
Insomma un Uomo “normale” per dimensioni, ma fuori dal comune per il resto. Il quarto periodo è roba sua, i numeri di Brunson nei momenti che contano davvero appartengono a un’altra dimensione. Complessivamente nel quarto periodo dei playoff, Brunson ha tirato 41 su 70 dal campo (58,5%), con 9 su 14 da tre punti e un quasi perfetto 27 su 29 ai liberi. Dall’inizio della sua carriera NBA, Brunson ha segnato alla seconda frequenza più alta di sempre nei momenti clutch dei playoff, dietro solo a Michael Jordan. Non è una coincidenza, è una caratteristica strutturale del suo gioco.
Nel 2025 ha vinto il Jerry West Trophy come Clutch Player of the Year, ricevendo 70 voti su 100 da una giuria globale di media. In quella stagione ha mantenuto la media più alta della lega nei possessi clutch con 5,6 punti.
In questi playoff il quarto periodo è diventato il suo personale palcoscenico. Brunson ha superato Kobe Bryant per il maggior numero di punti segnati nel quarto periodo nelle prime dieci gare di un playoff, un primato che Bryant aveva raggiunto due volte, nel 2001 e nel 2003. In Gara 1 delle Finali di Conference contro Cleveland, i Knicks hanno rimontato 22 punti di svantaggio fino all’overtime, con Brunson ha messo a referto 15 punti su 7 su 9 dal campo nel solo quarto periodo.
Nelle Finals contro San Antonio Brunson ha guidato la serie con 22 punti segnati nelle situazioni clutch, il record per un giocatore nelle Finals negli ultimi 15 anni, l’ultimo a fare meglio era stato Dirk Nowitzki nel 2011. In Gara 5, il sigillo finale, ha chiuso con 45 punti, record dei Knicks in una partita di Finals, segnando 15 dei suoi punti nel quarto periodo e giocando i minuti finali con un piede dolorante dopo uno scontro con Wembanyama.
A proposito c’è un magnifico video di una sia entrata proprio contro Wemby dove i piedi si incrociano, quello di WEmby è il doppio, Jalen entra finta up-tempo, va al tabellone, il francese si allunga l palla è lì, una frazione di secondo e l’avrebbe presa, invece solo retina…. swisshhhhhh.
Karl-Anthony Towns ha detto di lui: “Con la palla in mano, non mi sorprendo mai di nulla.” È forse la sintesi migliore.
Gli altri, perché New York non è solo Brunson
Ma questa non è la storia di un uomo solo. È la storia di un gruppo costruito con pazienza e poi esploso all’unisono proprio quando serviva.
Nelle classifiche difensive di questi playoff, i Knicks dominano in modo impressionante: OG Anunoby ha il miglior rating offensivo dell’intera postseason (147,5), Towns e Hart guidano la classifica di defensive rating rispettivamente con 99,2 e 101,1, e cinque giocatori dei Knicks figurano nella top 6 della difesa per punti concessi ogni 100 possessi.
OG Anunoby è stato il simbolo della difesa e dell’imprevedibilità offensiva di questi Knicks. In Gara 4 delle Finals ha messo a referto 33 punti con 10 su 15 dal campo e 7 su 9 da tre punti, prima del tip-in che ha consegnato ai Knicks la rimonta dal -29, un canestro che ha già il suo posto nella leggenda della franchigia.
Karl-Anthony Towns, l’acquisto più discusso, ha zittito tutti coloro che lo giudicavano troppo morbido per vincere. Secondo solo ad Anunoby nel rating offensivo e primo nella lega nel defensive rating di questi playoff, ha dimostrato che la critica sulla sua tenuta difensiva nei momenti che contano era superata.
Josh Hart è il giocatore che ogni squadra sogna e quasi nessuna riesce ad avere. In Gara 5 ha chiuso con 11 punti, 11 rimbalzi, 2 assist e 0 palle perse in 39 minuti, unendo strenua difesa e contributo offensivo nel momento più importante.
Nel computo complessivo dei playoff, Hart è terzo nella lega per defensive win shares.
Mikal Bridges, le cinque prime scelte che fecero urlare mezza lega. Ha chiuso Gara 5 con 14 punti, 5 assist, 0 palle perse e 2 rimbalzi in 38 minuti, il chirurgo che non ha bisogno di essere il protagonista per essere decisivo. Brunson, Bridges e Hart sono diventati il primo trio nella storia a vincere insieme sia un titolo NCAA che un titolo NBA. La storia di Villanova si è chiusa nel posto migliore possibile.
Ma torniamo alla storia recente perchè New York è Brunson ma non solo Brunson.
Le Finals: ventisette anni dopo
La stagione 2025-26 inizia con un cambio in panchina. Tom Thibodeau, che aveva portato i Knicks alle Conference Finals la stagione precedente, viene esonerato dal suo incarico e subentra Mike Brown. Ottimo allenatore, ma alzi la mano (incluso il sottoscritto) chi pensava potesse avere questo impatto. Con Brown al timone, i Knicks chiudono con un record di 53-29, terza testa di serie a Est, solo una vittoria davanti ai Cavaliers.
Ai playoff, qualcosa va subito storto. Atlanta li scavalca sul 2-1 prima che qualcosa scattasse a livello di squadra. La sconfitta in Gara 3 contro gli Hawks è stata la penultima della loro stagione: da lì partì una striscia di dodici vittorie consecutive, la più lunga nella storia della franchigia.
