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San Antonio contro New York è la stessa finale del 1999, rigiocata da due squadre che con quelle non hanno più niente in comune. Allora vinsero gli Spurs, con Tim Duncan che a ventidue anni alzò il trofeo da MVP delle Finals. Oggi gli Spurs hanno un nuovo fenomeno della stessa età e sperano di poter ripetere il medesimo risultato.
Dall’altra parte c’è una New York letteralmente impazzita dalla passione per la squadra in blu e arancio – per conferma vi basti sapere che i biglietti a bordo campo per Gara 3 al Garden sono in vendita a più di 108.000 € dollari (sic) – guidata dal messia Jalen Brunson che spera di riportare i Knicks a quel titolo che da quelle parti manca dal lontano 1973.
La serie sarà in bilico, ma né il fattore campo né la febbre di una città sposteranno davvero l’ago della bilancia. A decidere una finale NBA sono sempre, oltre alla qualità dei giocatori, i dettagli sul campo: chi protegge meglio i propri possessi, chi vince la lotta a rimbalzo, chi impone il ritmo che fa male all’altro, chi marca chi e a quale prezzo.
I bookmaker danno favorita San Antonio a -205: significa che per vincere cento dollari sugli Spurs bisogna rischiarne più di duecento. Ma in stagione regolare i Knicks hanno battuto gli Spurs due volte su tre, compresa la finale della NBA Cup. In quell’occasione finì 124 a 113 per New York, anche se Wembanyama non era ancora il giocatore che ha portato un gruppo di (presunti) giovani inesperti a un passo dal trionfo finale. Nè, peraltro, i Knicks erano ancora la corazzata che arriva a questo appuntamento dopo aver spazzato via la concorrenza dell’Est.
Il cammino degli Spurs
Gli Spurs sono arrivati in finale per la via più dura. Hanno eliminato i campioni in carica di Oklahoma City in una gara-7 vinta 111-103 in trasferta, epilogo di una serie da sette battaglie che li ha riportati in Finale dopo dodici anni. Per arrivare in fondo hanno dovuto battere i migliori, e l’hanno fatto.
Il motivo per cui sono considerati favoriti ha un nome e un cognome. Victor Wembanyama ha vinto all’unanimità il premio di MVP delle Finali di Conference, chiuse a 27,3 punti, 10,9 rimbalzi e 2,7 stoppate di media, con il 48,1% dal campo e il 40% da tre. Alla terza stagione nella lega, è già il difensore dell’anno ed è arrivato terzo nella corsa all’MVP. La sua presenza riscrive la geografia del campo avversario: chiude a tripla mandata il pitturato, costringe gli avversari a tirare da fuori, trasforma ogni penetrazione in una scommessa. Senza contare gli enormi progressi nella metà campo offensiva, in cui a tratti è già immarcabile.
Le crepe partono dall’anagrafe. È una squadra costruita attorno a ragazzi poco più che ventenni, e in una Finale la gioventù dà gambe e incoscienza, ma anche farfalle nello stomaco. Le gambe, poi, contro OKC sono state abbondantemente consumate e riportano qualche cicatrice, con De’Aaron Fox e il rookie Dylan Harper che arrivano alla Finale non al meglio.
L’altro problema è l’attacco. Per quanto sensibilmente migliorato rispetto anche solo a qualche mese fa, nella metà campo offensiva Wembanyama non è ancora così costante come nell’altra. Fox sulla carta sarebbe il secondo violino che dovrebbe garantire punti, ma i suoi playoff sono stati finora abbastanza deludenti, così come quelli del sesto uomo dell’anno Keldon Johnson. Se Champagnie e Vassel dovessero perdere efficacia, Castle e Harper potrebbero ritrovarsi troppo soli.
Il cammino dei Knicks
Undici vittorie consecutive. Solo altre tre squadre, nella storia dei playoff, avevano infilato una striscia così lunga; l’ultima era stata Golden State nel 2017, che ne mise in fila quindici e vinse il titolo passeggiando. È il dato che chiude qualsiasi discorso sul diritto dei Knicks a giocarsi questa finale. Dopo un veloce assestamento iniziale, hanno superato Atlanta in sei gare e spazzato via Philadelphia e Cleveland come se fossero squadre di G-League. Nei playoff hanno avuto il miglior attacco, la miglior difesa e, di conseguenza, il miglior net rating. Un abissale +19,8: un differenziale mai così ampio nella storia.
I Knicks hanno con un’identità precisa, rinnovata nel recente passato da quando Brunson è diventato meno centrale nella costruzione del gioco per sfruttare le (sorprendenti) qualità di passatore dal post alto di Karl-Anthony Towns. Aprono il campo con quattro o cinque tiratori e poi puniscono sotto canestro: guidano i playoff per conclusioni dall’area piccola e per punti nel pitturato, e quando arrivano al ferro segnano due volte su tre. Hanno profondità di roster, tiratori e rimbalzisti d’elite, e una solidità difensiva garantita da personale altamente specializzato come Bridges Hart, Anunoby e Robinson.
