Da sempre i playoff NBA sono sinonimo di spettacolo e possibili sorprese e il primo turno della Western Conference 2026 non ha fatto eccezione; se le prime due teste di serie hanno superato abbastanza agevolmente i rispettivi avversari (seppur col brivido per il possibile stop di Victor Wembanyama, poi concretizzatosi solo per una gara) le altre due serie hanno visto LeBron James ancora al comando di una cavalcata vincente nella serie contro gli Houston Rockets e soprattutto l’eliminazione di Nikola Jokic e dei suoi Denver Nuggets.

Senza ulteriori indugi andiamo quindi ad analizzare quanto accaduto in queste prime partite di playoff, con un occhio anche ai possibili sviluppi successivi delle semifinali di Conference, che vedranno opposte Oklahoma City e Los Angeles da una parte, San Antonio e la sorprendente Minnesota dall’altra.

OKLAHOMA CITY THUNDER – PHOENIX SUNS 4-0

Dallo scontro testa-coda dell’Ovest nessuna sorpresa: gli Oklahoma City Thunder completano il terzo sweep consecutivo di fila al primo turno playoff e costringono al 4-0 i Phoenix Suns che di contro non vincono una gara playoff dal 2023.

Malgrado la perdita di Jalen Williams, costretto a un nuovo stop in una stagione in cui è sceso in campo finora solo 35 volte, OKC ha dominato la serie senza concedere troppo agli avversari se non il classico primo tempo più o meno equilibrato di gara-3 quando i Suns hanno provato altrettanto classicamente a giocare sulla spinta del proprio pubblico, nonchè delle polemiche relative all’arbitraggio della precedente gara-2.

Al riguardo voglio subito dire che ritengo tali polemiche piuttosto velleitarie. Certo, sugli episodi lamentati da Devin Booker e compagni si può discutere, in particolare sul famigerato fallo tecnico chiamato da Alex Caruso (poi ritirato effettivamente dalla stessa NBA) o sulla tutela arbitrale a favore di Shai Gilgeous-Alexander, sulle quali sembra di sentire le stesse parole che si rivolgevano a James Harden ai tempi di Houston.

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Che il canadese abbia fatto e faccia il possibile per procurarsi chiamate a favore non è un’assurdità; ciò detto, nel momento in cui Phoenix perde tutte e quattro le gare con uno scarto in doppia cifra e lo stesso Booker gioca una gara-3, come vedremo, totalmente anonima non credo si possa considerare l’arbitraggio un fattore condizionante.

Parliamo quindi di pallacanestro giocata partendo da come i Thunder hanno coperto il buco lasciato da Williams, che prima di lasciare il parquet aveva firmato 19 punti nel primo tempo di gara-2 con 7/11 dal campo e 22 con 9/15 nella precedente vittoria inaugurale di 35 punti della sua squadra. OKC ha trovato un Ajay Mitchell con tantissima voglia di mostrare il suo valore (forse anche troppa, considerando le 15 triple prese in gara-3) e favorito dal trovarsi, come abbiamo rimarcato molte volte parlando dei Thunder, in un sistema in cui tutti sanno cosa devono fare.

Poi certo, a capo di tutto c’è sempre Shai. L’MVP in carica mette la firma su una serie da campione assoluto in cui dopo una gara-1 da 5/18 dal campo (e che ha portato comunque alla rotonda e inappellabile vittoria dei suoi) all’approdo della serie in Arizona ha risposto alle critiche con un career high ai playoff da 42 punti in gara-3 con soli 3 errori dal campo (il primo arrivato a metà terzo quarto!) A supportarlo come sempre la grande difesa di Lu Dort e Caruso, la profondità delle rotazioni a disposizione di Mark Daigneault e la doppia doppia di Chet Holmgren in gara-4, pronto coi suoi 24 e 12 rimbalzi a spegnere qualsiasi tentativo di rientro avversario.

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I Suns, privi per la serie del centro titolare Mark Williams, si tengono i progressi del sophomore Oso Ighodaro che ha ben figurato quando ha dovuto fare il titolare (dopo il comprensibile zero di gara-1, 10/13 dal campo nelle due partite giocate in Arizona, anche se solo 3 rimbalzi in gara-3) e soprattutto una grande serie di Dillon Brooks che per una volta alle parole e agli atteggiamenti da villain affianca i fatti rivelandosi l’ultimo a mollare: 43.8% da tre nella serie, 30 in gara-2, 33 in gara-3.

