Con le ultime settimane di regular season gonfie di partite che contavano il giusto e di prestazioni esaltanti da parte di carneadi a caccia di contratti è l’ora di fare sul serio: benvenuti ai playoff NBA 2026.

I detentori attuali del Larry O’Brian Trophy, gli Oklahoma City Thunder, anche quest’anno ad aprile guardano tutti dall’alto in basso registrando il record di 64 vittorie e 18 sconfitte. Alle loro spalle la consueta, agguerrita concorrenza pronta a dare battaglia per la conquista dell’anello; analizziamo quindi, una Conference dopo l’altra, quali sono le franchigie che a nostro avviso hanno maggiori possibilità di arrivare in fondo e giocarsi l’atto finale.

EASTERN CONFERENCE: LE FAVORITE

In un Est che apparentemente parte con meno possibilità generali di anello quest’anno la squadra leader sono stati i Detroit Pistons che dopo tanti anni ad inseguire la postseason e l’eliminazione al primo turno dello scorso anno si sono mantenuti al comando della graduatoria guidati dall’allenatore dell’anno per la National Basketball Coach Association, quel JB Bickerstaff liquidato dai Cleveland Cavaliers proprio quando aveva costruito un percorso vincente analogo in Ohio.

Tuttavia a mio modesto avviso la squadra del girone orientale con più chance di arrivare fino in fondo al tabellone sono i Boston Celtics di Joe Mazzulla, secondi classificati con un record di 56-26, quattro sconfitte in più dei Pistons.

Per i Celtics si preannunciava una stagione difficile a causa dell’infortunio di Jayson Tatum durante la scorsa postseason con la terribile diagnosi di torn ACL. E se vogliamo anche per la cessione di Al Horford, fondamentale uomo d’esperienza per l’anello vinto nel 2024. Nonostante questo la squadra ha retto benissimo anche in assenza del numero 0, appoggiandosi su un sistema di gioco ormai collaudato ed efficace, con la miglior difesa della NBA per punti concessi (107.5) e sulla vena dell’altro leader, un Jaylen Brown da career high per punti segnati, ben 28.7.

Al suo rientro a marzo Tatum ha così ritrovato una squadra che non si è disabituata a vincere e che ha perso solo 5 gare su 19 da quando i due Jay si sono riuniti in campo; in più dalla trade deadline di fine inverno è arrivato Nikola Vucevic che sarà anziano e anche lui con un infortunio smaltito in primavera (un mese di stop per una frattura a un dito) ma che a mio avviso è il fit ideale per sostituire Horford; certo, difensivamente va quantomeno tutelato, ma il succitato sistema di Mazzulla è fatto col sarto per coprire anche certe carenze individuali.

Questo ovviamente non vuol dire che i Pistons partano sconfitti nè che non ci sia la possibilità di una deep run per la franchigia del Michigan, che peraltro attende una vittoria in una serie playoff dal 2008. La squadra allenata da Bickerstaff ha guadagnato sul campo una potenziale prima parte di playoff sulla carta favorevole, dovendo affrontare gli Orlando Magic al primo turno e poi eventualmente la vincente tra i Toronto Raptors e i Cavaliers che potrebbero quindi affrontare da avversario il coach che ha fatto meglio nella loro storia senza LeBron James.

Un buon banco di prova per Detroit che può saggiare le potenzialità playoff della truppa guidata in campo dall’esaltante Cade Cunningham che pur patendo anche lui problemi fisici (un problema serio al torace che gli ha fatto saltare quasi un mese tra marzo e aprile) ha ripreso il ritmo partita in tempo per i playoff. Ad assistere Cunningham, ritenuto peraltro eleggibile in extremis per i premi individuali, la squadra ha aumentato il fattore esperienza con Tobias Harris, divenuto finalmente leader morale nella Detroit che lo ha lanciato ad alti livelli NBA, affiancato a Caris LeVert che da tempo pur senza vincere è una garanzia, soprattutto offensiva, nella postseason.

LE UNDERDOGS

A partire un passo o due indietro a Celtics e Pistons, e non solo perchè la classifica della regular season ha detto così, sono senza dubbio i New York Knicks terzi classificati a Est con 53-29 e che ormai da molti anni accarezzano la possibilità di raggiungere le finali che mancano dal 2000 ma sempre con la sensazione che manchi qualcosa per l’approdo effettivo.

Dopo il lavoro di Tom Thibodeau per il difficilissimo ritorno in alto dell’ambiziosa ed esigentissima piazza newyorkese Mike Brown guida in panchina la versione Knicks ufficialmente deputata a cercare la vittoria vera. Il potenziale non manca, eppure la stagione è stata di nuovo un po’ troppo altalenante per dare New York come vera pretendente all’anello.

