Il tabellone occidentale degli NBA Playoff 2026 rispetta quanto sancito dalla regular season: ad affrontarsi per il titolo di campioni della Western Conference e soprattutto per un posto nelle NBA Finals saranno le prime due classificate del girone. Ovvero i campioni in carica Oklahoma City Thunder forti del loro clean sheet da otto vittorie su 8 nella postseason e i secondi classificati San Antonio Spurs, al ritorno in semifinale dopo nove anni.

L’andamento delle due serie al secondo turno dell’Ovest non è stato molto diverso da quanto visto nelle contese precedenti delle due squadre. OKC ha compiuto lo sweep ai danni dei Los Angeles Lakers già sconfitti in tutte le 4 gare di regular season tra le due squadre con annesse polemiche nuovamente sull’arbitraggio di gara-2; non molto diverso il discorso per gli Spurs che contro i Minnesota Timberwolves reduci dallo sgambetto ai Denver Nuggets hanno iniziato perdendo gara-1 in casa e poi hanno dovuto affrontare l’espulsione di Victor Wembanyama in gara-4 costata la seconda sconfitta ai texani (così com’era andata quando Wembanyama abbandonò il campo in gara-2 contro Portland entrando nel concussion protocol) ma per il resto ha superato gli avversari con pieno merito, a tratti dominandoli.

Shai Gilgeous-Alexander affronta Victor Wembanyama: le due stelle delle finaliste di Conference

Shai Gilgeous-Alexander affronta Victor Wembanyama: le due stelle delle finaliste di Conference

Moltissimi motivi d’interesse intorno a una serie playoff tra una squadra giovane e in rampa di lancio come gli Spurs e un’altra già affermata e nel pieno del suo ciclo vincente come i Thunder; addentriamoci quindi nell’analisi delle due serie, con un occhio anche alle primissime impressioni su cosa attende in estate gli sconfitti Lakers e Wolves.

OKLAHOMA CITY THUNDER – LOS ANGELES LAKERS 4-0

Andando a rivedere come si presentava il tabellone iniziale viene da pensare che lo scenario attualmente concretizzatosi fosse alla fine il più preventivabile, con i Thunder attesi al consueto scontro testa-coda con i Phoenix Suns e poi a quello con la vincente tra i Lakers e gli Houston Rockets, due squadre con grandi ambizioni ma dall’andamento affatto lineare in regular season. In effetti la squadra di Mark Daigneault ha compiuto finora un percorso dominante che è continuato anche con la blasonata squadra dell’ancor più blasonato LeBron James e rimarcato come Shai Gilgeous-Alexander e soci fossero ancora gli uomini da battere per il titolo.

Los Angeles non ha recuperato Luka Doncic per il quale si diceva ci fossero possibilità di rientro in gara-4 poi non concretizzate e se si eccettua la reazione d’orgoglio in gara-4 per evitare il cappotto non è riuscita a dare troppi problemi ai campioni uscenti accumulando un ventello abbondante di media di scarto nelle prime tre gare, alzato peraltro dal 131-108 della terza partita in favore di Oklahoma City che spesso dà invece motivazioni di rivincita ad una squadra sotto 2-0 e che conta sulla spinta del pubblico di casa per provare a raddrizzare le cose.

Molte chiavi di lettura della serie sono emerse già in gara-1, dove i Lakers erano anche partiti forte sulla spinta di un James già in doppia cifra dopo 12′ ma si sono poi trovati gravemente scoperti in area dove Chet Holmgren ha iniziato a fare ciò che ha fatto durante tutte le quattro gare: quello che voleva. Con Gilgeous-Alexander fermo (si fa per dire) a 18 con 8/14 da due ma 7 perse, il prodotto di Gonzaga ha chiuso con la prima doppia doppia della contesa che dice 24 con 12 rimbalzi, 3 stoppate e 9/17 dal campo.

Chet Holmgren, dominatore di gara-1, al tiro contro Rui Hachimura, tra i migliori dei Lakers

Chet Holmgren, dominatore di gara-1, al tiro contro Rui Hachimura, tra i migliori dei Lakers nella serie

OKC ha potuto inoltre contare sulla forza del collettivo che è sempre stata la sua vera arma in più e così mentre il solo Rui Hachimura (18 con 3/6 da tre) ha dato una mano concreta a LeBron, nel terzo quarto i Thunder trovavano il vantaggio in doppia cifra definitivo con Ajay Mitchell ormai pienamente affidabile come sostituto di Jalen Williams (anche lui come Doncic mai in campo nella serie) che scrive 18 punti anche se con 1/5 da tre (l’unica tripla, con fallo di Smart, per il +12 al rientro dalla pausa lunga) Ad esaltarsi dall’arco è invece Jared McCain, sul quale i Philadelphia 76ers avevano già perso le speranze e che qui firma un 4/5 dall’arco; i Thunder sfiorano il 50% dal campo, non bastano i 27 con 12/17 di James ad una squadra che ha 15 punti dalle riserve e 3/16 dal campo da Austin Reaves.