Il problema principale è stata una convivenza per niente idilliaca, tecnicamente parlando, tra la stella designata Devin Booker e Jalen Green, che stella doveva essere a Houston: al di là del 2/16 da tre messo insieme dai due in gara-4, Green ha vissuto il momento migliore nella terza partita in cui ha firmato 26 punti cercando di tenere in partita i suoi ma contemporaneamente Booker ha segnato solo 5 punti nel secondo tempo e 16 complessivi, senza lasciare traccia. Chiaro che uno scorer ancora bisognoso di tirare come Green non sia funzionale a una squadra che ha deciso di puntare su Booker, che da par suo stecca la serie tirando col 25% da tre punti e non rendendosi utile in quelle che una volta si chiamavano cifre di destra.

Il secondo turno vedrà ora i Thunder affrontare i Los Angeles Lakers; la squadra di Daigneault rimane la favorita della vigilia, resta da superare il fantastico LeBron James di questo inizio di postseason.

LOS ANGELES LAKERS – HOUSTON ROCKETS 4-2

Per la serie delle posizioni centrali a Ovest molti pronostici davano per favoriti i Rockets date le assenze di Luka Doncic e Austin Reaves tra le fila dei Los Angeles Lakers già piuttosto altalenanti in regular season (non che Houston sia stata tanto più costante) Quello che non si era previsto era che anche Kevin Durant non avrebbe potuto essere arruolabile in cinque gare su 6 per un infortunio al ginocchio in uno degli allenamenti immediatamente precedenti l’inizio della serie, così come si sono sottovalutati l’impatto e la voglia di vincere di LeBron James.

A 41 suonati il miglior realizzatore della storia NBA ha invece dimostrato di essere ancora una stella di livello assoluto, riuscendo a trascinare i suoi Lakers, che dall’anello del 2020 avevano superato il primo turno playoff solo una volta, alle semifinali della Western Conference.

LeBron James: scontato dire "41 e non sentirli"?

LeBron James: scontato dire “41 e non sentirli”?

La contesa ha preso la direzione della California già nelle prime due gare, con i Lakers che approdavano a Houston forti di entrambe le vittorie nelle due partite giocate alla Crypto.com Arena. James va subito in doppia doppia con 19 punti e 13 assist in gara-1, Luke Kennard ci aggiunge un 5/5 da tre punti per un career high da 27 e la squadra di casa tira con il 60% abbondante dal campo, aggiudicandosi gara-1 per 107-98 e ripetendosi nell’episodio successivo.

Nonostante Houston abbia potuto contare su Kevin Durant per l’unica volta nella serie (23 punti per KD, ma solo 3 nel secondo tempo e 9 perse) nonchè sulla doppia doppia da 20 (con altrettanti tiri) + 11 rimbalzi di Alperen Sengun, il finale in volata di gara-2 premia ancora una volta i Lakers che ai 28 di James aggiunge stavolta i 25 punti con 5/7 da tre di un altro protagonista della serie, Marcus Smart.

La terza gara tuttavia è quella del rimpianto per i Rockets che davanti al loro pubblico, anche se nuovamente privi di Durant, avevano trovato la forza di rimontare 15 punti di scarto cavalcando le doppie doppie di Sengun (33+16 rimbalzi) e Amen Thompson (26+11 rimbalzi) presentandosi sul +6 a 30” dal termine. Sembra fatta per i texani allenati da Ime Udoka che però commettono il più classico degli harakiri: in 25 secondi palla persa e tre liberi realizzati da Marcus Smart, poi altra persa e tripla di James per il pareggio.

Un finale da incubo per Houston con LeBron che va anche vicino a vincere la partita sbagliando dalla rimessa finale la bomba della vittoria; nel supplementare i Rockets non hanno le energie per superare lo shock e si arrendono a uno scatenato Smart che aggiunge la sua doppia doppia a quella di James (29+13 rimbalzi per il Re, 21+10 assist per l’ex leader morale dei Celtics) Il 112-108 finale per i Lakers significa il 3-0 mai rimontato nella storia della postseason.

Le gare successive vedono il rabbioso tentativo di rimonta dei Rockets: dominio in gara-4 a Houston col quintetto in doppia cifra e James stavolta fermo a 10 punti con 2/9, colpo esterno a Los Angeles malgrado il rientro di Austin Reaves (22 punti ma con 4/16) e con un finale carico di voglia di riscatto per Reed Sheppard, autore della persa decisiva per la bomba di LeBron in gara-3 e che nella quinta partita si esalta nel finale proprio in difesa su James. La serie sembra riaperta sul 3-2 per i Lakers ma il finale vede l’assoluto dominio di LeBron e soci.