Il dubbio, quello vero, riguarda chi hanno battuto. In stagione regolare Atlanta era la decima difesa della lega, Cleveland la quindicesima, Philadelphia la diciassettesima. Dominare squadre come queste dice qualcosa, ma non tutto, e di sicuro non è una garanzia contro un avversario fatto di una pasta ben diversa come questi Spurs. L’altra incognita è la salute di Mitchell Robinson, operatosi al mignolo dopo la finale di Conference, ma che dovrebbe essere regolarmente disponibile per gara 1.
Le star
Wembanyama è il difensore dell’anno, votato all’unanimità, e i numeri dicono che con lui in campo la difesa degli Spurs concede 86 punti su 100 possessi a metà campo, una cifra che non sembra appartenere a questo sport. Con un’apertura alare da otto piedi e riflessi che non sembrano umani, intere zone del campo diventano off-limits quando è il francese è anche solo nei paraggi. È, di gran lunga, il miglior difensore in aiuto che si sia mai visto. Nell’altra metà fa cose che i lunghi non fanno: gioca pick-and-roll invertiti, esce dai blocchi come una guardia, prende triple dal palleggio da nove metri.
Eppure, qualche difetto (per ora) c’è ancora. In difesa, l’istinto per voler contestare ogni tiro lo porta spesso a lasciare il suo uomo, con la stoppata sfiorata che spesso si trasforma in un rimbalzo d’attacco avversario; nei playoff San Antonio è tra le difese che concedono più seconde occasioni, e questo accade proprio quando lui è in campo. In attacco, nei momenti in cui va in riserva di energie tende ad uscire un po’ dalla partita, accontentandosi di tiri “facili” ma poco efficaci.
Brunson è il motore e il closer dei Knicks, oltre ad essere un giocatore che ha riscritto i canoni della leadership lasciando sul tavolo un centinaio di milioni per permettere alla dirigenza di allestire questo roster. Da solo, ha ribaltato la serie contro i Cavaliers prendendosi franchigia e città sulle spalle in un finale di gara 1 che è già entrata nella leggenda. Un giocatore di un metro e ottanta non dovrebbe essere in grado di esercitare un tale dominio in un’attacco NBA, ma Brunson va sostanzialmente dove vuole quando vuole, grazie a una forza che pound for pound non ha eguali nella lega. La difesa è il suo punto più debole, ma a differenza di altre superstar (pronto, casa Harden?) mette sul piatto orgoglio e dedizione alla causa.
Brunson arriva alla Finale con un dato che stona: nei playoff ha segnato meno del 30% dei suoi tiri da tre in palleggio, una conclusione dove di solito è molto più efficace. Dove resta letale è sulla media distanza, ma la porzione di campo che rende Brunson un incubo per gli avversari è proprio quella che la stella degli Spurs rende impraticabile. The unstoppable force meets an immovable object. Vedremo quale dei due avrà la meglio.
I comprimari
Le Finali equilibrate le vincono spesso i comprimari. Perchè le star trovano sempre il modo di portare il loro contributo, mentre i giocatori di contorno subiscono una maggior varianza nelle prestazioni che può risultare decisiva.
New York mette in campo un roster profondo e collaudato. Karl-Anthony Towns è il secondo violino che può anche diventare primo: un lungo di sette piedi che apre il campo, punisce gli accoppiamenti in post e monopolizza i rimbalzi difensivi. In questi playoff ha giocato il basket migliore della sua carriera, anche se il suo passato resta segnato da cali di rendimento nei momenti decisivi che dovrà dimostrare di aver superato. OG Anunoby è la costante più affidabile: è il miglior difensore della squadra, capace di marcare chiunque da Castle a Wembanyama, e in questi playoff un tiratore da quasi il 48% da tre. Mikal Bridges porta difesa, tiro dagli angoli e quando serve può prendersi un po’ di compiti di palleggio per alleggerire il lavoro di Brunson. Josh Hart è il barometro della serie: gli Spurs lo lasceranno aperto per utilizzare Wembanyama in aiuto, e a fare da ago della bilancia sarà il suo tiro da fuori; la sua energia, invece, non si discute. E se Hart non trova il bersaglio, dalla panchina escono Landry Shamet, tiratore reduce da una finale di Conference da undici triple su dodici e un inaspettato impatto anche in difesa, e l’idolo del Garden Miles Deuce McBride. Sotto canestro, i rimbalzi d’attacco di Mitchell Robinson valgono oro, ma gli Spurs possono mandarlo in lunetta per toglierlo dal campo.
San Antonio risponde con un gruppo cresciuto in fretta. Stephon Castle, rookie dell’anno la scorsa stagione, è diventato il secondo creatore di gioco di cui gli Spurs avevano bisogno accanto a DeAron Fox, oltre a un realizzatore capace di sventrare il ferro con schiacciate da cineteca. Matricola lo è ancora Dylan Harper, resta da vedere se l’aria delle finali sarà abbastanza rarefatta da ricordarglielo, perchè fino ad oggi le sue prestazioni sono state strabilianti. Julian Champagnie e Devin Vassel portano centimetri e tiro sugli esterni, Keldon Johnson fisicità e rimbalzi; Luke Kornet ha segnato la gara 7 contro OKC con una stoppata in contropiede, ma per il resto della serie era stato disastroso. Contro i Knicks potrebbe avere la possibilità di rifarsi.