Philadelphia eliminata, anzi annichilita, uno schiaffo al già defunto the process. Cleveland spazzata via in quattro gare, con i Cavaliers, esausti dopo due serie al settimo, incapaci di tenere il ritmo di un attacco che ormai girava a memoria. Dodici vittorie consecutive, differential di punti di più duecentosessantadue.
E quindi eccoli qui. I Knicks. Alle Finals. Contro gli Spurs di Victor Wembanyama, il fenomeno di ventidue anni che nel Gara 1 della Western Conference Finals aveva messo 41 punti, 24 rimbalzi e un canestro da ventotto piedi a tempo scaduto per mandare la serie ai supplementari. Il destino è beffardo, la finale è un cerchio che si chiude: è la riedizione delle Finals del 1999, quando San Antonio vinse in cinque gare il suo primo titolo, il resto è storia.
Per la cronaca, giusto per sciorinare qualche numero. In Gara 1, i Knicks hanno vinto 105-95, diventando la prima squadra a battere San Antonio in una gara di apertura delle Finals, gli Spurs erano 6-0 in quelle situazioni. Dodici vittorie di fila in questi playoff, una striscia che ha già eguagliato la seconda più lunga nella storia NBA della postseason.
La vittoria di 1 punto in gara due, la sconfitta netta in gara 3 e la rimonta epica dal –29 in gara 4 culminata con la mano de dios di OG Anunoby, altra storia che varrebbe la pena di approfondire. Ed infine il trionfo in gara 5 a San Antonio, con una serie finale frutto di un grande gioco di squadra, mai domi, pronti a sostenersi a vicenda con una coesione che i giovani Spurs ancora non hanno. Il futuro sarà probabilmente loro ma il presente è dei Knicks, perché nessuno come loro l’ha meritato. Hart è un giocatore commovente, OG Anunoby ha dimostrato che non è solo difesa ed atletismo, Towns ha zittito i critici che lo giudicavano soft in difesa con playoff da leader come difensore e uomo assist, specie quando Brunson era raddoppiato, Bridges un chirurgo che quando serve ha inciso senza per forza dovendo essere un secondo o terzo violino. Potremmo parlare dei Nova Knicks ma anche questa è una storia nota e bella, tre amici capaci di vincere insieme al college e poi in NBA. Una favola, questi Knicks sono una favola o forse un poema.
Coda
Qualcuno a New York sta piangendo, dicevamo. Non è il tipo di pianto che conosce chi vince sempre. È il pianto di chi ha aspettato, di chi ha continuato ad alzarsi la mattina nonostante Isiah Thomas, nonostante Stephon Marbury, nonostante Phil Jackson e il triangolo offensivo, nonostante le ginocchia di Stoudemire e il legamento crociato di Porzingis.
Tutto quello che è venuto prima ci ha portati qui, e forse non ha senso chiedersi cosa sarebbe successo se Porzingis non fosse caduto quella sera a febbraio. Perché se Porzingis non fosse caduto, forse Brunson non sarebbe mai diventato un Knick.
Il basket è uno sport meraviglioso, che da sempre quel qualcosa in più, quei 5 secondi o meno che citava Alex Zanardi. A volte i disastri sono necessari. A volte bisogna toccare il fondo per capire da che parte sta il cielo. E sono 8 anni che non vince la stessa squadra, qualcosa vorrà pur dire.
Il Madison Square Garden ha smesso di piangere.
I Knicks sono campioni.
Jalen Brunson è MVP.
Il web è impazzito, New York è impazzita.
Tutti questi ragazzi se lo meritano perché hanno dimostrato di essere la squadra più coesa, meno rassegnata e la più vogliosa di vincere.
Nota finale 1: proprio perché il basket è meraviglioso dispiace vedere i comportamenti di alcuni personaggi che non riesco a definire tifosi, protagonisti di atti di vandalismo, percosse a tifosi di San Antonio o vandalismi in città. I Knicks non siete voi e voi non ve li meritate!!
Nota finale 2: Onore agli sconfitti, squadra giovane e futuristica che non è solo Wemby. Castle e Harper sono giocatori eccellenti. Il resto è buono, certo Fox ha sulla coscienza errori madornali, ma credo si ricordi le scoppole che prese al college da Brunson… Wembanyama è il fenomeno che deve ancora crescere, gli manca la forza mentale dei grandi, arriverà perché le sconfitte e le critiche a volte forgiano il carattere. Quando la testa sarà top come il resto saranno tempi di festa in Texas.
Ora lascio che la zanzara che mi ronza attorno da un ora mi dissangui, al risveglio la spiaccico sul muro e scopro che è stato un gran bel sogno e che il play di New York è francese e si chiama Ntilikina…. tempi duri, devo rispolverare la maglia numero 2 di Larry Johnson per avere soddisfazioni


I Knicks hanno vinto perchè sono una squadra degli anni ’90: una superstar calma e feroce, quattro scudieri assatanati e la potenza delle storie di fantasia, i miti, l’epica, quella roba lì. E no, non vi libererete mai degli anni ’90: il meglio resta indimenticabile. Jalen Brunson, grazie ai suoi compagni, è entrato nella conversazione.