Malgrado le dichiarazioni di circostanza dei Rockets sul voler forzare gara-7, la contesa si chiude con un rotondo +20 per Los Angeles che tiene gli avversari a soli 78 punti e si gode un’altra maestosa prestazione di James che stavolta scrive 28 con 8 assist e 7 rimbalzi, assistito in area da DeAndre Ayton che tira giù 17 rimbalzi (10 abbondanti di media nella serie) I Lakers festeggiano così il raggiungimento del secondo turno, dove troveranno gli Oklahoma City Thunder campioni in carica sperando di riavere a disposizione Luka Doncic almeno per qualche partita.

Al riguardo le notizie sulle condizioni fisiche di Doncic parlano di una situazione ancora piuttosto fosca, con lo sloveno che potrebbe rientrare per gara-3 o gara-4 ma che deve ancora allenarsi con contatto dopo essersi curato privatamente in Spagna. Al di là del tifo soggettivo sarebbe ovviamente da sperare che possa concretizzarsi la sfida con Shai Gilgeous-Alexander (già vinta da Doncic nei playoff 2024 con Dallas) anche perchè si scontrerebbero un giocatore che si dice tutelato dagli arbitri come il canadese e un altro che invece ai direttori di gara non le ha mai mandate a dire come lo sloveno…

SAN ANTONIO SPURS – PORTLAND TRAIL BLAZERS 4-1

Sin dal suo approdo nella lega Victor Wembanyama ha avuto l’etichetta di predestinato. Oggi, solo alla sua terza stagione in NBA e con una squadra mediamente giovane quanto lui, il francese ha già condotto i suoi San Antonio Spurs non solo al ritorno ai playoff (da secondi a Ovest, mica bruscolini) dopo la lunga e gloriosissima era Gregg Popovich ma anche a un’inappellabile vittoria al primo turno per 4-1.

Un risultato che con molte probabilità poteva essere un 4-0 se non fosse stato per la preoccupante zuccata a terra dell’asso francese in gara-2 dopo 11′ giocati che lo ha tolto dalla partita e fatto entrare nel concussion protocol con un’assenza di cui al momento non si poteva prevedere l’entità.

Lì è arrivata l’unica vittoria nella serie dei Portland Trail Blazers, approdati alla postseason dalla porta di servizio del play-in tournament e trascinati nell’occasione dai 31 con 11/17 dal campo e 5/9 da tre di un redivivo Scoot Henderson che si è così preso una soddisfazione personale in una carriera NBA sostanzialmente deludente seppur ancora a sua volta al terzo anno.

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Il resto della contesa, già iniziata con l’esordio da sogno nei playoff di Wembanyama da 35 punti e 13/21 dal campo per il +13 Spurs, non ha però offerto altre sorprese. Portland ha subito perso il fattore campo conquistato con la vittoria di gara-2 con gli speroni texani che in assenza di Wemby hanno espugnato Rip City con i 60 punti di Stephon Castle e Dylan Harper, sophomore il primo, rookie il secondo.

Malgrado Castle e Harper abbiano insieme meno anni di LeBron James e nonostante una partita difficilissima da affrontare senza il loro leader, nonchè la presenza di uno dei migliori difensori e uomini d’esperienza della lega come Jrue Holiday, migliore dei suoi con 29 punti e 5/9 da tre, i due giovanissimi hanno propiziato il +12 finale in favore di San Antonio con un 7/9 complessivo dall’arco (3/4 Castle, 4/5 Harper) Quando poi Wembanyama ha avuto il via libera per tornare in campo in gara-4, per i Blazers si è spenta definitivamente la luce.

Il transalpino si è preso il primo tempo per riprendere confidenza col campo lasciando spazio a Jerami Grant (11 dei suoi 17 nella prima metà della quarta gara) e Deni Avdjia (26 con 8/14) per coltivare qualche speranza, poi ha deciso che non ce n’era più per nessuno: area chiusa a chiave con 7 stoppate, secondo tempo da 18 punti senza errori nè dal campo (5/5) nè ai liberi (8/8 procurati anche per qualche tentativo di intimidazione avversario: sono i playoff, ci sta) e spazi aperti anche per gli esterni con De’Aaron Fox che si esalta firmando 28 punti con 11/17 e 7 assist. Alla fine è +19 Spurs, i texani tornano a casa con due vittorie su due e la serie è già virtualmente chiusa.

