E alla fine è successo, 53 anni dopo. I New York Knicks sono campioni NBA. Non so come, non so perché hanno vinto una serie in cui San Antonio è stata avanti il 70% del tempo (e per il 4% le squadre sono state perfettamente pari). Non so come, non so perché hanno vinto una serie in cui gli Spurs hanno preso CINQUE VOLTE SU CINQUE un vantaggio di almeno 10 punti a inizio partita, e spesso l’hanno ribadito anche nel quarto quarto. Non so come, non so perché hanno vinto una serie in cui se la sirena fosse suonata a due minuti dalla fine del quarto quarto, i texani avrebbero vinto quattro partite su cinque.

Eppure la corona torna in testa alla Statua della libertà dopo quasi 11 lustri. E il merito è di un suolo uomo: Jalen Brunson. E qui, prima di entrare nel merito della partita, è necessario che io mi cosparga pubblicamente il capo di cenere. L’ho tanto criticato nel primo round, dicendo che non poteva essere la stella numero 1 di una squadra da titolo. Beh, guess what? È la prima scelta in una suqadra che l’anello lo ha vinto eccome, e lo ha vinto contro (quasi) ogni pronostico. Contro la squadra favorita. Contro la squadra dell’Alieno, di colui che avrebbe scritto (e scriverà) una fetta della storia dello sport con la spalla a spicchi. Toccherà a lui prima o poi sollevare il Larry O’Brien Trophy. Ma non ora. Ora è il turno di Jalen Mother***ing Brunson.

La partita

Inizia tutto con un solo fil rouge: difesa. Tosta e aggressiva difesa. Il piano di gioco degli Spura è evidente, soffocare l’attacco degli ospiti. A partire dalla loro anima, Brunson. Castle inizia in full court press sul numero 11 e non gli lascia spazio, Wemby risponde alla grande a una NY molto fisica – e col mirino puntato proprio su di lui – piazzando 3 stoppate in meno di 4 minuti. L’effetto è evidente. A tre minuti dalla fine del primo quarto, i Knicks hanno tirato 0-11 dentro l’arco. Alla prima sirena, il tabellino recita 23 San Antonio e 13 New York. I bluarancio con un sonoro 4-22 nel primo quarto.

Il secondo parziale ricomincia sulla stessa falsariga del primo: Spurs più arrembanti, Knicks imballati che precipitano a -16. Karl-Anthony Towns è un desaparecido, Brunson invece inizia a ingranare la marcia. L’ex Mavs prende per mano New York e lo trascina al -7. Quando il tabellino degli ospiti recita 29, 16 sono di Brunson e 13 di tutti gli altri. All’intervallo lungo, i Knicks sono solo sotto di cinque: 42-37.

Il terzo quarto è una storia ruvida. Una storia simile – forse identica – ad alcuni episodi delle gare precedenti. A partire dal quarto immediato fallo di KAT, che Mike Brown ha tolto dal parquet dopo 15 secondi e ha tenuto in panchina nella speranza di usarlo nella volata del quarto quarto. E c’è poi un certo Dylan Harper. In una partita dove Fox e Castle non sono solo assenti ma quasi dannosi, il rookie è salito in cattedra segnando 21 punti in 22 minuti. A memoria, sono davvero pochi i novellini che negli ultimi anni sono “nati pronti” per il grande palco quanto lui. Il tutto contro una New York che, oltre al problema di falli di KAT, ha zero (ZERO) aiuto dalla panchina. Contando che i primi punti dei non titolari arrivano con un floater di Clarkson a 30 secondi dalla fine del terzo quarto, che comunque NY chiude a -7.

Nell’ultimo periodo, Mike Brown si gioca la carta Towns. E si vede. Non per punti segnati, ma per quanto Wembanyama risulta infastidito nella metà campo offensiva. Il francese, nell’1v1 con KAT, sembra scomodo, mai in ritmo. Se l’impatto offensivo di KAT è inesistente (uscirà con 6 falli e 2 soli punti), lo show di Brunson è una vera e propria clinic offensiva. Dal layup al jumper, dal pump fake alla penetrazione nel pitturato marcato dal DPOY in carica.

Wemby è completamente fuori partita (solo 3 punti nel quarto quarto), i Knicks risalgono per l’ennesima volta la china. Le gambe e la testa dei padroni di casa è bloccata, si devono affidare alle giocate solitarie di Harper e a una bomba disperata di Vassell per muovere la retina. Ma l’inerzia della partita ormai è completamente svoltata. Brunson è caldo come una pistola – direbbero in Texas – e nell’ultimo periodo ne piazza 15, uno più bello dell’altro. Alla fine saranno 45 con più del 50% dal campo. A suggellare la vittoria ci pensa però lui, l’impronosticabile Mitchell Robinson, con un ENORME ribalzo offensivo dopo un errore dalla lunetta di Hart a 26 secondi dalla fine.

Da quel momento è solo una battaglia di fallo contro fallo, lunetta contro lunetta, difesa aggressiva e quasi-backcourt violation. A piantare gli ultimi chiodi della bara Spurs ci pensa un incolpevole Harper, che sbaglia un tiro libero ed è costretto a sbagliare il secondo per sperare nel rimbalzo. La palla la prende invece Anunoby: 94-90, tabellata di Wemby e sirena. I Knicks sono campioni NBA. E se lo sono meritato. Tutto.

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