Otto squadre sono arrivate a Est. Di quelle otto, due o tre potevano concretamente ambire a raggiungere le finali di Conference e forse una (con tanta fantasia) sognare il titolo. Sono anni che la situazione è la stessa:, al netto di un passaggio dei migliori Boston Celtics degli ultimi quindici anni: la Eastern Conference è il lato significativamente più debole e povero di talento della baracca.
Basti pensare che una Boston senza la sua punta di diamante Tatum – per quanto con un altro All- Star al timone e con tutte le scusanti del caso – si è comunque classificata seconda, a sole quattro partite da una Detroit prima della classe che francamente mi convince proprio poco poco.
Chiuso questo primo round, è tempo di fare un primo bilancio. Sorvolando la cronaca delle partite, che credo siano state viste da più o meno tutti i lettori, è giusto prendersi tempo per respirare. E ovviamente snocciolare qualche opinione – personalissima, così come quelle nelle righe sopra – riguardo a cosa abbiamo visto sul parquet in questi giorni.
A partire da un pensiero generale. La Nba non è più triple, anzi è sempre meno triple. Delle undici squadre con più triple tentate a partita nella regular season, solo una – Cleveland – ha raggiunto il secondo round. Una notizia che farà rallegrare i puristi del basket, e che è chiaro indice di come la pallacanestro e soprattutto le difese dei Playoff siano di tutt’altra pasta. E quando si dice che la palla pesa, è perché pesa davvero.
DETROIT PISTONS (1) vs ORLANDO MAGIC (8): 4-3
Prima della classe contro ultima, almeno sulla carta. E forse – paradossalmente a neanche troppo – sulla carta era la serie con il risultato meno scontato. Detroit non aveva (e non ha) nulla che la qualifichi come prima seed schiacciasassi, Orlando non era da ultima seed.
Per chi non aveva tempo
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Gara 1: Detroit Pistons 101 – Orlando Magic 112 (gli highlights)
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Gara 2: Detroit Pistons 98 – Orlando Magic 83 (gli highlights)
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Gara 3: Orlando Magic 113 – Detroit Pistons 105 (gli highlights)
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Gara 4: Orlando Magic 94 – Detroit Pistons 88 (gli highlights)
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Gara 5: Detroit Pistons 116 – Orlando Magic 109 (gli highlights)
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Gara 6: Orlando Magic 79 – Detroit Pistons 93 (gli highlights)
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Gara 7: Detroit Pistons 116 – Orlando Magic 94 (gli highlights)
Le 4 verità, cosa ci ha insegnato la serie:
1. I Pistons sono cortissimi: Era e rimane a mio parere una delle first seed più lacunose degli ultimi anni. Fortissimo Cade Cunningham, più che buono Jalen Duren. Ausar Thompson ottimo specialista difensivo ma carente – in maniera evidente – in attacco. Tobias Harris come gregario va anche bene. Poi? Mancano opzioni di qualità, e nei Playoff questa carenza si paga. Tre partite su quattro vinte segnando meno di 100 punti… Al primo round contro l’ottava seed va anche bene, dal secondo in poi non basta.
2. D-Rob, una lezione per tutti: A volte, in mezzo a due mesi di basket in endovena, è giusto anche fermarsi e guardare fuori dal parquet. Ma soprattutto prendersi dieci minuti e ascoltare.
3. Orlando, necessarie urgenti lezioni di tiro: Dove c’è Franz c’è speranza. Non è un caso che fino a gara-4 Orlando sia non solo stata perfettamente in partita ma abbia virtualmente messo le mani sulla serie. Poi, dall’infortunio del fragilissimo tedesco, la squadra di Jamahl Mosley si è completamente persa. L’emblema è Gara-6: all’intervallo sono a +22, il secondo turno è prenotato. Nell’intero secondo tempo segnano 4 canestri su 37 tiri, sbagliandone 23 di fila e muovendo la retina una volta sola nell’intero quarto quarto. Un sonoro 10% dal campo che permette a una Detroit un po’ meno orba di rientrare, sorpassare e piazzare la vittoria decisiva per arrivare a Gara-7.
4. Bane, ne è valsa davvero la pena?: Doveva essere lo scambio per alzare definitivamente l’asticella. Il quinto posto del 2023-2024 era la fondazione su cui costruire, limitando l’ottavo della scorsa stagione a una defiance momentanea. Alla fine della fiera, però, i Magic si sono ritrovati lì. Ottavi. Fuori al primo round. Con quattro prime scelte non protette in meno nella tasca (e un diritto a uno swap futuro). Il futuro è ancora tutto da scrivere, ma per il vecchio e caro Desmond per ora sembra una trade pagata troppo cara dai floridiani.