La difesa dello specialista Brown funziona bene ma non benissimo: se la squadra è quinta per punti concessi (111.1) cala al tredicesimo posto per percentuale da tre punti avversaria (34.5% a pari merito con Spurs e Magic) e nonostante la presenza di rimbalzisti sulla carta devastanti come Karl-Anthony Towns e Mitchell Robinson New York è solo nona per rimbalzi difensivi, a pari merito con i Celtics il cui gioco però si basa meno sulla protezione dell’area.

Rimane un potenziale offensivo di prim’ordine con Jalen Brunson che ormai non ha più bisogno di presentazioni (anche quest’anno 26 di media col 46.7% dal campo su quasi 20 tiri) affiancato da Mikal Bridges e dallo stesso Towns che però ormai da anni fa regolarmente pagare i punti segnati con le carenze difensive, garantendo comunque una doppia doppia di media da 20.1 punti e 11.9 rimbalzi. Il primo turno non dovrebbe essere troppo problematico con New York che affronterà gli Atlanta Hawks, ma poi potrebbero arrivare i Celtics in semifinale di Conference e lì, a mio avviso, sarebbero dolori.

Sulle altre qualificate ai playoff della Eastern Conference poco da dire per quanto mi riguarda; se i Cleveland Cavaliers hanno qualche chance in più di avanzare guidati dalla vena realizzativa di Donovan Mitchell e James Harden ma restano una squadra difensivamente mediocre (14° per punti concessi, 15° a rimbalzo difensivo, addirittura quartultima per percentuale da tre punti avversaria) per le altre quattro squadre la postseason sembra rappresentare un punto di arrivo, con menzione per i Philadelphia 76ers qualificati al play-in e che ancora non hanno ben chiaro nè quali siano le loro reali potenzialità, nè quale possa essere il proprio futuro, ancora condizionato dall’ingombrante presenza di Joel Embiid.

WESTERN CONFERENCE: LE FAVORITE

La competizione a Ovest appare molto più equilibrata e potenzialmente interessante, eppure per quanto mi riguarda anche quest’anno le altre sette squadre dovranno dare il massimo e qualcosa di più per strappare le Finals agli Oklahoma City Thunder di coach Daigneault e dello spettacolare Shai Gilgeous-Alexander.

Dopo aver accarezzato la possibilità di battere il record dei Golden State Warriors 2015-16 che persero solo 9 gare i Thunder hanno dovuto affrontare dei periodi meno dominanti soprattutto nei primi mesi del 2026. Ciò nonostante la squadra erede dei Seattle Supersonics (che sarebbero peraltro finalmente pronti a tornare sul parquet, a quanto si dice) è sempre stata saldamente al primo posto di una Western Conference, come accennato, quantomeno ostica.

Ormai la capacità del collettivo di superare avversità come le due operazioni al polso di Jalen Williams e lo stop dello stesso SGA durante quasi tutto il mese di febbraio sono comprovate. Ognuno sa quello che deve fare e lo fa benissimo, Shai mette 31.1 punti a gara con la miglior percentuale dal campo in carriera (55.3%) e l’intesa con Lu Dort, che notoriamente svolge il lavoro sporco in difesa al fianco del connazionale, è ancora devastante. Se non è impossibile, è quantomeno arduo non dare nuovamente i Thunder come favoriti per l’atto finale.

Come lo scorso anno però i Denver Nuggets sono lì a dimostrare di poter dire la loro anche quest’anno e il motivo, come sempre, è molto semplice: hanno una tripla doppia (o quasi, i rimbalzi sono “solo” 9.9) devastante numericamente ma ancor di più in campo di nome Nikola Jokic. Basterebbe la sola presenza del fenomeno serbo per non escludere i Nuggets nel discorso relativo alla corsa alle Finals (tre volte MVP nei cinque anni precedenti a questo, le altre due volte secondo, ca va sans dire) ma come sempre le vere possibilità della franchigia del Colorado saranno dettate anche dal supporting cast del Joker.

Lo scorso anno i Nuggets portarono i Thunder a gara-7, perdendola anche a causa dell’assenza di Aaron Gordon che anche quest’anno ha avuto due stop pesanti. L’integrità fisica dell’ex Magic è fondamentale per Denver (così come quella di Jamal Murray) in quanto, come avviene nel backcourt di OKC con SGA e Dort, Gordon completa il frontcourt dei Nuggets con le sue qualità atletiche e un tiro in miglioramento negli anni; riguardo gli esterni, detto che Murray resta imprescindibile e che quindi a Denver si augurano di trovarlo in forma playoff (ma le possibilità sono alte: la sua media punti è 25.4, anche per lui career high nonchè primo All Star game) si attende la crescita definitiva di Cameron Johnson, chiamato a sostituire l’incostante Michael Porter Jr. ma rivelatosi finora altrettanto lunatico con lungo stop invernale annesso per infortunio al ginocchio.