Gara-2 come accennato è quella delle polemiche sull’arbitraggio così com’era andata nell’analoga partita contro i Phoenix Suns. Al riguardo personalmente confermo quanto ebbi da scrivere nell’occasione: si può discutere sugli episodi segnalati a gran voce da James, Reaves e da JJ Redick come il fallo tecnico precoce chiamato da Ben Taylor ai danni del coach dopo appena 10′ o i vari liberi non concessi a LeBron dalla terna capeggiata da John Goble ma non ci sono gli estremi, sempre a mio modesto avviso, per parlare di gara condizionata.

Tant’è che il finale ha visto OKC vincere di altri 18 punti dopo essere andata in svantaggio 65-61 all’inizio del terzo quarto vedendosi chiamare anche il quarto fallo di Shai Gilgeous-Alexander. I Thunder hanno però subito ripreso il controllo della gara anche senza il loro leader con le triple di McCain (altro 4/5 da tre) Cason Wallace e Jaylin Williams e la solidità sotto canestro di Holmgren; al termine del terzo quarto è +13 OKC sul 93-80 e nonostante un Reaves che riscatta la brutta prova precedente scrivendo 31 con 10/16 dal campo la partita si chiude con la tripla di Wallace per il +13 a meno di 5′ dal termine a seguito dell’ultimo episodio contestato con una palla persa da Williams sotto il suo canestro tramutata in palla a due e annessa accesa discussione tra Reaves e l’arbitro Goble.

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La risposta alle polemiche arriva in gara-3 con l’esordio della serie alla Crypto.com Arena dove i Thunder, che quasi a scanso di equivoci tirano solo 10 liberi, dominano il campo e chiudono con un eloquente +23. Stavolta non arriva una prestazione da fenomeno di Gilgeous-Alexander come accadde a Phoenix ma è ancora il cast di supporto, quello che è mancato di fatto a LeBron James, a fare la differenza; mentre Lu Dort ringhia su ogni pallone come sempre Mitchell chiude con 24 punti e 10/17, Wallace con 16 e 4/6 da tre, si rivede anche Isaiah Joe che si prende la soddisfazione anche lui di un 4/6 dall’arco anche se con la partita di fatto già in ghiaccio.

Con la serie sul 3-0 mai rimontato nella storia NBA va in scena quindi quello che sarà l’ultimo atto, con la succitata reazione dei Lakers che questa volta riescono a rispondere ai tentativi di allungo dei Thunder e pur dovendosela vedere con Gilgeous-Alexander versione superstar (35 con 11/22 e 8 assist) cavalcano la doppia doppia di James da 24+14 rimbalzi e arrivano a giocarsi un finale in volata partendo dal vantaggio propiziato dal gioco da 4 punti di un grande Hachimura e dal canestro del 110-109 con fallo di Marcus Smart nell’ultimo minuto.

A risolvere la gara in favore di OKC è però Chet Holmgren, rebus irrisolto soprattutto per la difesa di DeAndre Ayton che pure veniva da una grande serie contro Houston. Holmgren schiaccia in mezzo ai difensori per il nuovo vantaggio Thunder, sbagliano prima James (a cui non si può però rimproverare assolutamente nulla essendo stato ancora lui il trascinatore dei suoi anche passati i quarant’anni) e poi Reaves per il controsorpasso e lo sweep è realtà sul 115-110 finale in favore di Oklahoma City.

La truppa di Daigneault arriva quindi ancora una volta da favorita alla serie successiva contro San Antonio, che come vedremo ha le potenzialità per mettere in difficoltà i campioni uscenti e può quindi rappresentare un avversario più probante. Per i Lakers inizia invece una offseason cruciale tra i dubbi ormai consueti sul prosieguo della carriera di LeBron, la necessità di rinnovare Austin Reaves e soprattutto l’intenzione dichiarata di costruire intorno al grande assente di questi playoff: Luka Doncic.

Al riguardo non posso evitare di concludere accennando proprio alla condizione fisica del fenomeno sloveno, già arrivato in condizioni non ottimali alle Finals del 2024 e che quest’anno, a differenza delle scorse estati, non parteciperà agli impegni della nazionale slovena. Scelta a mio avviso sicuramente legata alla volontà dichiarata di Doncic di passare del tempo con le figlie, ma che non può non essere collegata alla necessità di garantire un pieno rendimento anche in primavera. Staremo a vedere ciò che accadrà per un giocatore fantastico ma che ora, a 27 anni, ci si aspetta che giochi per vincere.