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D’altra parte per i Blazers il raggiungimento della postseason è obiettivamente stato già un buon risultato dati i limiti oggettivi di una squadra neanche giovanissima e con vari punti interrogativi anche nella costruzione: Donovan Clingan non ha occasioni di pickandroll e visto che al giorno d’oggi va così tira da tre in modo continuativo (25 triple prese nella serie, segnate col 20%, a fronte di 21 tentativi da due) mentre Henderson continua ad avere una crescita difficile con una serie alla fine altalenante (0 punti in gara-4, 5 in gara-5)

Il sigillo definitivo arriva con il 114-95 in favore di San Antonio della quinta e ultima partita nella serie: Portland non ne ha più e già alla fine del primo tempo è sotto di 20, Wemby è padrone del pitturato (14 rimbalzi e altre 6 stoppate) Julian Champagnie ci aggiunge 5 triple su 7 tentativi e gli Spurs si prendono le semifinali di Conference, dove troveranno i Minnesota Timberwolves che sebbene siano stati letteralmente devastati dagli infortuni, come vedremo, hanno pronta la sfida individuale probabilmente più difficile per Victor Wembanyama: affrontare la difesa del connazionale Rudy Gobert.

DENVER NUGGETS – MINNESOTA TIMBERWOLVES 2-4

La sorpresa del primo turno playoff della Western Conference arriva da Minneapolis, dove al termine di una gara-6 giocata senza mezza squadra, con Donte DiVincenzo fuori causa per la temutissima rottura del tendine d’achille, Anthony Edwards alle prese con un guaio al ginocchio sinistro (le ultimissime lo danno per possibile rientrante, a meno di complicazioni, per gara-3 o 4 del secondo turno) e addirittura Ayo Dosunmu, eroe di gara-4, ad aggiungersi alla injury list, i Minnesota Timberwolves eliminano Nikola Jokic e i suoi Denver Nuggets dalla corsa all’anello.

Lo diciamo senza mezzi termini: è una vittoria dei Wolves più di quanto sia una sconfitta per i Nuggets nonchè un piccolo capolavoro di Chris Finch. Prima di unirmi al coro unanime di elogi per i difensori di Minnesota bisogna rendere merito a chi quella difesa ha saputo impostarla sul campo, permettendo poi ai suoi interpreti di esaltarsi e trovare le risorse mentali e fisiche per superare un avversario assolutamente ostico come i Nuggets (che avevano eliminato i lupi nel 2023, andando poi a vincere il titolo) in condizioni di emergenza.

I due Ministri della Difesa di Minnie: Jaden McDaniels e Rudy Gobert

I due Ministri della Difesa di Minnie: Jaden McDaniels e Rudy Gobert

Già in gara-1 i Timberwolves non erano andati lontani dall’espugnare Denver con il 116-105 finale in favore dei Nuggets che non rende merito al fatto che i Nuggets facevano già fatica a scrollarsi gli avversari di dosso vedendosi ricucire tutti i tentativi di allungo tranne quello decisivo, arrivato a metà ultimo quarto. La partita successiva, però, ha visto emergere con prepotenza quelli che alla fine saranno gli eroi della serie, rubando la scena al trentello tondo della stella Edwards.

Con i primi due quarti speculari nel punteggio parziale (39-25 Nuggets il primo, 39-25 Timberwolves il secondo) questa volta Minnesota è riuscita ad arrivare a un finale in equilibrio con Donte DiVincenzo e Jaden McDaniels che iniziavano a minare le certezze degli esterni di Denver e la pressione su Jokic, quindi, sempre più elevata. Normalmente non sarebbe un problema per le possenti spalle del Joker, peraltro abituato da anni a mascherare gli alti e bassi del suo backcourt, ma questa volta sulla sua strada c’era un giocatore criticato da tutti e con una partita da 2 punti e 1/4 dal campo in attacco: Rudy Gobert.

Nessuna statistica renderà merito a ciò che ha fatto il francese nella sua area contro Jokic, proviamo quindi a riassumere il tutto con l’ultimo quarto del fenomeno serbo: solo 2 punti, parte di un brutto 8/20 dal campo destinato poi a peggiorare ancora con il 7/26 registrato nella larga vittoria Timberwolves di gara-3. L’approdo della serie a Minneapolis, con i Timberwolves già padroni del fattore campo dopo il 119-114 di gara-2, vede la squadra di casa accarezzare il trentello di scarto nel terzo quarto e chiudere sul 113-96 per il 2-1.

