Rivincita è servita, almeno per metà. San Antonio si prende Gara-3 e dimezza lo svantaggio da una New York che continua a giocare un basket non tanto stellare, ma concreto, tosto, rabbioso.
Gli Spurs non sono certo da meno, però. La fisicità fa parte del DNA dei nero-argentati. Trascinati dal solito Wembanyama, che è parso più a suo agio in difesa rispetto alle prime due partite delle Finals, alla fine i colpi di grazia alle speranze di rimonta dei padroni di casa li hanno dati Stephon Castle e De’Aaron Fox. Dopo che – durante la partita – spesso e volentieri è stato Dylan Harper a prendersi la briga di tenere lontani i Knicks rispondendo punto a punto alle loro folate offensive.
La partita
Inizia tutto con l’inno. O meglio con una pioggia di “buuu” rivolto verso Donald Trump. Ora, al netto degli schieramenti ideologici di tutti, per rimane un sacramento intoccabile il fatto che lo sport sia lasciato intatto da qualunque colore politico. Proprio per questo, Gara-3 è stata parzialmente snaturata. Non dalla presenza di Trump, ma dal divieto dei “watch parties” dei tifosi, diventati una vera sensazione in questi incredibili playoff. Pur comprendendo la necessità di proteggere il presidente, lo sport e il calore del tifo è stato comunque messo in secondo piano. In una delle partite più pesanti della stagione, forse la più pesante finora. Soprattutto se poi la persona in questione si addormenta durante la partita.
Al netto di questa considerazione, concentriamoci sul parquet. Il primo quarto, come era successo nelle prime due gare della serie, è quasi un assolo degli Spurs. Wembanyama piazza 9 punti in 9 minuti, Castle entra finalmente nella serie con altri 7, Harper dalla panchina fornisce sempre il suo solito (e solido) apporto. Dall’altra parte Jalen Brunson fa una fatica immane, muove la retina solo in 2 occasioni su 8 tiri. I Knicks chiudono sotto di 11, aggrappati alla partita solo grazie a un super Josh Hart.
Il secondo quarto è la stessa storia, ma ribaltata di 180 gradi. I Knicks schiacciano finalmente il piede sull’acceleratore, Karl-Anthony Towns si sveglia (sarà l’unico quarto della partita in cui accade), Brunson scalda il polso. ma soprattutto OG Anunoby arriva come una tempesta sulla difesa di San Antonio. In 10 minuti, l’ex Toronto segna 11 punti con un true shoooting da 127,3%. Tradotto? Solo e sempre canestro. Dall’altra Castle continua nella sua serata di grazia, ma attorno a lui nessuno (se non a tratti l’alieno francese, riesce a stargli dietro. Il risultato è un parzialone dei padroni di casa, che all’intervallo si trovano in vantaggio 64-57.
Il terzo quarto la bilancia torna a pendere per gli ospiti, spinti dalla consapevolezza che un 0-3 significhi (al 99,9999 e tutti i nove che potete mettere %) salutare i sogni di titolo. Wemby continua a martellare, con costanza. Harper dalla panchina dà uno sprint quando Castle, comprensibilmente, cala di testa e di percentuali dal campo. Champagne si accende con due triple. Ma soprattutto i texani si risvegliano in difesa, soffocando KAT e Brunson. E togliendo ai Knicks una delle loro armi principali: la circolazione di palla.
Il quarto quarto è una battaglia tra squadre disperate. I Knicks vedono soffiarsi sotto gli occhi la possibilità di un 3-0 che sapeva già troppo di Larry O’Brien. Gli Spurs allungano e tengono lontani i bluarancio grazie a un super Wembanyama da 10 punti. E grazie a una difesa scellerata dei Knicks, che in tre minuti fa cinque falli e regala il bonus agi Spurs. Tradotto: 10 punti regalati dalla lunetta.
Alcune considerazioni sulla partita
Alla fine gli Spurs la strappano. Con le unghie e con i denti. Con un Wemby da 31 punti, 8 rimbalzi, 6 assist, 2 rubate e 3 stoppate. Ma soprattutto sempre più preciso dal campo. Perché? Meno palloni in post, meno giocate impostate da solo e da fermo. E soprattutto, i tiri si sono staccati dalla sua mano molto più vicini al ferro rispetto alle prime due partite. Inevitabile, per un fenomeno del genere, che la percentuale si alzi.
Fondamentale Castle per gli Spurs. Non solo con i suoi 23 punti, ma con la tripla che di fatto ha messo in ghiaccio o quasi la partita, rimbalzando indietro per un’ultima volta l’assalto dei Knicks negli ultimissimi minuti. Ottimo Harper, con 13 punti e 9 rimbalzi. Nonostante la giornata al tiro da dimenticare, l’impressione è sempre che lui sia presente e si senta eccome quando la palla a spicchi pesa di più.
Per i Knicks è un ritorno con i piedi a terra. I 32 di Brunson sono abbastanza inefficienti (56% di true shooting). Bridges e KAT, alla prima delle Finals nel Garden, sono stati dei veri e propri desaparecidos. Onore a Hart e soprattutto Anunoby, che hanno tenuto a galla una squadra tenendola attaccata a una partita che avrebbero potuto tranquillamente perdere di 20 punti. Ma alla fine perdere di 4o di 30 non cambia la matematica: sempre 2-1 è.
La discussione sugli arbitri
Nella conferenza stampa di fine partita, Mike Brown ha puntato il dito contro gli arbitri ricordando i 24 tiri liberi fischiati per SA nel secondo tempo contro gli 8 per i Knicks. È evidente però che, al netto dei singoli errori che possono esserci stati e ci sono sempre (da una e dall’altra parte), il tema non è stato quello dei fischi arbitrali. KAT è stato completamente tagliato fuori dal match, Bridges in attacco quasi non si è visto, gli Spurs nel terzo e quarto quarto hanno giocato con più rabbia. Più voglia. Al massimo Brown avrebbe dovuto richiamare all’attenzione – e lo avrebbe fatto a ragione – sue due singoli errori madornali fatti dalla terna. Il primo, un flagrant grande come una casa su Wemby, che in queste prime gare sembra essere più manesco del suo solito. E contando che Wemby ha già ricevuto un Flagrant-2 per la gomitata su Naz Reid in questi Playoff, significa avvicinarsi pericolosamente a (o centrare in pieno) la sospensione di una giornata.
Poi c’è questa piccola azione, nel finale della gara.
Non un fischio di gioco, un contatto-non contatto. Ma un fischio di routine, perché San Antonio – sopra di sei a una manciata di secondi dalla fine – entra in campo con sei uomini. La palla dei Knicks è in gioco, il che significa fallo tecnico, due tiri liberi e possesso New York. Da -6 diventa -4, nel finale da -3 diventa -1. E la partita cambia drasticamente. Ma gli arbitri sono gli stessi, a destra e a sinistra. I fischi sono quelli. Si prende, si apprende, si va avanti. La storia rimane quella scritta sul tabellone. Che dice Spurs 115 – Knicks 111. Che dice 2-1 New York, e ci si rivede tra due giorni per una palla a due che potrebbe (ancora una volta) decidere se c’è ancora ossigeno per sperare in Texas.
24 anni, folgorato fin da bambino dal mondo americano dei giganti NBA e dei mostri NFL, tifoso scatenato dei Miami Heat e – vien male a dirlo – dei Cincinnati Bengals. Molto desideroso di assomigliare a un Giannis, basterebbe anche un Herro, ma condannato da madre natura a essere un Muggsy Bogues, per di più scarso.