A differenza dei Thunder, che affronteranno al primo turno i Phoenix Suns, i Nuggets vedranno il loro terzo posto in regular season affibbiargli il difficile accoppiamento con i Minnesota Timberwolves, di cui cercheremo di approfondire i possibili esiti nel prossimo paragrafo.

LE UNDERDOGS

Iniziamo da una squadra che proprio underdog non è e che anzi si colloca esattamente a metà tra la posizione di favorita per la deep run e quella di possibile sorpresa: i San Antonio Spurs che tornano ad alti livelli trascinati dal fenomenale Victor Wembanyama.

L’asso francese è riuscito a riportare in alto la franchigia texana dopo soli tre anni di militanza NBA in cui ha trasformato in fatti le bellissime parole spese per introdurre il suo esordio nella massima lega mondiale. Vicinissimo alla doppia doppia di media (25 punti più 9.5 rimbalzi col 51.2% dal campo) Wembanyama guida un gruppo che come i Thunder sta emergendo (anzi è di fatto emerso col secondo posto in regular season) dal basso col sophomore Stephon Castle già perfettamente calato nel ruolo di direttore d’orchestra (assist quasi raddoppiati rispetto all’anno da rookie, da 4.1 a 7.4) gli 11.8 di media del rookie Dylan Harper e un De’Aaron Fox che sembra perfettamente a suo agio nel contesto Spurs e ha finora sfruttato alla grande l’occasione di dimostrare di poter vincere dopo la lunga militanza ai Sacramento Kings.

Per gli Spurs è previsto un primo turno più che abbordabile con i Portland Trail Blazers e anche in questo caso sarà interessante valutare le reali potenzialità a livello di postseason di un gruppo che per la maggior parte è all’esordio nei playoff. Riguardo al possibile prosieguo del cammino primaverile della squadra allenata da Mitch Johnson abbiamo l’occasione per parlare dell’accennata serie playoff potenzialmente esplosiva tra i Denver Nuggets e i Minnesota Timberwolves, da cui uscirà l’avversaria della vincente tra Spurs e Blazers.

Sulla carta i Timberwolves partono piuttosto indietro rispetto ad altre pretendenti alle Finals nella loro Conference: Anthony Edwards è sempre spettacolare ed è alla miglior stagione in carriera per punti segnati (28.8) e percentuale dal campo (48.9%) e da tre punti (39.9%) Le ultime settimane della regular season sono però state impietose con la squadra allenata da Chris Finch, prima con quattro sconfitte in cinque gare a inizio marzo, poi con l’infortunio al ginocchio dello stesso Edwards. Si inizia inoltre ad avvertire la sensazione che il treno Finals sia passato, eppure uno sgambetto ai Nuggets al primo turno, che resta difficile ma non improbabile (la difesa di Rudy Gobert è sempre un fattore, ricordiamolo) potrebbe riscuotere l’ambiente e rilanciare improvvisamente Minnesota.

Concludiamo con il primo turno più equilibrato tra due squadre in win now mode al di là delle effettive possibilità di successo immediato: i Los Angeles Lakers, col fattore campo a favore, affronteranno gli Houston Rockets quinti classificati. Una serie piuttosto imprevedibile: i Lakers hanno perso Luka Doncic proprio quando l’asso sloveno stava esprimendo la sua miglior pallacanestro in questa stagione, nonchè il suo amico Austin Reaves. Entrambi saranno fuori, almeno a quanto si dice attualmente, per l’intera serie.

Sarà quindi di nuovo il quarantunenne LeBron James a dover farsi carico delle responsabilità delle sorti dei Lakers, rischiando così di mettere definitivamente a nudo il fatto che malgrado l’arrivo inaspettato di Doncic la squadra mantiene difetti di costruzione evidenti e una qualità del supporting cast troppo altalenante per dare garanzie di successo. Soprattutto contro un Kevin Durant assetato di vittorie e desideroso di dimostrare che è ancora una superstar, guidando una Houston che malgrado la doccia fredda della perdita di Fred VanVleet a inizio stagione si è mantenuta a ridosso delle posizioni di vertice con un Alperen Sengun in ottima forma (20.4 punti a gara, career high, e 8.9 rimbalzi nonchè per la prima volta sopra il 30% da tre punti)

Gli analisti NBA del New York Times danno Houston addirittura vincente in 5 gare; vedremo come andrà, nella consapevolezza che chiunque vincerà si ritroverà contro i Thunder che attualmente sembrano molto più quotati sia dei Lakers (anche con Doncic, che peraltro non è nuovo a problemi fisici col sopraggiungere della postseason) sia dei Rockets.

Commenta

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.