La serie dell’anno, la serie degli ultimi cinque anni, la serie del decennio. E così via, così discorrendo. Per definire la sfida tra Okc e San Antonio basta prendere la frase “la più ____ della memoria recente” e riempire il buco con un qualunque aggettivo positivo. Ritmo, agonismo, cattiveria (a tratti anche troppa), urla e lacrime, accuse di complotto da una parte e dall’altra.

Era la sfida del due volte MVP in carica contro lo sfidante e Defensive player of the Year. La battaglia tra il rebuild meglio riuscito degli ultimi vent’anni in Nba (grazie Sam Presti) contro la nobile caduta in disgrazia e risorta con l’arrivo del Messia. O meglio dell’Alieno.

Una guerra estenuante, senza esclusione di colpi. Ma come in tutti i corpo a corpo (escluso Davide e Golia) alla fine la vince chi è alto 224 centimetri. Soprattutto se tira da centrocampo con la stessa naturalezza con cui schiaccia in punta di piedi.

OKLAHOMA CITY THUNDER (1) vs SAN ANTONIO SPURS (2): 3-4

Per chi non aveva tempo

  • Gara 1: Oklahoma City Thunder 115 – San Antonio Spurs 122
  • Gara 2: Oklahoma City Thunder 122 – San Antonio Spurs 113
  • Gara 3: San Antonio Spurs 108 – Oklahoma City Thunder 123
  • Gara 4: San Antonio Spurs 103 – Oklahoma City Thunder 82
  • Gara 5: Oklahoma City Thunder 127 – San Antonio Spurs 114
  • Gara 6: San Antonio Spurs 118 – Oklahoma City Thunder 91
  • Gara 7: Oklahoma City Thunder 103 – San Antonio Spurs 111

Le 4 verità, cosa ci ha insegnato la serie:

1. La vittoria dei gregari

In una serie dove ad affrontarsi erano il primo e il secondo nella classifica per l’MVP, a fare la differenza tra un 4-3 e un 3-4 era l’esercito di “gregari”, seconde stelle e seconde linee che nei due roster completano la costellazione. Da una parte la creatura di Sam Presti fatta di scelte, scommesse a basso prezzo e qualche solido pezzo alla Hartenstein e Caruso. Dall’altra quella ereditata da Mitch Johnson, composta di altissime pick al Draft, una trade di livello (Fox) e riempitivi più che decenti. Entrambe le batterie ne escono più che positivamente. Alex Caruso e Jared McCain sono stati protagonisti di una serie, e in generale di Playoff, di altissimo livello. Cason Wallace con lui, entrambi decisivi nelle serate in cui Okc è riuscita a dare una zampata – non decisiva – a San Antonio.

Ma sono proprio gli uomini in nero-grigio-bianco a confermare l’eccelso lavoro di roster building portato avanti in quel del Texas. Certo, avere Wembanyama nel pitturato (o sull’arco) fa tutta la differenza del mondo. Ma rimangono gli Stephon Castle, i Devin Vassell, i Keldon Johnson. E i Dylan Harper. Perché il demone ex Rutgers Scarlet Knights si è dimostrato un’arma imprescindibile per Johnson. In attacco, grazie alla sua versatilità e a una fisicità tale da mettere in difficoltà chiunque. In difesa, per la sua garra sudamericana e la sua abilità di far valere il suo spessore a contatto. A farne le spese proprio i trascinatori di Okc: per McCain 4 punti in 61 possessi (33% di effective field goal percentage), per Cason Walace 3 punti in 55 possessi, addirittura per Shai 11 in 53 possessi (32% dal campo). E poi c’è Caruso: 1 punto in 46 possessi e 0% dal parquet.
Emblematica la prima sfida contro Okc, che ha permesso agli Spurs di scattare subito sull’1-0 rubando il fattore campo. Una serata da doppio overtime chiusa con 24 punti, 11 rimbalzi, 6 assist e ben 7 rubate (record di franchigia all-time nei Playoff). Numeri che gli hanno permesso di diventare il secondo rookie nella storia Nba a firmare una partita di post-season da almeno 20 punti, 10 rimbalzi, 5 assist e 5 recuperi, insieme a Magic Johnson.

2. Shai, luci e ombre

È stato uno Shai bifronte, come quel Giano che con le porte dei suoi templi nell’Antica Roma poteva decidere di guerra e di pace. È stato uno Shai con il peso di due MVP sulle spalle, e con quello di una squadra che fin da dodici mesi fa era data (ed era) innegabilmente la favorita assoluta. La sbaraglia-concorrenza. E sia ben chiaro, a Okc nessuno si è “svegliato tutto sudato”, nessuno li ha fatti tornare con i piedi a terra. Semplicemente hanno ricevuto una visita del quarto, quinto, sesto tipo.