BOSTON CELTICS (2) vs PHILADELPHIA 76ERS (7): 3-4
I più forti a Est contro i grandi amanti del Processo, che oltre a una serie imbarazzante di facciate nei Playoff (e nella regular season) alla città di Philadelphia a regalato poco altro. Fino a ora, forse.
Per chi non aveva tempo
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Gara 1: Boston Celtics 123 – Philadelphia 76ers 91 (gli highlights)
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Gara 2: Boston Celtics 97 – Philadelphia 76ers 111 (gli highlights)
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Gara 3: Philadelphia 76ers 100 – Boston Celtics 108 (gli highlights)
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Gara 4: Philadelphia 76ers 96 – Boston Celtics 128 (gli highlights)
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Gara 5: Boston Celtics 97 – Philadelphia 76ers 113 (gli highlights)
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Gara 6: Philadelphia 76ers 106 – Boston Celtics 93 (gli highlights)
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Gara 7: Boston Celtics 100 – Philadelphia 76ers 109 (gli highlights)
Le 4 verità, cosa ci ha insegnato la serie:
1. Jason Tatum: Bastano queste due parole. Nient’altro da aggiungere. Anzi tre, Jayson Christopher Tatum. Per il rientro dopo un anno lontano dal parquet, per la qualità di gioco nonostante sia evidente che la caviglia e l’esplosività di una volta siano irrecuperabili. Quando la mano è delicata, non c’è tendine e non c’è Achille che tenga. La fatica si vede, è innegabile. È lontano dal JT di 13 mesi fa, ma è pur sempre una gioia per gli occhi vederlo sul parquet.
2. Philadelphia miracle: Ribadisco, prima di essere attaccato da tutti i fronti, che le opinioni sono strettamente personali. Ma come i 76ers siano arrivati fino a qui non se lo spiegano nemmeno loro. Un’accozzaglia mal riuscita di giocatori che, al netto dell’ottimissimo Tyrese Maxey e di Joel Embiid in quelle tre partite annue in cui è quasi sano, non ha troppo senso di esistere. Paul George è l’ombra di sé stesso, VJ Edgecombe è promettente ma acerbo. Ma a volte un Joel Embiid basta. Tornato a mezzo servizio in gara 4, quando ormai la pratica sembrava chiusa in favore dei Celtics, ha piazzato una media di 28 punti, 9 rimbalzi e 7 assist a partita. Forse a volte nel processo bisogna crederci, a patto che rimanga sano abbastanza a lungo.
3. Derrick White, who are you?!: È quantomeno incredibile, se non qualcosa di più, la totale involuzione di cui si è reso protagonista Derrick Brown nel giro di qualche mese. Da pietra angolare di un roster oliato alla perfezione, a seconda spalla perfetta – e più volte decisiva – nelle lunghissime settimane di assenza di Jason Tatum… Fino ad anello debole di quella stessa catena per cui era stato fondamentale per larghi tratti. In 34 minuti di media, al netto di una Gara-7 giocata quasi bene, sono 8.7 punti di media con il 31% dal campo e il 25% da tre, 2.8 rimbalzi, 3 assist e 2 palle perse a partita.
4. È tempo per Mazzulla di salutare Boston: Di capri espiatori nel fallimento totale di Boston se ne potrebbero trovare tanti. A partire da Jaylen Brown, da tanti incoronato per buona parte della stagione tra i candidati al premio di MVP salvo poi tornare a essere la peggiore versione del left-hand JB. Ma il dito è puntato contro il filosofo in panchina, Joe Mazzulla, sempre pronto a dare risposte chilometriche e astruse in conferenza stampa quanto a schierare in campo quintetti improponibili nelle partite decisive della stagione. Dopo aver gestito malamente il minutaggio del rientrate Jayson Tatum, spedito in campo per oltre 35 minuti di media tanto da provocargli un risentimento muscolare, Gara-7 la iniziano ovviamente Luka Garza, Baylor Scheierman e Ron Harper Jr. Risultato? 0 punti, 0 punti, 0 punti. Ah, e Gara-7 persa. Al netto della vittoria del titolo nel 2024, negli altri tre Playoff giocati sotto la direzione di J-Maz i Celtics hanno racimolato tre batoste in serie dove avevano oltre il 90% di possibilità di passare il turno. La regular season è importante, ma se non si è in grado di performare nei Playoff è meglio farsi da parte.