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Con le doppie doppie di Gobert (10+12 rimbalzi) e di uno scatenato Jaden McDaniels (20+10 carambole con 9/13 dal campo) Minnesota sembra padrona della serie; il destino però sembra volerci mettere una pesante mano nella gara successiva, con il terribile infortunio di DiVincenzo seguito dall’uscita di scena di Anthony Edwards che sebbene avesse registrato fino a quel momento solo 5 punti con 1/8 in 17′ resta la stella assoluta della squadra.

Come accennato però i Timberwolves si sono dimostrati assolutamente decisi a non mollare il colpo. Ayo Dosunmu raccoglie il testimone di Edwards e dopo averne firmati 25 con 10/12 da due in gara-3 arriva a un pazzesco career high nei playoff da 43 punti sbagliando solo 4 dei 17 tiri presi, assistito in difesa dai soliti Gobert (altri 15 rimbalzi) e McDaniels, protagonista poi del pepato episodio finale quando decide di andare a segnare l’ultimo ininfluente canestro della gara a due secondi dalla fine provocando l’ira di Nikola Jokic e l’intervento di Julius Randle in difesa del compagno (espulsione per entrambi).

Non una scena bellissima, siamo d’accordo, ma una tipica controversia da playoff NBA che peraltro ha mostrato la frustrazione di Jokic sia per le sue difficoltà contro Gobert sia per l’assenza del consueto apporto di Aaron Gordon, fisicamente in difficoltà e assente per 3 gare su 6 nella serie. Abbiamo sottolineato a più riprese come la presenza di Gordon sia preziosa per coprire le carenze difensive di Jokic (che sono oggettive, d’altra parte nessuno nasce perfetto neanche cestisticamente) e quindi dover giocare metà serie senza di lui può essere considerato uno dei fattori dell’eliminazione di Denver.

Al ritorno della contesa in Colorado i Nuggets sembrano voler dare un segnale forte approfittando di un avversario menomato; la partita non ha storia con Denver che si porta sul +27 come massimo vantaggio, cavalca la tripla doppia di Jokic da 27 punti con 9/15, 12 rimbalzi e 16 assist (lo ripeto nuovamente, sembra di parlare di una normale giornata in ufficio quando sarebbero statistiche stellari per la maggioranza dei cestisti al mondo…) e si prende il 3-2 con il Joker che battibecca nuovamente con McDaniels nel finale.

Sembra la riscossa dei Nuggets, è in realtà il classico fuoco di paglia. Gara-6 vede anche Dosunmu in borghese costringendo Finch a partire con Terrence Shannon in quintetto che risponde con 24 punti (anche se con 1/7 da tre) Il dominatore della partita è però un commovente Jaden McDaniels che agli episodi da villain aggiunge i fatti, e che fatti: doppia doppia da 32+10 rimbalzi, con Gobert che riprende il lavoro interrotto in gara-5 firmando a sua volta 10 punti e 13 palloni catturati sotto i tabelloni. Jokic è clamorosamente lasciato solo dai suoi esterni con Jamal Murray fermo a 12 con 17 tiri, Christian Braun a 3 con 1/4 e il solo Cameron Johnson a cercare di salvare la baracca (27 con 5/10 da tre, ma dopo 6 punti in gara-3 e 9 in gara-4)

Finisce 112-98 e i Minnesota Timberwolves raggiungono insperatamente la semifinale di Conference dove troveranno i giovani e lanciatissimi Spurs. Chiaro che la squadra di Finch parte dietro nel pronostico ma altrettanto chiaro che partivano dietro anche con Denver e invece hanno trovato quelle motivazioni di cui avevamo parlato anche nella nostra introduzione alla postseason dell’Ovest per passare il turno. Vedremo quindi se Rudy Gobert riuscirà a neutralizzare anche Wembanyama dopo averlo fatto con Nikola Jokic.

Quest’ultimo per la terza stagione di fila vede concludersi anzitempo la sua corsa al secondo anello personale, riconoscendo i giusti meriti agli avversari e sottolineando come in Serbia saremmo già stati tutti licenziati. Un commento colorito che sottintende la consapevolezza che se i Nuggets vorranno dare al loro fenomeno la possibilità di un altro anello, qualcosa dovrà cambiare nella costruzione del roster.

 

 

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