Forse da SGA era legittimo aspettarsi qualcosina in più. I passaggi a vuoto ci sono stati, gara-6 e gara-4 su tutte. Ma alla fine si parla di un giocatore da 26 punti, 9 rimbalzi, 3 assist, 2 rubate e una stoppata a partita in 38 minuti di media. Contro la squadra di quello che, tra un decennio, sarà con facilità considerato il più grande difensore che abbia mai calcato un parquet. Di un giocatore che ha dato tutto, con una gara-7 a dir poco monumentale da 35 punti, 9 assist e 3 rubate, tirando con il 12 su 21 dal campo e tenendo in partita la sua franchigia senza alcun aiuto da parte dei soliti noti. Tralasciando il discorso flop, di cui anche io (confesso) mi sono a volte lasciato trascinare, Shai è e rimane un top 3 della Nba. E questo è fuori discussione.

3. Chet, quanto è concreta questa involuzione?

Era la favoletta mitica su cui i social media Nba marciavano da un paio di anni, anzi qualcosina di più. Da quello scontro Francia-Usa in cui Chet Holmgren e Victor Wembanyama si erano sfidati per la prima volta, i due “grissini” pronti a mettersi in tasca la lega con una combinazione inedita di apertura alare e tecnica, polso spezzato e tiri stoppati. Poi, arrivati alla prova del nove, i nodi sono venuti al pettine.

Il tabellino di Chet è impietoso, forse qualcosina in più: 10.7 punti, 7 rimbalzi e 1 assist a partita con un true shooting del 60%, insospettabilmente alto. Questo perché, in media, la presunta seconda stella della presunta futura dinastia ha tirato 7 volte a partita (solo due in Gara-7). Come Alex Caruso. Come Cason Wallace. Per demeriti suoi, certo. Per meriti soprattutto di Stephon Castle e Wemby, che lo hanno marcato per circa il 50% dei possessi offensivi di Okc facendogli muovere la retina solo nel 41% dei tiri presi: 210 possessi giocati, 23 punti segnati contro loro due.

Nell’altra metà del campo, invece, San Antonio è stata in grado di sfruttare le debolezze di un giocatore da All-Defensive Nba Team. Un possesso difensivo su quattro, Holmgren è stato costretto a passarlo inseguendo una guardia agile e sgusciante come Justin Champagne. che infatti ha segnato contro di lui nel 60% dei casi. Ma a demolire completamente le capacità difensive dell’ex Gonzaga è stato proprio il diretto rivale Wembanyama, che ha segnato 35 punti – tirando 11 volte dalla lunetta – in soli 90 possessi in cui si è trovato uno contro uno con Chet.

Ora, dopo aver incassato il 4-3, la palla passa a Sam Presti e a Mark Daigneault. Starà a loro valutare quanto questa palese regressione di Holmgren sia figlia di un momento passeggero o di limiti intrinsechi del giocatore. Anche perché, proprio a partire dalla stagione prossima, per Chet scatta il ricchissimo quinquennale da 236 milioni di dollari. E se l’involuzione non si dovesse fermare all’Alieno Wemby, liberarsi di quel contrattone negli anni a venire sarà sempre più difficile.

4. Wemby, il futuro è tuo

Le lacrime a fine partita raccontano più di tante parole. Il suo portamento davanti ai microfoni a fine partita, la sua capacità di dominare da una parte all’altra del campo. Siamo di fronte a un giovanissimo di 224 centimetri, arrivato nella Lega con una pressione mediatica più pesante di quella di Zion Williamson. Forse leggermente inferiore a quella del Chosen One LeBron James. Un fenomeno che si è trasferito oltreoceano, e che ha saputo reggere il mondo americano con una professionalità e maturità indicibili.

Che, al netto della retorica su ritiri zen in montagna e palleggi in salita (che per quanto mi riguarda lasciano un po’ il tempo che trovano), non esce mai dalle righe. E tira da dovunque. Sotto il ferro è una sentenza. Fuori dal pitturato ha movenze e colpi che non hanno assolutamente una connessione logica con la sua lunghezza. E in una serie dove Okc è riuscita a limitarlo più di chiunque altro, ha chiuso con 27.3 punti, 11 rimbalzi, 3 assist, 2.7 stoppate e 1.4 palle rubate. E un mostruoso defensive rating da 86.2 punti concessi ogni 100 possessi.

Ha mangiato in testa ai suoi diretti sfidanti, segnando con il 64% di effective field goal percentage su Hartenstein e con il 50% su Chet Holmgren. Ha dominato contro i più bassi Caruso e SGA, rispettivamente 60% e 82%. È stato limitato solo parzialmente da Lu Dort, soffrendo la sua fisicità (New York, guardare e imparare) e tirando co il 40%. In difesa ha cancellato tutto il cancellabile. Ha tenuto intorno ai 4 canestri ogni 10 tiri Shai e McCain, ha reso ingiocabile – letteralmente – Isaiah Joe, uno delle rivelazioni dela regular season di Okc chiudendogli il corridoio per il ferro. Ha patito lievemente il lob di Hartenstein e lo stato di grazia e illuminazione divina di Caruso. Temo si debba ancora inventare un modo per mettere sistematicamente in difficoltà l’unicorno, l’Alieno parigino.

Commenta

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.