NEW YORK KNICKS (3) vs ATLANTA HAWKS (6) 4-2
Una serie da rollercoaster. Dallo psicodramma nella Grande Mela, al ritorno del Messia reincarnato in CJ McCollum. Fino all’epilogo ovvio, giusto e previsto. Quello che mette in pace il mondo della palla a spicchi ed evita di vedere incendi e devastazioni sulla 5th Avenue.
Per chi non aveva tempo
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Gara 1: New York Knicks 113 – Atlanta Hawks 102 (gli highlights)
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Gara 2: New York Knicks 106 – Atlanta Hawks 107 (gli highlights)
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Gara 3: Atlanta Hawks 109 – New York Knicks 108 (gli highlights)
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Gara 4: Atlanta Hawks 98 – New York Knicks 114 (gli highlights)
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Gara 5: New York Knicks 126 – Atlanta Hawks 97 (gli highlights)
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Gara 6: Atlanta Hawks 89 – New York Knicks 140 (gli highlights)
Le 4 verità, cosa ci ha insegnato la serie:
1. New York, New York (da leggere senza cantare, ma scuotendo la testa sommessamente): Lasciamo per un secondo stare il risultato finale della serie. Sono sempre più dell’idea, e ce lo insegna Chase, che l’epoca dei superteam nella Nba sia ormai finita. Non solo perché a volte può non bastare (si vedano i “big three” di Brooklyn – Harden, Durant e Irving, o i “big three” di Phoenix – Durant, Booker, Beal). Ma soprattutto perché significa giocarsi il proprio futuro, in termini di scelte e di roster building. Oklahoma City, timonata dal figlio del demonio Sam Presti, è arrivata dove è arrivata senza mai scommettere il futuro della franchigia. Ed è il motivo per cui, guardando come è costruita, è probabile che lotterà per il titolo per diverse stagioni nonostante sia una squadra da “small market”.
E questo cosa c’entra con i Knicks? Due parole, un nome e un cognome: Mikal Bridges. Un pacchetto folle – lo era già allora, lo è ancor di più con il senno di poi – che comprendeva quattro giocatori, cinque prime scelte, uno swap nel primo round e una seconda scelta. Per poi arrivare quando la palla conta di più e ricevere: in Gara-2 un game winning shot caduto sul primo ferro, in Gara-3 una prestazione da dimenticare con 0 punti.
2. The truth about Jalen Brunson: Chiediamo (chiedete) tutti scusa a Becky Hammon e a Colin Cowherd. Lo avevano detto in tempi non sospetti, che Brunson non può e non deve essere la prima opzione di una squadra con ambizioni da titolo. È una seconda stella, forse addirittura una prima stella e mezzo. Ha un arsenale offensivo invidiabile… ma. Perché con Brunson arriva sempre questo “ma”… In particolare nella metà campo difensiva, dove CJ McCollum – da agile 34enne qual è – ha fatto letteralmente quello che voleva, scegliendo azione dopo azione il matchup con Jalen Brunson.
3. KAT è tornato: Non se n’è mai andato probabilmente, ma Karl-Anthonny Towns è stato l’assoluto protagonista della serie contro Atlanta. Lo certifica anche Espn Analytics, secondo cui il centro newyorchese è stato in assoluto il giocatore più importante tra tutte serie del primo turno in termini di net points, un calcolo che tiene conto sia dei punti a cui il giocatore contribuisce sia di quelli subiti per colpa sua. KAT è primo, anzi primissimo. Sopra il suo compagno OG Anunoby, sopra Tatum, sopra Shai, sopra Wemby. E a trascinarlo, oltre alla sua tipica efficenza offensiva, è quanto a fatto nell’altra metà del campo.
4. Zaccharie Risa…che??: La sfortuna ha voluto che il rebuild di Atlanta avesse la sua opportunità alla prima scelta assoluta in uno dei peggiori anni in termini di talento. Zaccharie Risacher ne è ogni partita la triste riprova. Dopo una stagione da 9.6 punti, 3 rimbalzi e 1 assist di media, contro i Knicks ha registrato 3.7 punti di media e 3 rimbalzi. Ha solo 20 anni, per crescere ha ancora tempo, ma i primi due anni sono stati tutto meno che promettenti. È bene forse che gli Hawks cerchino un altro giovane promettente da piazzare dietro a CJ McCollum, per farlo crescere e alla fine affidargli le redini della squadra. Menzione d’onore per il solito Jalen Johnson ma soprattutto per Nickeil Alexander-Walker, protagonista di una straordinaria stagione.