La domanda chiave, qui, è quali giocatori sapranno sfruttare meglio i tiri aperti. Perché entrambe le squadre, contro difese così efficaci nel chiudere l’area, avranno a disposizione tante conclusioni da fuori, soprattutto i giocatori che le rispettive panchine sceglieranno di battezzare. New York sulla carta ha tiratori migliori, ma gli Spurs hanno già dimostrato di saper segnare canestri pesanti quando conta.
Panchine e allenatori
In panchina si fronteggiano due storie opposte. Mike Brown è alla sua seconda Finale da capo-allenatore: la prima la giocò nel 2007, con Cleveland, e finì nel modo più crudele, spazzato via per 4-0 proprio dagli Spurs. È arrivato a New York dopo l’addio a Tom Thibodeau, sollevato dall’incarico nonostante avesse portato i Knicks fino alle Finali di Conference. Brown ha preso quel gruppo e gli ha tolto un po’ di rigidità, portando un attacco più fluido e rotazioni più profonde (non che ci volesse molto).
Dall’altra parte c’è Mitch Johnson, che questa Finale la raggiunge alla prima stagione piena da capo-allenatore, con 62 vittorie in stagione regolare e un posto tra i finalisti per il premio di coach dell’anno. Ha ereditato la panchina dopo l’ictus che ha messo fine alla carriera sul pino di Gregg Popovich, anche se, a sentire i giocatori, il Jefe è ancora una presenza immanente.
Brown parte avvantaggiato per il bagaglio di esperienza, ma Johnson ha dimostrato di saper leggere una serie e fare aggiustamenti in corsa come ha fatto, più volte, contro OKC. La distanza non è così ampia come potrebbe sembrare.
L’X-factor
In gara 1 della finale di Conference contro Cleveland, per tre quarti i Knicks sembravano una squadra che aveva dimenticato come si gioca. Avevano spazzato Philadelphia e poi atteso una settimana abbondante; i Cavaliers arrivavano da una gara 7 vinta a Detroit, sette incontri di una semifinale durissima nelle gambe, e nonostante questo correvano il doppio. New York è andata sotto di ventidue nel quarto periodo; poi ha rimontato e ha vinto al supplementare, e il resto della serie l’ha chiusa 4-0 con margini che a un certo punto hanno superato il limite dell’imbarazzo. La ruggine dei Knicks era durata un tempo e mezzo. La fatica dei sette incontri di Cleveland è rimasta fino alla fine.
È il modello da tenere in mente per queste Finals. I sopravvissuti sono gli Spurs, usciti il 30 maggio da una gara 7 contro Oklahoma City finita 111-103, dentro una serie che si era aperta con una gara 1 da due supplementari. Quattro giorni di recupero prima di volare sul parquet di casa per gara 1 sono meglio delle 48 ore che aveva avuto Cleveland, ma la risorse risparmiate dai Knicks nel cammino verso la finale potrebbero prima o poi fare la differenza.
San Antonio ha il vantaggio del campo a mascherare tutto questo nelle prime due gare, e l’adrenalina di una finale copre molte cose. Ma copre, non cancella.
Il pronostico
Gli Spurs sono i favoriti dai bookmaker perché hanno appena battuto i campioni in carica, hanno il vantaggio del fattore campo e soprattutto schierano il giocatore più forte del pianeta. I Knicks, dal canto loro, sono arrivati fin qui passando sopra avversari mediocri, e nessuno sa davvero quanto valga una corsa così pulita finché non incontra una vera resistenza.
Ma New York è attrezzata per contrastare l’impatto di Wemby su entrambi i lati del campo. In attacco con Towns a portarlo oltre l’arco e uno spacing con quattro esterni, dove il francese avrà più difficoltà a imporre il suo dominio assoluto. In difesa, opponendogli i centimetri di Robinson e la fisicità della rotazione di ali. A questo si aggiungono i precedenti stagionali, con un +16 per NY nei minuti con Wembanyama in campo che, seppur su un campione molto limitato, potrebbe essere il segnale di qualcosa di importante.
Sarà una serie vera, e gli Spurs hanno le carte in regola per alzare il trofeo quando tutto sarà finito. Ma anche i Knicks hanno una bella mano da giocare, e assomigliano molto a una squadra del destino.
New York in sei.
Ex pallavolista ma con una passione ventennale per il basket NBA e gli sport americani in generale. Tifoso dei Mavericks, di Duke e dei ’49ers, si ispira a Tranquillo e Buffa ma spera vivamente che loro non lo scoprano mai.


Condivido tutto. Wembanyama è il futuro ma Brunson è il presente. Ma pure il passato, visto che questi Knicks ricordano una squadra anni ’90: una superstar mangiapalloni (Jordan), un secondo capace di tutto (Pippen), uno stopper d’élite già campione altrove (Rodman), comprimari pronti a coprire e colpire (Kukoc, Paxson, Kerr), lungaccioni a battagliare sotto (Longley).