Il grande assente della serie: Luka Doncic

Il grande assente della serie: Luka Doncic

SAN ANTONIO SPURS – MINNESOTA TIMBERWOLVES 4-2

Non si fa in tempo a celebrare il ritorno di San Antonio ai playoff alla sola terza stagione dell’era Victor Wembanyama che il fenomeno francese costringe ad aggiornare il librone dei primati: gli Spurs disputeranno nuovamente la finale della Western Conference dopo averlo fatto per l’ultima volta nel 2017, con la serie persa coi Golden State Warriors ricordata oggi dai tifosi texani per la giocata (che definiremo salomonicamente al limite) di Zaza Pachulia ai danni di Kawhi Leonard.

Il presente dice comunque che Wemby e i suoi compagni, che peraltro come vedremo crescono esponenzialmente insieme al francese malgrado abbiano per la maggioranza vent’anni o poco più, i Minnesota Timberwolves che pur avendo confermato con i fatti di voler dare tutto sul parquet andando oltre il bruttissimo infortunio di Donte DiVincenzo e le condizioni quantomeno precarie di Anthony Edwards hanno alzato bandiera bianca vedendosi battuti proprio sul territorio nel quale avevano superato i Denver Nuggets: la difesa.

Da questo punto di vista forse non era neanche del tutto atteso che Stephon Castle, Dylan Harper e Justin Champagnie mostrassero di essere già così pronti per questo livello. Eppure i fatti dicono che alla finale della Western Conference non arriva Wembanyama alla guida di una squadra di gregari ma un collettivo già agguerrito, affiatato e con voglia di vincere subito. Non si può prescindere quindi dal riconoscere i giustissimi meriti a coach Mitch Johnson, erede sulla panchina Spurs del leggendario Gregg Popovich.

Mitch Johnson, alla seconda stagione da head coach dei San Antonio Spurs

Mitch Johnson, alla seconda stagione da head coach dei San Antonio Spurs

Il copione della serie sembrava però poter essere diverso con i Wolves che hanno fatto valere l’obiettiva maggiore esperienza per prendersi gara-1 in Texas. Il morale della squadra di Finch era già parecchio alto, figuriamoci poi quando Anthony Edwards si è scoperto non solo arruolabile dopo essere dato per assente almeno nelle prime 2 gare ma anche di registrare, partendo dalla panchina, un ultimo quarto da 11 punti sui suoi 18 totali in 25′.

Trascinata dal loro ritrovato giocatore di punta e da Rudy Gobert che sembra poter continuare i suoi playoff sulla scia della vittoria nel duello con Nikola Jokic, tenendo quindi Wembanyama a 11 con 0/8 da tre, Minnesota mantiene in equilibrio la gara e arriva sul +6 nell’ultimo minuto col canestrone di un Julius Randle da doppia doppia con 20 (ma con altrettanti tiri)+10 rimbalzi. L’immediata risposta di Wemby con la schiacciata del -4 infiamma i suoi che trovano poi il 104-102 Wolves con la rubata di Devin Vassell e il canestro di Harper, ma il punteggio è destinato a rimanere tale dopo gli errori prima di Julius Randle e poi, sulla sirena, di Justin Champagnie che va cortissimo da tre punti.

Nella partita successiva arriva però una risposta da grande squadra come è da considerarsi ormai San Antonio. Con i Timberwolves probabilmente già convinti di aver fatto il loro dovere ribaltando il fattore campo arriva infatti una vittoria schiacciante degli Spurs che già all’intervallo lungo sono sopra di 23 e chiudono con un 133-95 che sarebbe il loro record di punti segnati ai playoff dal 1983 ma che come vedremo è destinato ad essere superato ben presto.

Iniziano a carburare i giocatori decisivi per la cavalcata di San Antonio che già lo erano peraltro stati in quella contro i Portland Trail Blazers della serie precedente: approfittando che con Wemby in area non vola una mosca (15 rimbalzi in gara-2 per il francese dopo il pazzesco dato di 12 stoppate nella precedente gara-1) Stephon Castle è il top scorer della gara con 21 punti e 6/10, Champagnie aggiunge 4 triple su 6 e Keldon Johnson condisce il tutto con 10 rimbalzi dalla panchina; gli Spurs vanno a Minneapolis col fattore campo a sfavore ma ancora più consapevoli del loro valore.