CLEVELAND CAVALIERS (4) vs TORONTO RAPTORS (5) 4-3
Equilibrata, ruvida, imprevedibile. Non come doveva essere, ma non ci è affatto dispiaciuta.
Per chi non aveva tempo
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Gara 1: Cleveland Cavaliers 126 – Toronto Raptors 113 (gli highlights)
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Gara 2: Cleveland Cavaliers 115 – Toronto Raptors 105 (gli highlights)
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Gara 3: Toronto Raptors 126 – Cleveland Cavaliers 104 (gli highlights)
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Gara 4: Toronto Raptors 93 – Cleveland Cavaliers 89 (gli highlights)
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Gara 5: Cleveland Cavaliers 125 – Toronto Raptors 120 (gli highlights)
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Gara 6: Toronto Raptors 112 – Cleveland Cavaliers 110 (gli highlights)
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Gara 7: Cleveland Cavaliers 114 – Toronto Raptors 102 (gli highlights)
Le 4 verità, cosa ci ha insegnato la serie:
1. Cavs, impietoso win or bust: La squadra, sia chiaro, è costruita anche abbastanza bene. D’altronde basta avere James Harden e Donavan Mitchell nel backcourt per partire un tantino avvantaggiati rispetto agli altri. Se poi ci aggiungi Evan Mobley e Jarrett Allen, la questione si certifica ulteriormente. Dalla panchina sono pronti Max Strus, ottimo se non costretto a giocare 40 minuti ad alto livello, e due garanzie come Dennis Schröder e Keon Ellis. Squadra solida, ottima, con pochi punti deboli. Da qui a definirla win or bust però passa un’autostrada. Le varie corazzate alla Okc sono lontane. E anzi, a Est, sulla carta i Knicks sono un gradino sopra.
2. La sindrome del fattore campo: Mentre in tutte le altre serie il fattore campo e il famoso “settimo uomo” (il tifo) sembrano essere stati relegati a essere un fattore minimo, completamente opposta è stata la storia in Cleveland-Toronto. La serie si è infatti chiusa con un bel 7-0 di record per la squadra che giocava in casa. Una questione che si è riflessa sulle percentuali. Prendiamo i tiri dall’arco di Cleveland: in casa con il 39.5%, alla Scotiabank Arena con il 27%.
3. La forza del Big ball: La verità è che alla fine Cleveland l’ha spuntata grazie ai “muscoli” e non al talento delle guardie. Quando Mitchell e Harden hanno faticato a trovare il canestro con continuità, è stata la supremazia fisica sotto canestro a scavare il solco. Prendiamo il terzo quarto di Gara 7, quando con un parziale di 38-19 Cleveland ha messo le mani sulla partita. In quella frazione, i Cavs hanno dominato a rimbalzo con un netto 25-8, garantendo 14 punti da seconda opportunità. Jarrett Allen che ha chiuso la partita con una prestazione mostruosa da 22 punti e 19 rimbalzi.
4. 2,1 metri di separazione: La serie non rimarrà di certo negli annali della storia della lega. A restare impresso sarà probabilmente il tiro con cui Barrett ha conquistato Gara-6 per Toronto. Tripla a 5 secondi dalla fine, secondo ferro, la palla si alza dino a 2.1 metri di altezza e ricade perfettamente nella retina. Tyrese Haliburton sembra aver sbloccato un nuovo tipo di tiro, una versione ancora più estrema del rim shot che permise a Kawhi Leonard e ai Raptors di superare Philadelphia e andare a vincere il titolo nel 2019. Perché prima di pochi mesi fa non se ne fosse mai visto nemmeno uno di tiro così è una domanda legittima, che lascia ampio spazio a teorie del complotto. Sono tutto orecchi.
24 anni, folgorato fin da bambino dal mondo americano dei giganti NBA e dei mostri NFL, tifoso scatenato dei Miami Heat e – vien male a dirlo – dei Cincinnati Bengals. Molto desideroso di assomigliare a un Giannis, basterebbe anche un Herro, ma condannato da madre natura a essere un Muggsy Bogues, per di più scarso.