Il terzo episodio della serie sembra indirizzarla in favore degli Spurs che pur in un contesto di generale equilibrio (nessuna squadra in vantaggio in doppia cifra) si prendono il 2-1 con uno stellare Wembanyama da 39 punti, 15 rimbalzi e 5 stoppate (sembrano poche dopo le 12 di gara-1…) malgrado avesse dovuto giocare il finale di partita con 5 falli. Edwards risponde con 32 punti e 12/26 dal campo ma non trova assistenza dal frontcourt, condizionato (ovviamente?) dalla presenza di Wemby: Julius Randle chiuderà con 3/12, Gobert offensivamente scrive 12 con 6/7 ma la gara del connazionale in maglia Spurs la dice lunga sulla sua capacità di arginarlo.

La grinta di Victor Wembanyama, già una stella assoluta dopo soli tre anni

La grinta di Victor Wembanyama, già una stella assoluta dopo soli tre anni in NBA

A mischiare nuovamente le carte in tavola arriva però la vittoria Minnesota in gara-4 ma soprattutto il famigerato flagrant 2 con cui Victor Wembanyama ha abbandonato la gara (senza che fosse consapevole di doverlo fare…) La gomitata sul collo rifilata a Naz Reid è un gesto assolutamente gratuito e la situazione rappresenta sicuramente una lezione per Wembanyama, già preso di mira dal frontcourt dei Blazers, cosa che però è ordinaria per un giocatore (ancor più se giovane) che è la stella della sua squadra.

Con il francese fuori causa i lunghi dei Wolves hanno potuto giocare tutt’altra partita: Gobert firma una doppia doppia da 11 e 13 rimbalzi, Reid da par suo ci va vicino fermandosi a 12 con 9 carambole (ma 0/4 da tre) e pur ritrovandosi a -8 con l’unica tripla su 7 tentativi di De’Aaron Fox all’inizio dell’ultimo quarto Anthony Edwards prende per mano i suoi come il suo status richiede e con una performance da 36 e 13/22 dal campo porta i Timberwolves al sorpasso a metà ultimo quarto che sarà poi definitivo. Con il punteggio finale che dice 114-109 per Minnie si va sul 2-2 e la serie sembra in equilibrio.

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Alla fine però non sarà così e le ultime due gare, con Wembanyama graziato dalla NBA e che evita altre gare saltate per squalifica, vedono gli Spurs schiantare gli avversari con 60 punti totali di scarto, 29 in gara-5 e 31 nell’ultima partita che vede il record di San Antonio aggiornarsi a 139 segnati. Contando che la squadra di Mitch Johnson chiuderà il quinto atto sul 126-97 è chiaro come questa volta la difesa di Minnesota non abbia inciso e si sia arrivati sul due pari soprattutto grazie a Edwards e al suo estro.

Non basta però contro un Wembanyama che al rientro in campo in gara-5 tira giù altri 17 rimbalzi e scrive 27 con 9/16 affiancato dalla vena difensiva di Dylan Harper, da uno Stephon Castle che arriva a segnarne 32 in gara-6 con 11/16 (è al secondo anno in NBA, ricordiamolo sempre) e dal degno Sixth Man of the Year, Keldon Johnson che scrive 21 dalla panchina nella quinta gara (e poi zero nella sesta, ma con un +30 non credo abbia molto di cui rammaricarsi)

Stephon Castle, una stagione da sophomore da sogno

Stephon Castle, una stagione da sophomore da sogno

Ancora una volta i Minnesota Timberwolves si fermano prima delle Finals pur avendo giocato al massimo delle loro possibilità e avendo margine per recriminare sulla sfortuna che si è realizzata nei problemi fisici del roster. Resta il fatto che dalla trade shock per Gobert i risultati per la squadra di Finch sono rimasti alla fine sempre quelli, seppur di tutto rispetto; servirà quindi un ulteriore passo avanti in offseason per parlare di una vera contender (anche per allungare le rotazioni) che comunque non avrà vita facile nella spietata competitività della Western Conference.

San Antonio può festeggiare il raggiungimento del terzo turno ma anche il fatto che non arriva potenzialmente da agnello sacrificale per i lanciatissimi Oklahoma City Thunder. La squadra texana può infatti dirsi altrettanto lanciata perchè non solo Victor Wembanyama si è confermato un campione vero e i suoi compagni degni di aiutarlo a vincere ma anche perchè potenzialmente la freschezza e grinta difensiva di Castle e Harper può mettere i bastoni tra le ruote a Gilgeous-Alexander (di contro però i ragazzi dovranno vedersela con Lu Dort…) e di sicuro Chet Holmgren avrà filo da torcere contro il francese.

OKC rimane la favorita della vigilia ma ci sono tutti i presupposti affinchè non solo non ci sia un terzo 4-0 consecutivo ma per vedere una battaglia vera nella serie. Al campo, come sempre, l’ardua sentenza.

 

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